Le dichiarazioni del sindaco di Roma Alemanno e quelle del ministro della difesa sul fascismo creano stupore e indignazione. Non voglio fare della retorica antifascista, ma solo ricordare che con l’8 settembre 1943 è iniziata una nuova storia per l’Italia. L’annuncio dell’armistizio chiesto da Badoglio agli alleati, una volta «riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione», provoca una rabbiosa reazione tedesca, il Paese viene occupato dalle truppe della Wermacht, l’esercito è allo sbando, molti soldati italiani vengono fatti prigionieri dai tedeschi e portati nei campi di concentramenti in Germania.
L’8 settembre, con la conseguente occupazione tedesca, rappresenta certamente una tappa fondamentale che ha segnato per molti il passaggio definitivo alla resistenza. I tedeschi liberano Mussolini che era stato confinato sul Gran Sasso e danno vita alla Repubblica sociale, detta di Salò. Molti italiani scelgono di andare con le forze della resistenza per combattere il fascismo. Ai soldati fatti prigionieri dai tedeschi e portati nei campi di concentramento in Germania è proposto di tornare in Italia a patto di aderire alla Repubblica fascista. La maggioranza, circa 600.000, rifiuta e sceglie volontariamente di restare in prigionia pur di non tradire il giuramento di fedeltà all’Italia. Molti di loro, dopo un periodo di stenti e di persecuzioni, non torneranno più. Di questi semplici soldati noi dobbiamo avere un ricordo e una riconoscenza, anche se molte volte sono stati dimenticati.
Per i cattolici quello non fu un momento facile, perché si trattava di decidere se per combattere e ridare la libertà all’Italia si dovevano o non si dovevano prendere le armi. Per un cristiano prendere un’arma per uccidere è sempre una lacerazione profonda e una trasgressione del comandamento.
Un imperativo morale agita le loro coscienze: bisogna fare qualche cosa, non si può restare inerti e assistere allo sfacelo della patria. Allora si aprono le porte delle chiese, dei conventi, si nascondono tutti quelli che i fascisti repubblichini e i tedeschi cercano, mentre inizia la guerra partigiana in montagna, nelle pianure e nelle città. Tra loro non mancano cattolici e alcuni sacerdoti. Non è stata una scelta facile e molte volte l’hanno pagata con il sangue. Fucilati, perché hanno nascosto ebrei e fuggiaschi o perché hanno amministrato i sacramenti ai partigiani. Il dubbio morale se imbracciare il fucile si trasforma per molti cattolici in dovere morale di fronte a tante atrocità.
Accanto a quelli che imbracciano le armi ci sono altri che partecipano a modo loro alla Resistenza, dando aiuto e conforto, rischiando anch’essi moltissimo, ma senza usare le armi.
Vorrei che su queste vicende riflettessero in molti. Vorrei chiudere questa mia nota con una preghiera scritta da Teresio Olivelli, capo partigiano di cui è in corso il processo di canonizzazione.
Preghiera del ribelle
SIGNORE
Che fra gli uomini drizzasti la Tua Croce, segno di contraddizione, che predicasti e soffristi la rivolta dello spirito contro le perfidie e gli interessi dei dominanti, la sordità inerte della massa, a noi oppressi da un giogo oneroso e crudele che in noi e prima di noi ha calpestato Te fonte di libere vite, dà la forza della ribellione.
DIO
Che sei Verità e Libertà, facci liberi e intensi, alita nel nostro proposito, tendi la nostra volontà, moltiplica le nostre forze, vestici della Tua armatura: noi Ti preghiamo. Signore.
TU
Che fosti respinto, vituperato, tradito, perseguitato, crocefisso, nell’ora delle tenebre ci sostenti la Tua vittoria: sii nell’indigenza viatico, nel pericolo sostegno, conforto nell’amarezza. Quanto più s’addensa e incupisce l’avversario, facci limpidi e diritti.
Nella tortura serra le nostre labbra. Spezzaci non lasciarci piegare. Se cadremo, fa che il nostro sangue si unisca al Tuo innocente e a quello dei nostri Morti, a crescere al mondo giustizia e carità.
TU
Che dicesti “Io sono la resurrezione e la vita” rendi nel dolore all’Italia una vita generosa e severa. Liberaci dalla tentazione degli affetti:, veglia Tu sulle nostre famiglie.
Sui monti ventosi e nelle catacombe della città, dal fondo delle prigioni, noi Ti preghiamo: sia in noi la pace che Tu solo sai dare.
DIO
Della pace degli eserciti. Signore che porti la spada e la gioia, ascolta la preghiera di noi,
RIBELLI PER AMORE
[Fonte: 8settembre.it]


Non mi hanno stupito le dichiarazioni di Alemanno e La Russa che certo non mi trovano d’accordo e che condanno aspramente.
