«Riforme e poteri al premier»Così parlo’ Berlusconi
Chi si aspettava un discorso nuovo da parte di Berlusconi in chiusura del Congresso del Partito della Libertà, sarà rimasto deluso. Dopo due giorni di sfogo mediatico siamo ai soliti discorsi , quelli che da più di un quindicennio ci vengono ripetuti. Berlusconi, che ha pronunciato un lungo discorso conclusivo (71 minuti), dopo l’acclamazione all’unanimità a presidente del Pdl. . Dal Cavaliere non una parola sul bio-testamento e sul referendum elettorale di giugno. Mentre ha affrontato il tema a lui caro delle riforme istituzionali ribadendo la necessità di dare più poteri al premier. La corsa verso il Presidenzialismo è ormai nelle prospettive della nuova fase del berlusconismo. Preoccupa il fatto che abbia voluto ribadire le ottimistiche previsioni sull’uscita dalla crisi, quando, proprio oggi , in un rapporto presentato al G8 dei ministri del lavoro che si è aperto a Roma è stato lanciato un grido di allarme : entro la fine del 2010 il tasso di disoccupazione nei Paesi del G8 e in quelli dell’Ocse, escluso il Giappone, potrebbe avvicinarsi a valori a due cifre, ovvero oltre il 10%. Secondo gli ultimi dati, nel gennaio del 2009 il tasso di disoccupazione nei paesi industrializzati ha raggiunto il 6,9%, «quasi un punto percentuale più rispetto a un anno prima: questo implica che in un anno quasi 7,2 milioni di lavoratori si sono aggiunti ai disoccupati dell’area».
Ma nonostante questo si continua in un ottimismo che contraddice la realtà .
A Berlusconi oggi le questioni dell’economia e della disoccupazione sono un fastidio, mentre invece persegue con determinazione l’obiettivo di rafforzare il suo potere. L’intervento del Presidente del Consiglio si è concentrato facendolo diventare il tema principale del congresso sulle riforme istituzionali: «La Costituzione va rivitalizzata e arricchita. Una delle missioni della nostra maggioranza è ammodernare l’architettura istituzionale dello Stato». Parlando delle riforme, il neopresidente del Pdl lancia strali contro l’opposizione: «Le riforme andrebbero fatte in due, ma dopo le esperienze di questi anni c’è molto da dubitare sulla serietà della nostra controparte. Se ci sarà un atteggiamento di confronto, sarò il primo a rallegrarmene e a darne atto ai leader della minoranza; ma nel frattempo la nostra maggioranza e il Pdl non possono sottrarsi al dovere di fare la loro parte».
Il progetto è così chiaro che mi preoccupa , infatti Berlusconi ha affermato «Noi la riforma istituzionale l’avevamo già fatta, completata nel 2005, ma la sinistra, la stessa che oggi plaude alla richiesta di riforme, impedì di raggiungere la maggioranza dei due terzi del Parlamento e promosse il referendum che abolì quella riforma. La conclamata volontà costituente degenerò in una campagna di insulti, in ridicole accuse di regime. Ora le riforme per la modernizzazione delle istituzioni le stiamo facendo con la nostra maggioranza». «La Costituzione – continua Berlusconi – assegna al presidente del Consiglio dei poteri quasi inesistenti. In altri Paesi, invece, il premier ha poteri veri: in Italia ahimè ha solo poteri finti e così il governo non può intervenire con prontezza e lo Stato non può funzionare. Il Paese ha bisogno di governabilità».
Quello che Berlusconi dimentica o vuole far dimenticare è che la democrazia non è un semplice sistema di decisioni, ma un sistema di decisioni alle quali si arriva attraverso un libero e pubblico confronto di idee e di progetti. Il decisionismo è un modo che insiste sul momento finale e sulle soluzioni da praticare, mentre il processo politico democratico da spazio a quelle misure che garantiscono il confronto delle opinioni in modo da pervenire a conclusioni condivise e , soprattutto, orientate all’interesse generale. Al nostro presidente del consiglio sembra mancare una visione dialettica della democrazia e della costruzione delle decisioni. Emerge sempre nei suoi discorsi una visione riduttiva della democrazia , essenzialmente elettoralistica: i cittadini votano e il resto viene fatto da chi vince le elezioni.
