LA POVERTÀ COME GRIGLIA PER LEGGERE LA SOCIETÀ
2008 Ottobre 23
Negli ultimi decenni il mondo è stato attraversato da una grande euforia che come un’ubriacatura ha travolto ogni criterio di buon senso e di sano realismo. È stata diffusa l’idea che a tutti fosse possibile diventare ricchi e che si potesse consumare senza limiti. Alle vecchie ideologie del progresso si è sostituita quella dell’espansione quantitativa della ricchezza e dei beni. Ci hanno assicurato che bastava allungare la mano, così la finanza è diventata il campo di gioco che, per la prima volta nella storia dell’economia, ha assunto dimensione di massa. Mi sono sempre stupito nel vedere davanti alle filiali delle banche persone anziane, presumibilmente pensionati, ipnotizzate davanti a uno schermo a guardare le quotazioni borsistiche.
Ci si è convinti che fosse possibile creare valore senza ricorrere al lavoro e alla produzione e che si potesse fare soldi con i soldi. Si è cosi realizzata una ricchezza senza fondamenti. Per fortuna non tutti ci hanno creduto, una buona parte delle persone ha continuato a credere nel lavoro e nella creazione/produzione di beni e di servizi. L’euforia ha però generato uno stordimento generale e tutti si è guardato con tolleranza alla finanza creativa senza cogliere l’azione della speculazione.
Adesso la sbornia è passata.
Non mi hanno convinto i catastrofismi di chi adombra la fine del capitalismo e pronostica l’inevitabile esaurimento del nostro sistema economico che dovrebbe realizzarsi in un passaggio dalla recessione alla depressione. Resto convinto che non sarà cosi e nel mentre in tanti ricorrono alla lezione keynesiana per invocare l’intervento dello Stato in economia, credo sia opportuno non dimenticare l’analisi schumpeteriana che descrive i processi economici come un continuo succedersi di crisi, recessione e di ripresa in cui a farla da padrone è la distruzione creatrice che nel distruggere innova. L’economia capitalistica vive pertanto in un alternarsi di modificazioni, di alti e bassi, di superamenti e di innovazioni; ed è la consapevolezza di essere immersi in un processo di fattori interagenti più che in un sistema che dovrebbe stimolare la nostra attenzione. Abbiamo imparato dalla dottrina sociale della Chiesa a non avere parametri ideologici, ma ad analizzare con realismo i fattori economici partendo dalla centralità della persona e da come la sua dignità è rispettata e tutelata. Ed è partendo da questa lezione, che è nello stesso tempo di metodo e di valore, che dobbiamo cercare di valutare quanto sta succedendo e come stanno cambiando le situazioni. Del resto papa Benedetto XVI non manca mai di ricordarcelo.
Nell’attuale crisi finanziaria il peso della speculazione è stato determinante e questo fatto rende difficile prevedere gli sviluppi futuri, ma è indubbio che, nonostante gli interventi dei Governi a difesa dei sistemi creditizi e finanziari, la recessione sarà inevitabile. A questo punto dobbiamo chiederci quali saranno i costi sociali e quali criteri saranno assunti per ridefinire un nuovo equilibrio economico a livello mondiale e nazionale. In pratica ci dobbiamo chiedere quale sarà la qualità sociale della ripresa che tutti dicono di volere perseguire. Ed è su questo che ci si deve confrontare. Un compito rigoroso che interpella la coscienza dei cristiani di solito poco attenti nell’affrontare le grandi questioni di sistema e di struttura.
