Cari amici, Buona Pasqua.
Questa mattina le campane sono ritornate a suonare e ha diffondere atomi di gioia , eppure non riusciamo a gioire con questo suono atteso. Celebriamo questa Pasqua con un vuoto nel cuore e con il pensiero rivolto alle vittime del terremoto e ai loro famigliari. Lo sconforto è grande quanto la voglia di gridare contro il cielo, ma non ci adagiamo sulla facile blasfemia perché sappiamo che nel mondo ogni cosa e ogni avvenimento è un passaggio.
Venerdì mattina sono stato all’Aquila per i funerali di Stato e per dare l’addio alle vittime del terremoto. E’ stata una cerimonia sobria, dignitosa e attraversata dalle lacrime e dal dolore, vissuta come momento di riflessione e di raccoglimento.
Ero lì, davanti alle bare, con i molti pensieri che attraversavano la mia mente e che non trovavano risposte.
Eravamo lì, non per cercare di essere inquadrati dalla televisione, ma per cercare umilmente di condividere e farci interrogare dal dolore, dal pianto e dalla sofferenza.
Ho affidato il mio sentire ad un articolo che è apparso su “Liberal “ di sabato che riproduco.
Non posso non rilevare come stonato e fuori luogo e prevenuto, un articolo di Roberto Monteforte apparso su L’Unità dal titolo “ La Chiesa è distante”, in cui si critica l’omelia pronunciata dal Card. Tarcisio Bertone. Per darvi l’idea di come il pregiudizio continui a permanere ho pensato di riprodurvi l’articolo con un mio commento.
Di seguito i due articoli e il commento .
ARTICOLO SU “LIBERAL” - Sabato 11 Aprile 2009-
ARTICOLO SU “L’UNITA’” e Commento
Emozioni e pensieri tra la folla dei funerali
IL GRANDE CUORE DELLA NOSTRA GENTE
Un conto è guardare delle immagini in televisione – un modo di vedere che dà sempre un senso di smarrimento, dove il confine fra reale è irreale non è mai ben chiaro – e un conto è trovarsi davanti a un piazzale pieno di bare. Vedere il dramma con i propri occhi, guardare le bare dei bambini sopra quelle degli adulti. E stata un’impressione pressione lacerante e toccante, da togliere il respiro. Perché davanti a una situazione come questa ci si rende conto di come il dramma sia quello della carne, non quello delle case cadute: perché lì vedi l’ampiezza di quello che è successo, soprattutto nel volto delle persone che hanno perso tutto. Ti rendi conto della nudità dell’uomo a confronto della tragedia. Certo, si vede anche altro: una marea di tute gialle e arancione, quelle dei volontari corsi in Abruzzo. E allora si capisce che questo Paese è qualcosa di più. Davanti a momenti come questi, ci rendiamo infatti conto che in profondità – in questa società frammentata e un po’ sfaldata – continua a permanere un humus culturale che è fatto anche e soprattutto di solidarietà e umanità.
Quello che appare come protagonista in questi giorni in Abruzzo è sicuramente il dolore, la distruzione e la tragedia: ma si vede anche il volto di un Paese che è in grado di reagire. Che è in grado di fare con totale gratuità quello che è necessario: una nazione che ha delle grandi potenzialità. E queste saltano subito agli occhi, perché questa è una nazione che ha un’umanità grande, che viene sottolineata proprio in questi momenti. E quindi, anche la dimensione della politica che riflette sull’Abruzzo non deve semplicemente fermarsi (anche se è giusto farlo) a come ricostruire ciò che il terremoto ha distrutto, ma deve cogliere questo modo di essere delle persone, cercare di capire da dove nasce una cultura del genere.
Recuperare quello che è il senso nazionale, l’idea di nazione che in questo momento scaturisce fuori. E lo fa in maniera spontanea: non c’è bisogno della teoria. Davanti alla paura del terremoto c’è anche la speranza di una possibilità, che sta dentro quello che potremmo chiamare“la dimensione popolare”, un sentire della gente. Oltre alla cura delle cose, dovremmo avere anche la cura delle culture, delle storie: perché è in questo modo che un Paese può andare avanti, anche davanti alle crisi economiche e politiche. Ma bisogna averne cura e rispetto. Quello che emerge da questa tragedia, lo ripeto, è la consapevolezza che l’Italia è un Paese con delle potenzialità incredibili.
Non bisogna dividerla, non si deve cercare di inserire delle discriminazioni nella nostra società, perché non appartengono alla nostra cultura. Non fanno parte della cultura della nostra gente.
E ai funerali celebrati ieri si è visto: nessuno si è diviso, nessuno ha chiesto la provenienza geografica di chi era presente. Il vigile del fuoco defunto, bergamasco, non è stato ricordato perché padano o non padano: si è celebrato esclusivamente il senso dell’umano.
Quando si profila il senso della vita, il senso della dignità della persona, la forza che scaturisce dalla sua libertà, si è davvero davanti a questo tipo di cultura. Il resto è soltanto un tentativo di rompere quello che potremmo chiamare l’ethos popolare di questo Paese. Questa è la riflessione che il terremoto ha portato. Anche le nostre battaglie riformatrici, di conseguenza, non si devono incentrare soltanto sull’elemento importante delle cose da cambiare – che sono tante – ma devono comprendere anche le cose da conservare, che sono molte di più.
Bisogna conservare intatto il cuore della gente, quello che ieri si è fatto vedere con forza.