D’altra parte come pensare che persone cresciute e “pasciute” (come diciamo a Roma) in un determinato ambiente, diciamolo pure, “fascista”, possano dimenticare le loro origini?
Possono addomesticare il linguaggio ma, quando meno se l’aspettano il loro inconscio, il loro bambino interno addormentato salta fuori e combina il guaio.
Quello che fa tristezza e che non si vergognano di esprimere alcune opinioni mentre spesso noi siamo troppo timidi nell’esporre le nostre che certamente hanno ben altro passato e valore.
Savino ieri a Chianciano ti ho sentito parlare di Mounier. Bravo!! Dobbiamo ad alta voce rilanciare il suo personalismo comunitario che è la base culturale per una vera e concreta risposta all’individualismo oggi dominante.
Saluto l’ingresso nel blog della carissima Isabella Nuboloni. Dai Isabella, Giuseppe C. diamoci da fare nel Lazio!!
Carissimo Savino,
accetto il tuo invito a riflettere sulle osservazioni di merito contenute nel tuo breve articolo in questione, considerato che, pure da anni, ho elucubrato su ciò.
Vorrei che questa mia riflessione venisse accolta (da tutti) come approfondimento e completamento del tuo succinto estemporaneo pensiero, perché proprio come prosieguo del tuo è da me inteso.
Premetto che, prima di vedere questo, avevo notato, su “La Repubblica” (“Mio padre disse no alla Rsi e morì a Dachau”), un articolo assai diverso nel contenuto, e dai connotati prettamente commerciali, che ti vede involontario protagonista.
Ovviamente, leggendolo, ne ho dedotto che il Savino vero non poteva essere solo quello (un po’ stiracchiato nei capelli), per tanti e ovvi motivi, e che nell’articolo ci fosse molto del commerciale giornalistico sfruttando il tuo nome.
Pure mio padre (ch’era coetaneo del tuo) fu fatto prigioniero dai tedeschi in Albania, mentre aspettava che le navi addette al rimpatrio delle truppe provvedessero a recuperare il suo reggimento dopo l’Armistizio. Essendo, di persona, di collegamento tra i vari comandi di quella regione era destinato ad imbarcarsi per ultimo.
Ti evito la trafila che spesso ci raccontò e … tornò quando la guerra era già da tempo finita.
Riconosciuto capace di operare fu inviato in una grande e famosa città, dell’allora Stato tedesco, come conducente di un grande treno merci che faceva la spola tra la stazione centrale e una grande fabbrica, portando, nel ventre di questa, carbone e altre materie prime e, nel percorso inverso, prodotto finito allo snodo ferroviario centrale.
La sua non fu una scelta personale opzionale, ma la sola alternativa tra il morire o l’essere tra gli schiavi di Hitler, come ora si usa chiamarli. Mai mi parlò della possibilità di tornare sotto le armi per la Rsi, anche perché la Wermacht non si fidava più degli italiani e pensava che potessero prendere questa scusa per tornare in patria e poi darsi alla macchia.
Comunque fu apprezzato dal direttore generale della fabbrica e da lui salvato dalla fucilazione immediata dalle S.S., quando fu accusato di sabotaggio per un incidente ferroviario con un carrello della manutenzione che, senza rispettare la precedenza dovuta, aveva impegnato erroneamente la linea ferroviaria causando l’impatto. Da quel momento lo prese sotto la sua custodia e lo ospitò in casa sua fino alla fine della guerra/prigionia.
Ovviamente tuo padre non fu altrettanto “fortunato”; ma mi paiono assai aleatorie certe congetture riportate in quell’articolo. Di certo vi è che morì internato come molti altri italiani e non.
Ho solo inteso la diatriba su La Russa e Alemanno, ma non ho approfondito la questione sui contenuti.
In sostanza, e con pochi distinguo, mi pare la stessa “invocazione” pronunciata pochi anni fa dall’allora Presidente di Montecitorio Luciano Violante (ex comunista e perciò non stigmatizzabile come ideologico settario) sui combattenti della Rsi di Salò, convinti pure loro di lottare per una giusta causa nella difesa della patria.
Facendo una ricerca epistemologica sulla storia italiana potremmo immettere nel conto anche le intemperanze (crudeltà ed atrocità) della parte avversa alla Rsi durante quei bui periodi, come il comprendere appieno che fino all’8 Settembre la maggioranza era tacitamente tutta fascista e dopo antifascista.
Val la pena ricordare che la spinta propulsiva alla Resistenza reale (non quella che in alcune nostre zone – mie e tue – fu popolarmente etichettata dei “rubagalline”) venne proprio da quell’atto formale di sostanziale diaclasi della linea politica, volontariamente e consapevolmente presa dal Re con l’arresto di Mussolini e della sua sostituzione con Badoglio alla guida del governo.
