UN PENSIERO CHE INTERROGA, UNA VITA INDOMITA: SIMONE WEIL

2009 Febbraio 3
by Savino Pezzotta

Buon compleanno Simone.

 

Il 3 febbraio ricorre il centenario della nascita di Simon Weil, una delle più interessanti donne filosofe del XX secolo, con Edith Stein, Hannah Arendt e Maria Zambrano.

 

Da alcuni giorni, diversi quotidiani la stanno ricordando e in particolare va richiamata l’attenzione sul bellissimo articolo di Paola Ricci Sindoni apparso domenica 1 Febbraio nell’inserto “Agorà della Domenica”di Avvenire, dove si mette in luce la sua ricerca di Dio.  Simone è stata, oltre che filosofa, una militante e non si può comprendere se non si tiene conto della sua attività politica e sindacale che, pur non riconoscendosi con alcuna posizione politica precisa, visse con passione e che la spinse a partecipare alla guerra di civile spagnola e alla resistenza.

 

Tutta la sua vita fu una ricerca incessante della Verità e della giustizia per gli oppressi; resta una delle pensatrici più interessanti del novecento ed è ancora  in grado di suscitare attrazione e riflessioni.

 

Ricordo l’emozione di quando, giovane operaio, lessi “La Condizione Operaia” e lo stupore di trovarvi descritta la vita che ogni giorno vivevo, ovvero la situazione di subordinazione e di essere costretto a obbedire a ritmi e a ordini imposti.

 

La Weil denunciava, per aver volontariamente scelto di vivere la vita operaia, con estrema chiarezza l’inganno della subordinazione e di quella dipendenza che espropria le persone da se stesse e le costringe a concentrarsi esclusivamente sul compito affidato. Nello stesso tempo metteva in luce come “l’oppressione a partire da un certo grado di intensità, non genera una tendenza alla rivolta bensì una tendenza quasi irresistibile alla più assoluta sottomissione”. Quelle non erano parole vuote o il risultato di un’analisi sociologica astratta, le vivevo nel mio quotidiano e nell’esperienza di vedere sorgere nella fabbrica in cui lavoravo un “sindacato giallo”, subordinato, finanziato e asservito alla proprietà.

 

Esistono anche oggi forme di subordinazione che non sono comprese come tali e, pertanto, ancor più insidiose di quelle che abbiamo vissuto nel passato. Pensiamo all’omologazione prodotta dai mezzi di comunicazione sociale che generano modelli, stili di vita, mentalità e criteri di valore. Viviamo in una società in cui permanente è il rischio di essere asserviti tramite un’insistente azione di persuasione occulta o palese. Giorno dopo giorno le persone sono inconsciamente portate ad assumere gli stessi modi di pensare, di valutare e interpretare la realtà. Il rischio di perdere la libertà di essere se stessi e incapaci/impossibilitati a riconoscere il bene e il male è sempre più presente, al punto tale che la stessa dimensione etica sembra perdere ogni connotazione razionale per affidare i nostri comportamenti al criterio del “così fan tutti”. In questa situazione l’impegno sociale e politico è eroso in profondità.

 

L’impegno sociale e politico dovrebbe invece essere sempre orientato dall’idea della felicità e tenuto vivo dalla ricerca di una vita buona per tutti, ma questo è pensabile solo a partire dal rifiuto dell’omologazione subordinante.

 

Il lavoro di per sé non è opprimente, ma la sua organizzazione può produrre costrizione e generare un senso di sradicamento e di separazione: vivere in un luogo in cui tutto è organizzato e diretto da altri genera un senso di frustrazione e tante volte di impotenza. Non sei altro che un piccolo atomo di un processo più complesso che sfugge al tuo controllo. Quello che più mi colpì in Simone Weil fu l’invito a non rassegnarsi mai: “Il problema, in questo momento, è quello di sapere se, nelle condizioni attuali, si può far sì che nell’ambiente della fabbrica gli operai contino qualcosa ed abbiano coscienza di contare qualcosa”.

 

Allora compresi che il problema delle lavoratrici e dei lavoratori non era solo una questione di salario e di emancipazione sociale, ma che alla base di tutto si doveva porre il valore della persona e il suo essere uomo e non merce-lavoro.