Berlusconi parla anche del federalismo («Una riforma importante, non un tributo alla Lega di Bossi»), sottolineando che «ci sarà una riduzione delle spese inutili e tutto ciò che sarà risparmiato verrà utilizzato per diminuire le tasse». Sul piano-casa solo affermazioni generiche : «Sarà dedicato anche e soprattutto ai giovani». Non è mancato il capitolo sulle donne: «C’è una disparità occupazionale e salariale a danno delle donne, in Italia c’è una questione femminile da risolvere». Sull’ambiente, dopo aver ribadito il via libera alla proposta di Obama di ospitare il forum mondiale e luglio alla Maddalena: «Bisogna far rispettare il divieto di lordare le strade con mozziconi e cartacce, di imbrattare i muri. Dobbiamo riportare le nostre città al decoro».
E poi la verità del sondaggio , che non poteva mancare . Berlusconi cita l’«ultimissimo sondaggio: siamo al 44% e non ci possiamo accontentare. Infine, guardando avanti alle elezioni europee e annunciando la propria candidatura a capolista del Pdl, lancia il guanto della sfida a Dario Franceschini: «La mia candidatura è una candidatura di bandiera, una bandiera dietro la quale un vero leader chiama a raccolta il suo popolo. Sarebbe bello che anche il leader dell’opposizione, se è lui stesso un leader, facesse altrettanto».
Prima di Berlusconi hanno parlato i tre nuovi coordinatori del Pdl, Sandro Bondi, Ignazio La Russa e Denis Verdini. La Russa parla «agli amici della Lega»: «Sono convinto che si possa trovare un percorso, ma devono sapere che vanno rinnovate le formule di intesa per una più vicina e forte assimilazione. La competizione non è un male ma non può non essere ad armi tra pari tra alleati. Non può dunque essere quella in cui tocchi sempre al Pdl di farsi da parte, perché noi dobbiamo dare delle risposte ai nostri elettori».
Non ci dimentica dell’Unione di Centro «Il percorso verso il bipolarismo per noi è irrinunciabile, lo dico all’Udc».
Per noi è il contrario ed è proprio la trasformazione del bipolarismo in bipartitismo che contrastiamo e che dobbiamo contrastare con tutte le nostre forze.
E se c’erano dei dubbi sullo sbocco presidenziale , ci ha pensato Verdini a fugarle: «Penso che non sia un fatto eversivo parlare della seconda parte della Costituzione e puntare al presidenzialismo».
In apertura dei lavori è stato approvato lo statuto del Pdl, 4 i voti contrari e 5 gli astenuti sui 5.820 delegati. Per effettuare la votazione, avvenuta per alzata di cartellino giallo, è stato fatto salire sul palco il notaio Antonio Patella, che ha verificato la correttezza delle procedure e l’assenza di ricorsi. Con tre voti contrari e 2 astenuti è stato eletto il collegio dei probiviri, composto da nove membri.
Siamo pervenuti all’acclamazione , al superamento del voto segreto. Ho sentito un commentatore della Televisione paragonare questo Congresso ai congressi della Democrazia Cristiana. Altra mistificazione che dovremo sopportare nei prossimi giorni. Nei congressi democristiani se c’era una cosa che non si faceva era proprio l’acclamare un capo, anzi quando si poteva lo si ridimensionava.