Per forza maggiore o per altre cause politiche questa “saggia” decisione fu presa e diede corso ad un nuovo capitolo di libertà e democrazia della nostra storia.
La storia, ovviamente, non si cambia, perché chi la scrive sono i fatti della Storia e non le parole dei vincitori, che spesso la ideologizzano esaltando il merito proprio; ma poi, con il lungo periodo e la scomparsa dei vincitori la Storia effettiva riprende il resoconto oggettivo di cause, effetti, fatti ed eventi.
Difatti in base all’eccezione che conferma la regola, se guardiamo alla guerra civile di Spagna, abbiamo avuto una storia scritta non dai vincitori, bensì dagli sconfitti (gauche) che esaltarono le nefandezze delle truppe franchiste, dimenticando (nascondendo) i massacri di cattolici, la distruzione di migliaia di chiese e l’eliminazione sistematica degli avversari; ma poi lo scorrere del tempo ha rimesso in sesto le cose, come lo è in Italia per le degenerazioni massimaliste di quei tempi in alcune regioni.
La quasi totalità degli attori di quel buio periodo sono scomparsi e noi abbiamo un Presidente della Repubblica (Napolitano) che è un ex-comunista, un Presidente a Montecitorio (Fini) che è un ex-missino e il suo predecessore (Bertinotti) che è (era?) un dichiarato massimalista. E tutto nel rispetto della democrazia (sia pure transeunte) e di quel volere popolare che, a suo tempo, diede la legittimazione morale e politica ai fascisti, per poi togliergliela con la Resistenza.
Ciò significa solo che la democrazia ha prodotto un graduale rimescolamento dell’ideologia della contrapposizione frontale e una maturazione in tutti i suoi “figli”.
Abbiamo bisogno non di “dimenticare” il passato, bensì di saperlo leggere per vivere tutti nella civiltà della democrazia e della tolleranza, scambiandoci (imparando da) quel sapere e quelle esperienze che sono il lievito della società e da tutto ciò imparando a rispettare il valore delle idee e del sacrificio altrui; perché la ragione non è mai da una parte sola, non potendo essere scissa con un colpo netto di spada in due parti: la ragione e il torto.
Pure nello sport (specialmente nel calcio) si è perso il senso del valore del “gioco” come atto democratico, gioioso e civile del competere (cŭm pĕtere) e del concorrere (con cŭrrere) allo sviluppo di un divertimento collettivo dello stare insieme.
Anche nella politica si dovrebbe recuperate questo spirito “decoubertiniano” del vivere sociale, perché diversamente si costruisce il muro contro muro; e dove non c’è comprensione non vi è neppure senso della democrazia.
Il PCI ha effettuato un lento passaggio democratico e così pure il MSI: di loro rimangono solo le sigle storiche ed un passato costruttivo di crescita democratica in una società in movimento che è stata capace pure di dialogare anche se a fatica.
Ovviamente tutti sono vincolati ideologicamente alle loro origini, ma se concepiamo queste come il seme fruttifero di un periodo che si è sviluppato (migliorato) nello scorrere temporale, allora abbiamo che la contingenza ideologica di entrambi era improntata alla costruzione e non alla distruzione.
Su questo ineccepibile dato di fatto dobbiamo superare lo steccato ideologico, anche se del trascorso doloroso, per estrarre dal passato il positivo alla crescita nazionale di una società in cammino.
Ovviamente non dobbiamo seppellire i ricordi (individuali e nazionali), ma solo concepirli, alla luce degli eventi, sotto un bagliore positivo: potenti moniti per il futuro!
“La Preghiera del Ribelle”, se mi permetti carissimo Savino, fu una bellissima preghiera di quel tempo, che ora non è più attuale perché non sussistono più certe condizioni storiche. Come le chiese hanno cessato di accogliere e nascondere il fuggiasco e il bisognoso e come pure moltissimi altri cittadini che, ovunque (Germania, Francia, Italia, Russia …), soccorsero da samaritani, al di là della loro appartenenza di parte, chi ne aveva bisogno (l’estraneo) rischiando pure la loro vita.
Amerei vedere il Cristiano (non dico solo cattolico) che oggi recitasse una semplice e breve preghiera similare a questa:
Tu, Signore Gesù, che hai abbracciato la Croce per amore dell’uomo,
vinto dalla morte, ma risorto a nuova vita,
tu, che hai trasformato la sconfitta del male in vittoria del bene,
aiuta tutti noi a comprendere il nostro passato, l’attuale presente e illumina il nostro futuro.
Tu che dicesti:
Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli!
Beati quelli che piangono, perché saranno consolati; (Mt. 5,3.4)
Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati!
Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia! (Mt. 5,6.7)
Beati i pacificatori, perché saranno chiamati figli di Dio!