 

In questi giorni in cui non mancano critiche al sindacato, mi torna alla mente questa riflessione giovanile e mi sento obbligato, anche quando non condivido certe scelte, a tacere, a non aggiungermi al coro degli inquisitori. Il sindacalismo, con tutti i suoi limiti, le sue contraddizioni e le sue debolezze, ha il merito indiscusso aver fatto si che le lavoratrici e i lavoratori contassero qualcosa sui luoghi di lavoro e nella società.

 

Si dice che la classe operaia, quasi si volesse scongiurare un pericolo, non esiste più. Da un punto di vista sociologico è certamente vero, ma forse la “classe” come demiurgo dell’emancipazione non è mai esistita. Mentre invece sono esisti ed esistono le lavoratrici e i lavoratori, gli operai e i precari, persone che in questa situazione economica difficile sono sottoposti a nuovi gradi di sofferenza e di timore.

 

Operare perché le persone possano contare qualcosa significa essere molto attenti ai processi che anche oggi tendono a ridurre le possibilità della partecipazione sia attraverso leggi elettorali, che sembrano essere più concepite per realizzare dei paradigmi che non a creare delle possibilità, che con modalità di governo segnate dall’uso costate della decretazione e del ricorso al voto di fiducia, riducono la possibilità stessa di determinare un riferimento all’ambito plurale delle assemblee rappresentative.  In questo filone di restringimento delle possibilità va inserito anche l’antipartitismo e la logica dei partiti leggeri e liquidi, quasi che il fornire a chi non ha mezzi propri strumenti di partecipazione e di progettazione fosse qualche cosa di disdicevole.

 

Di questi problemi occorre avere cura ed essere capaci di assumerli e comprenderli.

 

La passione sindacale della Weil obbliga a rendere evidente come il sindacalismo abbia valore in sé. Il sindacato declina quando gli aspetti burocratici e organizzativi assumono, al suo interno, la prevalenza, quando si è sindacalisti a vita, mentre il suo compito dovrebbe essere quello di tessere le fila di relazioni umane, di impegno per liberare le persone dalle reali condizioni di subordinazione che si riflettono nella condizione umana e dalle reali difficoltà interiori. Non a caso nel “Journal d’usine”, il diario della quotidianità dell’ambiente di fabbrica, Simone annota i momenti della gioia e della stanchezza, la durezza del vivere e la rabbia che sale in corpo, ma anche la gratuità e la solidarietà che intravede in piccoli gesti e in qualche sorriso.

 

L’emancipazione – per usare questa antica e desueta parola ma che mantiene inalterato il suo ideale significato – degli operai e delle persone in stato di debolezza sociale ed economica, si realizza, secondo la Weil, non solo nel miglioramento, indispensabile, delle condizioni materiali del vivere, ma anche a livello interiore e in una tensione di crescita umana.

 

Oggi i luoghi di lavoro non sono più dominati dall’organizzazione tayloristica duramente criticata da Simone, ma non per questo il lavoro si è liberato dalle molteplici forme di alienazione e di subordinazione. L’ingresso massiccio delle nuove tecnologie e la loro pervasività, l’affermarsi dell’economia della conoscenza e dell’informazione, il crescere dei livelli di finanziarizzazione hanno mutato in profondità l’organizzazione del lavoro, ma non è detto che le persone al lavoro siano più libere.

 

Nella costruzione del suo pensiero c’è uno sforzo profondo e spirituale per legare l’ambito del lavoro, dove si manifesta, si crea e si ricrea in continuazione, all’identità relazionale delle persone e a una visione globale dell’esistenza. Oggi, mentre migliaia di persone in tutto il mondo, soffrono lo spettro del licenziamento, della disoccupazione e della precarizzazione, abbiamo il dovere di recuperare il senso e il significato profondo del lavoro, non solo nella sua dimensione economica ma come elemento fondamentale per la costruzione della personalità e delle relazioni umane.