Un punto da cui partire c’è, e non sembri strano, è la povertà. Siamo stati abituati a misurare le nostre società dai parametri del benessere e della ricchezza. Da sempre siamo convinti che le cose vanno bene quando il Pil cresce. Da oggi in avanti dovremmo affermare che le cose vanno bene se la povertà diminuisce. Oggi il tema della povertà è dirimente. Esso va collocato all’interno dei processi che interagiscono sul piano dell’economia e non si tratta di andare alla ricerca di modelli alternativi, quanto di agire dentro le situazioni ed evidenziarne, per risolverle, le contraddizioni. Per questo va ripreso l’insegnamento di Giovanni Paolo II che ci aveva invitato a individuare e combattere le strutture di peccato che agiscono nel sociale e nell’economico, oltre che nella dimensione politica. La povertà è una delle questioni che più di altre evidenzia il permanere delle strutture di peccato. Nelle nostre società non è facile parlare di povertà, è un tema che desta repulsione e timore soprattutto quando bisogna prendere atto che i poveri sono nostri vicini, che abitano il nostro quartiere, che vivono nella nostra parrocchia e dentro e a fianco della nostra società civile. I poveri disturbano e non fanno arredo urbano e tante volte hanno anche il cattivo gusto di mostrarsi, di frugare nei cassonetti o di vivere nelle baracche o sui marciapiedi. Disturbano la nostra dimensione e mentalità borghesi. I poveri sono nello stesso tempo domanda e accusa nei nostri confronti. Eppure bisogna assumere la povertà come griglia per leggere e interpretare il mondo e le nostre società.
La prima questione che si presenta innanzi a noi è che la fame nel mondo sta aumentando e che la crisi alimenterà aggraverà ancor più una situazione che era già di per sé molto grave. Con la globalizzazione, il mondo sembrava diventare più ricco e in grado di produrre più alimenti. Invece la fame è aumentata. Il vorticoso aumento dei prezzi alimentari, del petrolio e dei fertilizzanti sta creando effetti devastanti sulle persone che già soffrivano la fame e la situazione è destinata purtroppo a ulteriori peggioramenti, perché i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati del 52% tra il 2007 e il 2008 e quelli dei fertilizzanti sono quasi raddoppiati nell’ultimo anno.
L’impatto dell’aumento dei prezzi che con ogni probabilità continueranno a salire, considerati gli aumenti dei prezzi dei cereali e delle oleaginose nel 2008, sarà devastante soprattutto nei Paesi poveri e in via di sviluppo dove si trovano 907 dei 923 milioni di persone che soffrono la fame.
Due sono gli impegni che bisogna assumere:
Ø Evitare che gli Stati usino la crisi finanziaria come pretesto per non rispettare i loro impegni (Obiettivi del Millennio) e ridurre l’aiuto ai paesi poveri. La finanziaria del governo Berlusconi prevede di falcidiare in modo massiccio gli aiuti per la cooperazione internazionale, al di là di tutte le dichiarazioni buoniste che si sentono fare. Bisogna che il Governo italiano rispetti gli impegni assunti e sia meno avaro;
Ø Fare in modo che i cittadini non siano soli di fronte alle difficoltà economiche che si presenteranno nell’immediato futuro, non si ripieghino solo sulle loro preoccupazioni, ma mantengano un’apertura verso l’impegno solidale.
Poi abbiamo i problemi di casa nostra. È innegabile che anche nel nostro Paese la povertà stia ampliandosi. Il recente rapporto della Caritas ci ha mostrato con chiarezza di analisi che accanto ai sette milioni e mezzo di italiani che vivono al di sotto della soglia della povertà relativa ce ne sono altrettanti che galleggiano appena sopra, ma che rischiano ogni giorno di inabissarsi nell’indigenza. Gli italiani coinvolti nelle dinamiche della povertà e dell’impoverimento sono circa 15 milioni. Crescono le persone cadute nell’emarginazione senza neppure aver potuto sperimentare una vita lavorativa e familiare normale; persone con una traiettoria di mobilità discendente, contrassegnata dalla perdita del lavoro, dei legami familiari, della stabilità abitativa; persone senza famiglia che con l’avanzare degli anni si trovano senza sostegni; donne sole con bambini, prive del sostegno del coniuge o con compagni a loro volta colpiti dalla precarietà occupazionale, da malattie o inabilità o con genitori anziani da assistere; persone che subiscono a livello psicologico e relazionale i contraccolpi della disoccupazione o del fallimento e della cessazione di attività autonome. I poveri e senza dimora sono tornati a essere visti come minaccia per la sicurezza, da allontanare e respingere dalle nostre città, specialmente quando appartengono a minoranze visibili e storicamente colpite dal pregiudizio, rom e sinti in primo luogo.