Beati quelli che sono perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli! (Mt. 5,9.10)
Accogli nella pace dei tuoi Santi tutti quelli che hanno lottato su opposti fronti credendo nella giusta causa!
Elargisci a noi la capacità di superare gli steccati ideologici che ci contrapposero e che ci oppongono!
Dona a noi la saggezza del cuore, la disponibilità alla comprensione, la carità nel dialogo
e la capacità di costruire insieme un futuro giusto, migliore e privo di devastante violenza.
Fa, o Signore, che la luce dei Giusti (coloro che rischiarono la loro vita per gli altri) illumini il nostro cammino!
Fa che il sangue dei caduti abbeveri il virgulto della nostra libertà,
affinché il loro sacrificio non sia vano, come non è stata vana la tua morte!
Fa, infine o Signore, che mai più si ripetano simili calamità!
Amen!
Sam Cardell
Caro Savino,
qualche volta le nostre opinioni divergono,ma su questo argomento andiamo a braccetto.Il lupo perde il pelo, ma non il vizio, ed io non ho mai seriamente creduto che quelli che oggi indossano giacca e cravatta, e ieri cantavano “Giovinezza” a Piazza Tuscolo in tenuta para militare, abbiano del tutto cambiato pelle. Il processo di democratizzazione si è certamente avviato, ma forse lo completeranno i figli, o i nipoti. Stiamo in guardia.
Credo che il mondo pulluli di persone meravigliose, oltre che di malfattori. Solo che i primi operano perlopiù nella solitudine, nel silenzio e nell’umiltà, i secondi fanno invece molto clamore e fanno parlare di sé per il dolore che causano tutt’intorno. Del resto, Gesù portò la croce nell’ignominia totale, nel silenzio e nella solitudine per opporsi a costoro. Ribelle per Amore!
Sono convinta che di testimonianze come quella di Teresio Olivelli abbiamo un grande bisogno, delle mediazioni che oggi possono rendere aderente alla durissima realtà attuale il contenuto di questa splendida preghiera. Abbiamo bisogno di anime forti, pronte a dare la vita per una causa d’amore e meglio se insieme, in cordata.
L’appello del Papa di domenica scorsa sui cattolici in politica merita di essere preso molto, molto sul serio. Cerchiamo insieme i modi!
In questo Paese, dove da anni si difendono scelte impossibili, opzioni irragionevoli, uomini dall’imbarazzante passato e presente, nel quale a pagare sono i deboli mentre i forti galleggiano sempre, nel paese in cui il “ma anche” Veltroniano è la regola e non l’eccezione, non deve stupire che qualcuno cerchi di proporre una nuova lettura dei fatti che hanno portato all’Italia anni di lutti, persecuzioni, miseria.
D’altro canto Alemanno è persona da apprezzare; egli infatti è coerente con la sua storia, il suo passato, la sua cultura politica.
E’ invece stigmatizzabile chi, non riconoscendo i medesimi valori, associa il proprio percorso e la propria azione politica alla destra che, da sempre, si definisce tale.
Dunque non puntiamo il dito sul Sindaco di Roma o sul Ministro La Russa; essi rappresentano ciò che sono e sono sempre stati: figli, orgogliosi, della cultura fascista.
Non condivido ciò che dicono, ma apprezzo la loro coerenza e linearità di comportamento.
Guardiamo invece con disprezzo a chi, proclamandosi erede della cultura cattolica che combattè duramente il fascismo, con la nuova destra (che è anche e prima di tutto la Lega di Bossi) convive e governa.
Caro Savino,
qualche volta le mie valutazioni non coincidono con le tue, anche se mi piacciono i tuoi modi schietti e diretti. Ma su questo argomento direi che c’è una perfetta sintonia. Al di là delle ultime esternazioni, l’impressione è che il lupo abbia cambiato il pelo, ma non il vizio. Mi domando quale sforzo sovrumano sia richiesto a chi fino a ieri, indossando fez e camicia nera rispolverati in chiave ambientalista, cantava “Faccetta Nera” o Giovinezza, vagheggiava di bastonature ai comunisti. Non scherziamo. Se la situazione in Italia dovesse mutare, speriamo di no, rivedremo la vera faccia di questa gente. Intanto la vera faccia è molto facile vederla in provincia, dove anche esponenti nazionali e regionali si sentono meno sotto i riflettori e mostrano, in un attimo di rilassamento, ciò che altrove cercherebbero di nascondere. Come quello che tiene duri i muscoli della pancia, e li allenta appena girato l’angolo. Per carità, non nego che ci sia in atto un processo di democratizzazione,ma ci vogliono tempi lunghi, generazioni. Non è credibile che vadano in giro in giacca e cravatta coloro che negli anni settanta ho visto aggirarsi per Piazza Tuscolo in tutt’altro abbigliamento e atteggiamento. I figli, o forse i nipoti…