 

Sulla reale funzione morale del lavoro, ci sono in Simone Weil delle preveggenze che tornano immediatamente utili ad affrontare le sfide del nostro presente e del prossimo futuro. Non sempre siamo riusciti a cogliere come l’avvento dei nuovi modelli industriali, economici, finanziari e i sistemi del consumo massificato incidessero sui modi di vedere e considerare il lavoro e il vivere. E, ne “La Condizione Operaia”, ricordava che “ … tutta la società deve essere anzitutto costruita in modo che il lavoro non tenda a degradare coloro che lo compiono”.

 

La nostra società ha inseguito l’illusione della ricchezza è ha generato lo sradicamento dei popoli dalle loro culture, ha indebolito e mercificato il riferimento al lavoro, ha messo in discussione il principio di solidarietà.  Lo spirito comunitario, sociale a ogni livello sembra essere scaduto e catturato dagli interessi particolari, corporativi, di gruppo, di territorio dimenticandosi della dimensione planetaria del destino comune degli uomini.

 

In questi giorni cresce il malessere sociale in tutte le parti d’Europa.Il rischio di un ritorno della disoccupazione di massa estende in tutto gli stati europei un profondo malessere sociale.  Movimenti di protesta sociale si sono verificati in Bulgaria, in Lituania, nella Lettonia, in Ungheria e in Islanda. E che dire del malessere greco? 

 

In Francia nei giorni scorsi si è assistito a un grande e partecipato sciopero generale. In Inghilterra i lavoratori scioperano rivendicando un lavoro che, secondo le regole europee, spetta alla ditta italiana che ha vinto l’appalto, dando vita a una sorta di conflitto tra lavoratori. Quello che però preoccupa è che all’orizzonte si profilano altre situazioni similari che vedranno lavoratori in contrasto con altri lavoratori solo perché sono immigrati o vengono da altri Paesi. I problemi che l’immigrazione ci pone sono tanti e sono sempre più complicati e la crisi economica in atto finirà per accentuarne la complessità. Non si può però pensare sia corretto pensare “prima i nostri “, quando in questi anni abbiamo usufruito e goduto anche del lavoro degli “altri” .

 

Le manifestazioni di protesta che stanno attraversando l’Europa, a prima vista sembrano mobilitazioni sparse, senza legame tra esse, ma dalla periferia montano e stanno arrivando al cuore del nostro continente e fanno intravedere il crescere di un più larga ed estesa mobilitazione sociale. La Confederazione europea dei sindacati (Ces) sta predisponendo, per il mese di maggio cinque euro-manifestazioni, a Bruxelles, Berlino, Praga, in Spagna, Barcellona o Madrid, e in Scandinavia, Svezia o Danimarca. Queste “giornate d’azione” si svolgeranno in conformità a una parola d’ordine ben chiara: difesa dei redditi e qualità dell’impiego.

 

Il rischio è che tornino i dubbi sull’apertura dei mercati e sulla validità della moneta unica; si tornerà a invocare il protezionismo e l’introduzione dei dazi. Tra gli operai inglesi sta penetrando con forza la propaganda dei partiti nazionalisti e in Italia, come in altri Paesi, è tornata a farsi sentire con forza la voce degli euroscettici. Bisogna fare molta attenzione a quanto sta avvenendo perché si parte con il dire che occorre garantire un corretto equilibrio sul territorio tra domanda e offerta di lavoro, che gli stranieri tolgono lavoro ai nostri e, tramite questi ragionamenti che sembrano ispirati al buon senso si lasciano passare idee di discriminazioni, di separazioni e di chiusura su se stessi. Questo invece dovrebbe essere il tempo della speranza e del coraggio.  

 

Nessuno può rimanere alla finestra a guardare e attendere che le questioni si risolvano, non servono i neutrali e chi pensa solo a come trarre vantaggi dalla situazione, ne basterà risolvere le questioni economiche, sarà invece necessario recuperare il senso, il valore e il significato del lavoro e, soprattutto, della persona e della sua libertà intesa come possibilità.

 

C’è un urgente bisogno di cercare con forza la verità di un’appassionata cura dell’altro nella sua individualità soggettiva, di una rigorosa cura della dignità personale, sociale, intellettuale, professionale e lavorativa dell’uomo.