Tra i processi che generano impoverimento dobbiamo considerare in modo articolato il fenomeno dell’immigrazione, tenendo conto che la relativa povertà iniziale li rende flessibili, adattabili, e sfruttabili nel lavoro nero e sommerso e in altre attività al limite della legalità. La riluttanza a concedere loro, per esempio, la cittadinanza italiana, traduce istituzionalmente questa tensione tra integrazione economica ed esclusione sociale.
In parlamento si è recentemente discusso di povertà in virtù delle mozioni presentate da diversi gruppi politici. Non è stato, e spiace doverlo dire, un dibattito molto partecipato come invece avrebbe meritato. Alcune proposte sono state accolte dal Governo anche se si doveva fare uno sforzo maggiore. Combattere la povertà non è una spesa, ma un investimento che guarda al futuro.
I poveri sono sempre e comunque una domanda per una società democratica perché di fatto mette in discussione la dimensione stessa della cittadinanza. Per questo occorre un impegno civile per far crescere la consapevolezza che fin tanto che esistono dei poveri e che la povertà non diminuisce e tende a colpire le famiglie numerose (cinque o più componenti), i minori, gli anziani, le donne sole con figli, le aree di popolazione marginale e dell’immigrazione, a essere incrinata oltre che la dimensione umana è la stessa democrazia.
Ci si deve porre con molta attenzione il problema delle famiglie con più bambini e pertanto di qual è la differenza che si viene a determinare tra una famiglia composta di due adulti e un certo numero di figli rispetto a una famiglia senza bambini sul livello di benessere economico. Quello che emerge con chiarezza da molti studi, ma anche dall’evidenza empirica, è il determinarsi di una soglia di iniquità basata sul costo di mantenimento dei bambini tra famiglie povere e ricche, o tra quelle del nord, del centro e dell’Italia meridionale. Quando parliamo di bambini la loro povertà non andrebbe misurata solo in termini economici, ma anche relazionali e di inserimento sociale.
La persistenza delle persone in condizione di povertà è ormai un dato assodato statisticamente e che tende a stabilizzarsi più le condizioni economiche generali mortificano le possibilità di mobilità sociale di tipo verticale. Nelle condizioni di povertà si registrano anche forme di turnover che andrebbero tenute sotto osservazione e che richiederebbe forme nuove e innovative di sostegno per coloro che emergono, ma che rischiano di ricadervi. Un lavoro importante lo potrebbero svolgere gli istituti bancari attraverso forme di prestito o con le fondazioni di comunità.
Inoltre, sarebbe utile cercare di andare oltre il semplice approccio statistico e cercare di cogliere la natura multidimensionale della povertà, integrando le misurazioni statistiche del reddito con la carenza di capitale sociale a livello personale, sociale e territoriale: condizioni di vita, di istruzione, di cultura, di informazione e di relazioni, ma anche della disponibilità o meno di servizi sociali
Ma una politica di contrasto alla povertà richiede il crescere e il riformarsi di una cultura della solidarietà concreta che significa:
Ø il buon funzionamento delle istituzioni e dei servizi sociali e amministrare bene la cosa pubblica;
Ø un rapporto positivo con i tributi e le tasse;
Ø sviluppare una rete relazionale carica di senso e di significato e che abbia “cura” delle persone che incontra;
Ø impegnarsi nel volontariato e nell’associazionismo sociale;
Ø sviluppare una cultura della sobrietà alternativa allo spreco;
Ø chiedere agli eletti negli organismi rappresentativi (consiglio comunale, provinciale regionale e al parlamento, che mantengano le promosse di solidarietà fatte in campagna elettorale.