Prepariamoci bene alla nostra assemblea di Venerdi e Sabato, dopo questo Congresso c’è ancor più l’esigenza di un soggetto nuovo che creda in una democrazia partecipata e di rappresentanza. Dovremo riflettere con molta attenzione sul ruolo che vogliamo giocare nel futuro del Paese e come condurre avanti una opposizione di merito e di valori. Devono riflettere anche quelli del Partito Democratico che sono chiamati ad abbandonare le loro autosufficienze e molte delle loro politiche. Oggi il problema che la democrazia italiana ha di fronte è come rendere possibile l’alternanza ed evitare di ritrovarci in una democrazia bloccata e per giunta presidenziale. C’è di che riflettere e pensare.


Ciao Savino,
sono d’accordo sul carattere più mediatico che reale del Congresso del PdL.
Penso peraltro che, per fronteggiare questo attacco mediatico, non possiamo limitarci a denunciarlo, ma occorre presentare proposte concrete ed adeguate ai problemi del XXI secolo.
Ad esempio, siamo sicuri che l’introduzione del federalismo fiscale (che poi è molto simile a quello istituzionale) non richieda di essere bilanciato dalla introduzione di elementi correttivi a livello centrale?
Questa tensione verso una maggiore efficienza e velocità del sistema politico va propugnata particolarmente in una fase storica epocale nel quale gli effetti della globalizzazione impongono spesso scelte rapide e incisive.
Occorre trovare soluzioni istituzionali che, rispettando le regole della democrazia liberale, permettano di risolvere questi aspetti di nuova governance istituzionale.
Allora va bene il no al Presidenzialismo, ma cosa proponiamo, solo la reintroduzione delle preferenza? Devo essere sincero, se il nostro obiettivo è ritornare al proporzionalismo della prima repubblica ho tantissimi dubbi e non so se sarei in grado di condividere questa linea. Quel tipo di proporzionalismo postula un nuovo modello di sviluppo economico, ben lontano da quello americano, ma anche dall’economia sociale di mercato e questo dovrebbe essere chiarito a tutti.
Forse dovremo tutti impegnarci per uscire dal nostro italiano provincialismo (l’Italia non è il centro dell’universo) e impegnarci, come Paese e non come singoli partiti, a costruire una governance europea più completa, autorevole ed efficiente.
Cari saluti
Vista la deriva verso cui sta navigando Berlusconi, così come l’ha presentata al congresso (?) del Popolo delle Libertà, corre l’obbligo di porre una domanda a tutti coloro che nel tempo hanno condotto le loro battaglie motivandole con lo slogan “non vogliamo morire democristiani”.
Sia chiaro, nessun rimpianto per la fine della Democrazia Cristiana salvo rilevare che questo partito fondava la sua politica sul piano dei principi fondamentali affermati dall’insegnamento sociale della Chiesa (valore e dignità della persona, solidarietà di tutti verso tutti, sussidiarietà e la responsabilità) rispetto ai quali la concezione individualista, utilitarista ed egoista della filosofia neoliberista a cui si ispira Berlusconi e la sua maggioranza, si colloca agli antipodi.
Si può dunque constatare e convenire che non solo i sostenitori di quello slogan ma tutti in modo più o meno consapevole, democristiani compresi, sono caduti dalla padella nella brace. Oggi purtroppo la prospettiva non è solo quella di “morire berlusconiani” ma anche in un paese che non è quello nel quale tutti si riconoscevano, delineato dalla Costituzione e governato da regole condivise.
Non mi pare che quelle indicate da Berlusconi siano prospettive esaltanti, a meno che tutti coloro che non le condividono non decidano di “andare oltre” le vecchie tradizioni ideologiche per fondare una nuova identità culturale e ideale sui principi etici comuni della Costituzione repubblicana laica e dell’ispirazione cristiana.
Il punto di partenza di questo percorso è dato dal condividere la necessità di un incontro positivo tra la coscienza laica e quella religiosa e dal non ignorare, da parte dello Stato laico, che l’ispirazione cristiana non è un fenomeno esclusivamente privato e di coscienza senza ricaduta sociale e politica.
Se ciò avverrà si potrà convenire sul nuovo slogan “non vogliamo morire berlusconiani”, avendo la certezza che il cambio sarà proficuo per il Paese e per le persone.