 

Utilizzando come filtro interpretativo le riflessioni della Weil e volgendo lo sguardo appassionato sulla realtà dei nostri giorni, sulle inquietudini delle persone che incontriamo, sulle preoccupazioni dei deboli e dei poveri, sentiamo emergere l’esigenza di lasciarci interrogare profondamente iniziando dal bisogno di un nuovo radicamento in cui si riconoscano le persone, le comunità, le differenze in modo che l’accoglienza e il dialogo siano la nuova cifra dello stare insieme. Così scrive Simone: “Il radicamento è forse l’esigenza più importante e più misconosciuta dell’anima umana”. È tra le più difficili a definirsi. Mediante la sua partecipazione reale, attiva e naturale all’esistenza di una collettività che conservi vivi certi tesori del passato e certi presentimenti del futuro, l’essere umano ha una radice. Partecipazione naturale cioè imposta automaticamente dal luogo, dalla nascita, dalla professione, dall’ambiente. A ogni essere umano occorrono radici multiple. Ha bisogno di ricevere quasi tutta la sua vita morale, intellettuale, spirituale tramite gli ambienti cui appartiene naturalmente”.

 

Per questo occorre che si vada oltre la dimensione dell’interesse e riscoprire quella del bisogno e in particolare, come direbbe Simone dei “ bisogni dell’anima” che sono quelli che invitano alla responsabilità.

 

Pensare oggi ai problemi del lavoro, dei giovani, dei cassaintegrati, dei disoccupati giovani o non, delle donne non valorizzate nella loro dimensione, dell’immigrato non accolto o a mala pena tollerato perché serve, porta a considerare l’estrema urgenza di restituire a ciascuno il senso della propria utilità e indispensabilità.

 

La politica non sembra andare in questa direzione e a volte mi sembra che lo sforzo che con altri amici sparsi per l’Italia stiamo portando avanti sia quasi disperato. C’è troppa confusione in giro e le idee non sembrano chiare. Il dibattito politico il più delle volte sembra essere autoreferenziale e lontano dalle persone e dai loro bisogni.

 

Eppure questo nostro Paese avrebbe bisogno di una buona politica capace di dare sicurezza senza l’uso dell’esercito, attraverso un vero equilibrio delle ragioni sociali e culturali; di rispondere al bisogno di libertà, cioè della reale possibilità di scelta nella comunità; di dare risposte  al bisogno di autorevolezza senza cadere nell’autoritarismo e nel decisionismo, ma operando attraverso il rispetto reciproco e la valorizzazione delle competenze e delle virtù civili; di costruire  nuovi percorsi d’eguaglianza e di amicizie sociali e politiche.

 

Sempre più si avverte la necessità di costruire un impianto complessivo di sicurezza sociale uscendo dall’illusione che si possa raggiungere con la continua dichiarazione di emergenze e di stati di eccezione, ma nel fare in modo che l’anima non si trovi avvelenata dalla paura e dal terrore. A questo dovrebbe servire la politica. Per questo servirebbe una tensione ideale diversa. A fronte di come le vicende politiche italiane si stanno dipanando lo sconforto ti prende il cuore e la mente. La battaglia sembra essere impari e quasi impossibile.

 

Quando i tristi pensieri s’affollano nella testa devo ricordare che celebrare con coerenza il compleanno di Simone significa ripercorrere con la mente tutta una storia di impegno contro la subordinazione, per fare largo alla libertà, alla partecipazione e al protagonismo sociale e politico dei più deboli. La nostra battaglia è una battaglia dignitaria, è un agire per fare in modo che nessuna persona sia discriminata per quello che essa è, per la religione che professa, per il sesso, l’etnia e la cultura.

 

Simone Weil in questo è stata maestra. Morta a trentaquattro anni, non ha lasciato veramente un’opera compiuta ma molti articoli, delle minute e i “quaderni” dove si susseguono delle note e degli appunti, illuminanti come lampi.

 

Che cosa dunque rende il pensiero e la vita di questa donna interessante e universale?: Il pensiero interrogante, che ti scava dentro e che apre nuovi spazi.