Il compito di dare una risposta alla povertà oggi tocca alla politica e credo sarebbe opportuno cogliere la sollecitazione che è stata avanzata dalla fondazione Zancan e dalla Caritas per un Piano di lotta alla Povertà che si basi innanzitutto su tre passaggi:
1. da trasferimenti monetari a servizi;
2. da gestione centrale a gestione decentrata;
3. definizione di piani di regionali e locali di lotta alla povertà.
L’Italia ha bisogno di un nuovo sistema sociale che non deve essere destrutturato ma rimodulato in modo che sia generatore di nuove solidarietà e di una spesa pubblica capace di conciliare i bisogni delle persone a partire da quelle più deboli e le esigenze di una società in profonda trasformazione.
Il problema di fondo resta quello di come fare del tema della povertà un tema di rilevanza politica, oltre che sociale.


TRA MONTAGNE DI TAVOR E ENORMI INCIUCIONI CONTINUAN I DISASTRI DI WALTER VELTRONI
E’ ora di dircela tutta, se non ora, quando? Che altro deve succedere ( come scrive spesso un blogger che ammiro), visto che l’Italia, e’ per me, ormai, in stra pieno, una neomonarchia neomedioevale non piu’ fondata sul lavoro, ma direi, molto piu’, su mafia, camorra, ndrangheta e ” fascismoderno”? Molti massoni, ( il)liberal, Rotariani, Lions clubboni, al medesimo tempo dirigenti del Pd, son, per me, corrotti, di certissimo nell’animo, ma, sarei sicuro, anche presso qualche fiduciario di isolette esotiche, da Silvio Berlusconi. Qs continuare della attuale dirigenza Pd, col ” isolati e’ bello, via questo, via quello, soli soli, solissimi”, o e ‘ sinonimo di primi segni di demenza senile, o e’ sinonimo di doppiogiochismo, incentivato finanziariamente, e/o massonicamente! E io mai fu antisemita, facciamo poco i furbi, son da sempre antinazifascista proprio per quella ingiustizia disumanissima indimenticabile che fu la Shoah. Ma l’evidenza e’ l’evidenza! Date piu’ retta al cuore e meno agli “amicidegliamici” incappucciati trasversaloni del “mafiosissimo e fascistissimo dentro”, ladronelardone infiltrone spione Giuliano Ferrara ( mai da scordare che era dietro Giuliano Tavaroli, Emanuele Cipriani e che voleva far mettere un esplosivo sul set de Il Caimano, per far uscire lo steso film in ritardo rispetto alla primavera 2006), cosi’ come a quelli del suo ” partito liquido ( esatto come il cianuro o la diarrea)”. Vi rifaccio qs mia profezia, spontanea, di stomaco, e, di solito, in qs casi, mai fin’ora mi sbagliai: a partire dal 2012, qs Italia neomonarchica, neomedioevale, maf..ascista, fascismoderna, massonazista, assomigliera’ devastantemente al Paraguay di Stroessner, ma a quello del 1979, pero’. Con i primi casi di desaparecidos politici. Non mi credete? Ridete arrogantemente, nonche’ snobbamente, solo perche’ vi aspetta giu l’auto blu, due autisti assonnati e il risottino al tartufo e champagne nel ristorantino ” chiclefreak”, da 120 euro, pagatovi dallo Stato, ossia da 60 milioni di persone? Di fessi? Ridete ora ancor piu’ a crepapelle, gia’ sapendo pero’ che io ho ragione e voi torto? Apposto: tenete qs post fino al 2012, poi rileggetelo, e forse, vi verranno i brividi.. I Berluscones, anzi I “neo apartheidisti” razzistissimi maf..ascisti Berlusxuxluxclones, son per me, esattamente come il loro simbolo di Canale 5: dei biscioni assassini. Diceva bene di loro specialmente Gianni Agnelli: ” gli dai il dito e ti prendono il c…”. Guardia alta, e tantissimi girotondi ( il centro sin spacco’ Berlusconi specialmente tra il 2002 e il 2006, allorche’ vi erano un mare di girotondi: che caso, eee; mentre le prese di brutto nel 2001 e 2008, allorche’ dire bah di Berlusconi era gravissimo; si scusi per gli enormi errori che fece in campagna ellettorale, da questo punto di vista, Walter Veltroni, almeno; chissa; perche’ la gang di Arcor..leone amava cosi’ tanto Walter Veltroni 8 mesi fa? probabilmente perche’ gia’ sapeva che con lui, che col suo “sbadiglismo moderatissimo”, a competerli, altro che ventennio…. ), o vedrete che fra un po’ di anni, alcuni militanti e bloggers per bene, i piu’ tosti, i piu’ agguerriti, di centro sin, che magari amate, a un certo punto scompariranno. GUARDIA ALTISSIMA, NERVI TESI, GRINTA ENORME, ATTIRBUTI IN FIBRILLAZIONE E ANCHE IL GIUSTO AMMONTARE DI BAVA ALLA BOCCA. A MALI ESTREMI, ESTREMI RIMEDI.