ARTICOLO DELL’UNITA’ – Sabato 11 Aprile 2009
SE LA CHIESA È DISTANTE
Roberto Monteforte
E’ stato il segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone a tenere l’omelia durante i solenni funerali di Stato per le vittime dell’Aquila tenutasi a Coppitto nella Piazza d’Armi della caserma della Guardia di Finanza. Davanti alle 205 bare allineate, ai parenti, alle massime autorità dello Stato non sono dell’arcivescovo dell’Aquila, monsignor Molinari le parole di conforto e di speranza. La presenza del più stretto collaboratore del Papa indica l’impegno e la vicinanza della Chiesa intera verso le popolazioni colpite. Benedetto XVI ha affidato al suo segretario particolare, monsignor Georg Gaenswein un suo messaggio personale.
Eppure le parole del cardinal Bertone, il suo invito a guardare al futuro e alla speranza sono suonate come spente, astratte, distanti dalla sofferenza di chi piangeva i suoi cari. Fredde. Come imbrigliate dal protocollo istituzionale. E soprattutto distanti da quella domanda tanto umana, quel: perché è accaduto? Che richiama l’altra domanda, quella di giustizia: vi sono colpe da ricercare?.
MIO COMMENTO
Ci sono momenti , e il giornalista de L’Unità lo dovrebbe sapere, in cui le parole sono per loro natura incapaci di rende chiaro quello che sta nel cuore di chi le pronuncia. C’è , in questi momenti particolari, una distanza , una separazione, una distinzione tra il dire e il dire. Il dolore lo si può dire , ma il “detto”anche quando è pronuciato con calore e paertecipazione , è diverso dal sentire e dal patire.
Quando un cardinale pronuncia parole come queste : “ Dio può sembrare assente, il dolore apparire una forza bruta e senza senso, le tenebre degli occhi pieni di pianto sembrano spegnere anche i più timidi raggi del sole e di primavera. Eppure è proprio mentre si fa provocatrice la domanda “dov’è il tuo Dio?” che sentiamo emergere la profonda certezza dell’intervento amorevole di Dio. Il nostro è un Dio che soffre con noi e per noi, un Dio che sceglie il silenzio per accasarsi tra le braccia di chi, soffrendo, si sforza di tenere accesa la fiaccola della speranza” , si è invitati a riflettere e non ha polemizzare.
Quelle pronunciate dal Cardinale , sono parole che si collocano ben oltre la soglia di qualsiasi freddezza, ma esprimono la profondità della tensione che un credente vive innanzi alla tragedia di tante morti e distruzioni. Sono state, a mio parere, le parole più drammatiche tra tutte quelle pronunciate in questi giorni.
Esse investono le ragioni della fede.
Un non credente può inveire contro la natura e l’incuria degli uomini. Il credente viene scosso da un interrogativo che va oltre e che lo costringe a porsi dubbioso di fronte al fondamento del suo credere. Quando una città si frantuma , i bambini innocenti muoino, le persone perdono la vita sotto il cadere delle loro case ci si chiede : “Dio dov’era ?” .
La domanda è angosciante e tremenda. E’ a questo interrogativo drammatico che il Cardinale Tarcisio Bertone ha cercato di dare una risposta e soprattutto di tenere viva la speranza.
Non è con le giuste accuse che devono essere fatte, con le polemiche che sono necessarie che si alimenta la possibilità di una rinascita, ma è nel non lasciare morire la speranza che si generano possibilità di riscatto, anche dal dolore più profondo.
Peguy , questo mirabile poeta che bisognerebbe leggere in continuazione, ha scritto ne “Il portico del mistero della seconda virtù”, versi che dovremmo sempre rimandare a memoria e ne cito una piccolissima strofa :
“La carità ama quello che è.
Nel tempo e nell’Eternità.
Dio e il prossimo.
Come la fede vede.
Dio nella creazione.
Ma la speranza ama quello che verrà.
Nel tempo e nell’Eternità”
Lasciamo dunque le polemiche a chi le fa e vediamo se in questi giorni tristi si riesce a sperare contro ogni speranza. Le parole del Cardinale, pronunciate con tono dimesso, rispettoso e fermo ci indicano un cammino.
Nel vedere allontanarsi le duecentocinquanta bare, ho pensato al dramma di chi ha perso i suoi cari, a chi non avrà più una casa , una famiglia, ul lavoro; ho pensato ha chi dovrà attendere il ritorno di una “normalità” che non sarà più tale perchè attraversata da un dolore immenso .
Oggi penso a noi impegnati in politica e mi chiedo se saremo adeguati e capaci di costruire risposte che si proiettino sul lungo tempo andando oltre l’urgenza del presente. Quando i riflettori delle televisioni si sposteranno su altri problemi che faremo? Sono domande che mi turbano nel profondo e che innanzi ai trionfalismi mascherati da efficentismo , rilevano un senso di inadegutezza e di profondo timore.
Vedo che , in questa mattina di Pasqua , i giornali e i mezzi di comunicazione , giustamente iniziano porre l’accento sulle responsabilità, che ci sono state e che andranno perseguite con molto rigore. Ma mi chiedo anche perchè queste domande ce le poniamo sempre il giorno dopo, perchè manca o è debole un giornalismo civile che fa inchieste sulle situazioni e che le segue nel loro svolgersi e pertanto si fa coscienza civile il giorno prima?
Domande e solo domande.


Condivido pienamente l’osservazione che “oltre alla cura delle cose, dovremmo avere anche la cura delle culture, delle storie”. Come molti sono rimasto impressionato dalla capacità di reazione delle popolazioni colpite e dalla solidarietà gratuita emersa in occasione di una situazione critica; nella sua tragicità è una grande lezione che svela quali immense potenzialità latenti siano presenti nella nostra società. L’economia, la scienza, la tecnica non sono che strumenti, ma è l’uomo al centro della storia con la sua attitudine inspiegabile di reagire al corso inevitabile degli eventi. Soprattutto la politica dovrebbe trarne un utile insegnamento, riscoprendo e valorizzando queste energie senza bisogno di una tragedia.