 

A chi la possiamo paragonare?

 

Due mi sembrano le figure che più gli si avvicinano: Edith Stein e Etty Hillesum. Sono consapevole che è una comparazione azzardata perché la Weil non raggiunge il potente equilibro intellettuale di una Edith Stein, né la compassione luminosa di Etty Hillesum. La sua dimensione universale, che non è quella della sintesi e della costruzione di un pensiero sodo, sta nella capacità, attraverso la frammentazione degli interventi, di indicare un cammino, di tenere aperti gli spazi e gli orizzonti del pensare e del vivere: un insieme che rende evidente il permanente anelito verso la verità. Lo provano il suo percorso di vita e di impegno, le sue posizioni inconciliabili.

 

Si può chiedere se non può accadere per gli scritti di Simone Weil quello che è successo per i “Pensieri” di Pascal, tante e troppe interpretazioni e declinazioni che possono stravolgere il senso originario, ma in ogni caso sappiamo che mantengono vitale un pensiero e libera la ricerca dello spirito che ti obbliga a scoprire, assumere e lasciare in continuazione.

 

Resta comunque in lei sempre presente il desiderio di condividere la sorte degli ultimi,desiderio così forte che lo visse fino alla morte. Per condividere le privazioni delle persone che pativano e morivano di fame a causa della guerra e nei campi di concentramento, si rifiutò di dormire su un letto e di nutrirsi correttamente lasciando che quest’amore la consumasse. Era il 24 agosto del 1943, quando si spense serenamente.

 

5 Risposte leave one →
  1. 2009 Febbraio 5

    Grazie Savino, per il tuo post.
    Quando penso ai miei ultimi anni di lavoro in una grande multinazionale dell’informatica , non posso non pensare al tentativo, da parte dell’azienda, di fare in modo che il lavoro informasse tutta la mia vita, anche il tempo cosiddetto libero.
    Mi torna in mente il cellulare aziendale che squillava alle 23,00 o mentre stavo in ferie a San Pietroburgo, l’invito a tenere acceso il PC a casa per ricevere in tempo reale la posta aziendale, le riunioni in ora di pranzo o dopo le 20,00 e così via.
    Tutto questo sotto il ricatto morale. Per i cinquantenni, che non intendevano tradire il coniuge con l’azienda, il rischio di essere inserito in apposite black lists, per i giovani precari, che non volevano dedicare tutto il tempo al lavoro, il rischio (o la sicurezza) di non essere confermati.
    Dove è il rispetto della “persona” in questo contesto, dove è il tanto sbandierato primato del “capitale umano”? Dove è la presunta CSR (Corporate social responsibility?)
    Tocca a tutti gli uomini di buona volontà reagire, ma sopratutto ai cristiani spetta il compito di saper affiancare alla carità corta (amare il prossimo che mi passa accanto, il collega, il capo, il cliente) la carità lunga, ossia la capacità, con pazienza e intelligenza, di smantellare tutte le strutture del male (come quelle sopra riferite) e di inventare e costruire strutture di bene (imprese, modi di pensare, processi aziendali) che, non trascurando il profitto, sappiano però mettere al centro la persona.
    Insieme ad alcuni amici abbiamo scelto il motto “Persona è futuro” e vogliamo lottare per ideare e costruire, a partire dal piccolo intorno a noi, una comunità in cui sia effettivo il rispetto della persona come primato del vicere civile.
    Scusami per la lunghezza.