Ps Ma se Walter Veltroni ama isolarsi cosi’ tanto, non puo’ fare un partito tutto suo, anzi, suo e dell’altro amante del suo “moscimo”, Goffredo Bettini, chiamarlo “250 mila Tavor”, mollare il Pd e quindi finalmente farlo dirigere a uno A CUI PIACE VINCERE DAVVERO E CHE SALVI L’ITALIA DA STA BANDA DI MAFIOSI, NEONAZISTI, NEOXUXLUXCALNISTI, AL POTERE ORA? Walter Veltroni, se vai avanti cosi’ sarai ricordato in eterno come lo sdoganatore del secondo regime fascista italiano, ma per davvero.
I.
“La caratteristica che definisce l’imprenditore è data semplicemente dal fare cose nuove o dal fare cose già fatte in modo nuovo (innovazione)… non c’è bisogno che la ‘cosa nuova’ sia spettacolare o d’importanza storica, non c’è bisogno che si tratti dell’acciaio di Bessemer o del motore a scoppio; può anche essere la salsiccia di Deerfoot. Per cogliere il fenomeno anche ai livelli più modesti è indispensabile, anche se può essere difficile, analizzare storicamente i piccoli imprenditori”.
Joseph A. SCHUMPETER, “THE CREATIVE RESPONSE IN ECONOMIC HISTORY”, in Journal of Economic History, vol.7, November 1947, pg.149-159. Trad. di Riccardo Guala Duca.
II.
La “distruzione creativa”.
“L’impulso fondamentale che mette e mantiene in moto il motore del capitalismo deriva dai nuovi consumatori, beni, metodi di produzione o trasporto, nuovi mercati, nuove forme di organizzazione industriale, creati dall’impresa capitalista.
…..
… è un processo di mutazione industriale – se mi è lecito usare questa espressione biologica – che incessantemente rivoluziona la struttura economica dall’interno, distruggendo incessantemente quella vecchia, e creandone incessantemente una nuova. Il processo di Distruzione Creativa è il fatto essenziale del capitalismo. E’ ciò in cui consiste il capitalismo e ciò con cui qualsiasi capitalista è obbligato a convivere.
Ogni strategia aziendale acquista il suo vero significato solo rispetto al retroterra di questo processo e all’interno della situazione da essa creata. Essa svolge il suo ruolo nella perenne tempesta della distruzione creativa; non può essere compresa al di fuori di essa o nell’ipotesi che esista una perenne bonaccia”.
…..
La competizione che conta è quella che viene “dalle nuove commodity, dalle nuove tecnologie, dalle nuovi fonti di approvvigionamento, dai nuovi tipi di organizzazione… La competizione che determina un vantaggio di costo o di qualità decisivo e che colpisce le aziende esistenti non ai margini dei loro profitti e produzioni, ma bensì nei loro fondamenti e nella loro sopravvivenza. Questo tipo di competizione è molto più forte di quello descrito nei testi economici, ed è come un bombardamento in confronto alla forzatura di una porta”.
Joseph A. SCHUMPETER, “CAPITALISM, SOCIALISM AND DEMOCRACY” , Harper 1975 (orig. pub. 1942), pgg.82-85 (ns. traduzione).