  2. 2009 Febbraio 5
    giuseppe cerasaro permalink

    Una certa esperienza di lavoro,anche in fabbrica,ce l’ho pure io. Leggendo il post di Savino riconosco tante situazioni reali,che anch’io ho vissuto,in diversi ruoli. Nella prima gioventù sono stato un tecnico di produzione,dopo aver interrotto a metà gli studi di giurisprudenza che non mi gratificavano. Devo dire che è stata dura, forse sono stati anni persi, conditi anche di umiliazioni e rancori,ma ringrazio sempre Dio di aver fatto quel lavoro. In una grande fabbrica ci si confronta con persone ricche di umanità,anche se rozze o sofferenti. Se avessi fatto l’avvocato,o il consulente del lavoro,che ero, non avrei capito niente della vita,e forse sarei stato insensibile davanti a molte situazioni. Ho poi fatto l’imprenditore,gestendo per dieci anni una piccola produzione di mobili componibili8. E’ stata l’esperienza più dura e difficile,sempre alle prese con debitori insolventi,che alla fine mi hanno costretto a chiudere. Anche di questa esperienza ringrazio Dio. Ho visto le cose dall’altra parte della barricata, quella del lavoro senza soste,delle ferie non fatte,delle notti insonni. Il lavoro è una galassia che non si finisce mai di conoscere e se ne potrebbe parlare per ore. Negli ultimi anni ho fatto ,come dipendente,il direttore di produzione. Come l’altro Giuseppe ho sperimentato le famose riunioni all’ora di pranzo e il problema di essere sempre reperibili. per la verità,tutte queste cose sono in gran parte inutili,con un minimo edi organizzazione si potrebbero evitare. fanno parte di un cliché, di uno stereotipo che serve a creare pathos, a darsi importanza. Un pò come le riunionin sindacali che iniziano a mez<zanotte e terminano al mattino,e che invece avrebbero tranquillamen te potuto iniziare al mattino per finire la sera. Comunque,dirigere qualcosa è estremamente più gratificante che eseguire mansioni subordinate. Credo sia davvero difficile,per un operaio,lavorare per tutta la vita in uno stato di soggezione.Lpensione arriva come una liberazione. Bisognrebbe saper rendere meno dura la vita a queste persone,variando le mansioni,gratificandoli di più economicamente e socialmente, sopratutto evitando pressioni inutili,ricordandosi sempre che si ha a che fare con delle persone in carne ed ossa. Da ultimo, e non lo dico mai a nessuno,hon avuto anche l’avventura di veder fallire l’Azienda,restando a oltre cinquant’anni in una posizione difficile,invisibile ai sindacati e ai governati. Per dire alla fine che mi presenterò al Padreterno almeno avendo la coscienza di aver capito quacosa del mondo in cui sono capitato. Le mie posizioni,”fanaticamente” interclassiste, sono anche un pò la somma di queste esperienze. Ho scritto davvero troppo.

  3. 2009 Febbraio 6

    Caro Savino sono molto grato alla Tua segretaria che mi ha fatto partecipe della Tua iniziativa a favore della divulgazione del pensiero della Weil volto ad affinare la capacità di scegliere un lavoro secondo la propria indole e in rapporto alle proprie necessità economiche e non solo spirituali.
    Domanl mattina avrò un incontro con il Vescovo Gualtiero Bassetti della Diocesi di Arezzo al quale ho anticipato circa trenta giorni orsono una memoria di come potrà essere superato questo momento “epocale”con una NEOEVANGELIZZAZIONE già in atto da molto tempo.
    Ti anticipo alcuni NEOPROFETI : San Francesco di Assisi,altri del ‘300,’400,’500,artisti pittori poeti che hanno sviluppato i temi dell’AMBIENTE.Su.su fino ai nostri giorni,il club di Roma,le ricerche del MIET,fino ai film documentari di All Gore che Barak Obama ha responsabilizzato per l’AMBIENTE.
    Contemporaneamente si sta diffondendo il concetto della Terra
    come una navlcella nello Spazio con le scorte limitate ma con la proprietà di rigenerarsi.dipende soltanto dalla volontà dell’UOMO se prevale il BENE PER L’UMANITA’
    Occorre aggiornare i DIECI COMANDAMENTI e non escludo che il VERBO SI FARA’di nuovo CARNE.
    Massimo Ermenegildo Rossi
    coordinatore del CO.DI.CE.della Rosa per l’Italia
    di Arezzo

  4. 2009 Febbraio 8

    Modificare il Dieci Comandamenti mi sembra un poco azzardato. Non possiamo certo sostituirce al Padre eterno. Forse le dovremmo un poco più rispettare . SAVINO

  5. 2009 Febbraio 8
    giuseppe cerasaro permalink

    Chi avrebbe fatto questa “modifica”?

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