APPROFONDIRE IL PENSIERO DI DON MAZZOLARI
Considerato che molti amici sono stati molto interessati dalle riflessioni e dagli appunti su Don Primo Mazzolari , mi permetto di segnalare che è in libreria il volume” Spada a doppio taglio. Domande radicali nella letteratura italiana del Novecento” (Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia editore, 2009, pagine 256, euro 18) a cura di Massimo Naro, contenente gli atti del convegno tenuto a Roma il 5 e il 6 giugno 2008. L’Osservatore Romano ha pubblicato una la relazione al convegno che ho pensato utile offrire alla vostra attenzione.
DON MAZZOLARI E LA PARABOLA DEL SAMARITANO
di Rino La Delfa
Con Il Samaritano (1938) inizia ufficialmente il cristianesimo sociale di don Primo Mazzolari. L’analisi della parabola [evangelica] procede quasi per sentenze e con riferimenti continui al tempo in cui fu scritto il libro. L’esordio è chiaro: “La verità che libera è una religione; una verità che fa schiavi non è verità”. Nel riproporre la narrazione meditata della parabola, Mazzolari ricorda che Cristo l’ha creata servendosi della “vanità offesa” di un dotto. Per chi non ha occhi, “il Samaritano è un racconto qualunque dove si narra di un uomo ingenuo (…) che si è lasciato prendere dalla pietà, il più rivoluzionario dei sentimenti, perdendo tempo e danaro”. Per chi vede, invece, “è l’unica soluzione del problema sociale, il crocevia di ogni religiosità come di ogni umanità. Vale di più la parabola del Samaritano che tutti gli innumerevoli e contrastanti programmi sociali”. L’esegesi inizia con il tocco suggestivo della voluta letteraria: “Un uomo e una strada”, un uomo che non ha nome mentre gli altri personaggi hanno un nome, o quello del mestiere o quello del paese, una strada che è quella di tutti. Da questo punto inizia la critica di Mazzolari al comunismo: “Una visione materialistica della vita è la strada della parabola, lungo la quale i ladroni sono i più logici viandanti. Non capisco come il comunismo riprenda con entusiasmo religioso l’esperienza. Purtroppo il comodo di pochi, sotto una forma o sotto un’altra in qualsiasi regime, autoritario o democratico, torna sempre”. Se uno si domanda – incalza l’autore – donde sbucano i ladri non ha che una risposta: “La parabola non dice che sia piuttosto di qua che di là: vengono da ogni dove”. E parlando dei ladroni osserva: “Vi sono scrittori cattolici che sia affannano per dare a questa e a quella frase evangelica, questo o quel significato sociale, dimenticando che la visione cristiana della società è contenuta nei principi fondamentali della religione”. Le cause che ci fanno ladri sono due e due sono i rimedi. Il primo, “approfondire l’insaziabile che è in noi e le cose, per correggere e sublimare la concupiscenza”. Il secondo, “ridurre lo squilibrio e le ingiustizie sociali, così che il pretendere non sia mai un diritto”. Il cristianesimo – secondo alcuni – insegna a costruire l’individuo, ma non ci aiuta a costruire il mondo: il sacerdote e il levita sono due credenti; ma che cosa hanno risolto? Mazzolari prende in esame il sacerdote e lo paragona al Maggiore della parabola del Prodigo, “che conosce la legge” ma “non conosce il dolore”. Se il suo apostolato vuole essere redenzione deve “passare per la strada di tutti”. Mazzolari non porta avanti alcuna tortuosa esegesi sul termine sacerdote: “Il sacerdote della parabola è un uomo senza cuore” ma, avverte, Cristo non ha voluto mettere in evidenza la sua mancanza come un difetto congenito della casta sacerdotale bensì dimostrare come “nulla ci salvi dall’impietrimento, neanche la religione, se non ci si immerge nella sua realtà soprannaturale”. E il levita? È “una brutta copia (…) una sottospecie del sacerdote”. Perché “non c’è nulla di più accomodante della legittimità del potere. I giuristi sono un po’ come i giullari: servono i potenti”. Cristo ci racconta del levita, anche a costo di ripetersi, “per documentare un difetto assai frequente del laicato cattolico, nella sua educazione all’apostolato (…) un gran pericolo è la clericalizzazione del laicato”. Un Samaritano mette termine al “monopolio del bene” e a tutte le dottrine razziste e di lui sono esaminate l’anima e le opere. Per Mazzolari, il Samaritano è “come ogni tipo immortale della spiritualità evangelica”, un richiamo per quelli che “estranei, assenti, inutili, s’attaccano alla retorica dell’interiorismo e del soprannaturalismo”. Di lui dice che “è consacrato sacerdote; prende il posto del sacerdote che tira dritto”. E più tardi commenta: “In certi sistemi d’apostolato c’è una spiritualità e un soprannaturalismo quasi disumanato. Non l’aspetto eroico del precetto ferma gli animi, ma l’irreale di cui spesso lo si circonda, credendo di elevarlo”. Cristo alla fine domanda chi dei tre fu prossimo, mentre il dottore aveva chiesto chi è il mio prossimo. Si tratta – per Mazzolari – di un capovolgimento del problema: “Al dottore importa sapere quali siano le persone che egli può considerare come prossimo, lasciando bene intendere che la qualifica di prossimo dipende da certe condizioni esterne. Per Cristo invece il prossimo deve essere dichiarato dal mio animo”. L’imperativo è “un comando, non è una regola” perché “il cristiano che si ferma e si chiude invece di camminare, rischia di smarrire la coscienza della cattolicità”.


Caro Presidente,
una piccola riflessione (per contribuire al confronto) da un semplice ex democristiano che dopo 15 anni si è voluto avvicinare alla politica.
Secondo le notizie giornalistiche presto lo scenario politico italiano dovrebbe cambiare da un bipolarismo (centrosinistra – centrodestra) al tripartitismo (progressisti di sinistra – progressisti e moderati di centro – destra populista).
Allo stato attuale in termini numerici significa assegnare sulla carta un 20% alla sinistra, un 15% al centro ed un buon 50% alla destra (il resto ai partitini minori – 5% – e a IDV – 10%).
Il discorso non fa una piega.
Ora però nascono tre problemi che appaiono contraddittori:
1 – per battere Berlusconi (teoria Tabacciana) la sinistra dovrebbe allearsi con il centro. Questa teoria pone una all’alleanza (in veste europea) tra PSE e PPE contro PPE (anomalia tutta italiana)
2 – per governare il centro deve unirsi con la sinistra ed elaborare un programma comune (? Miracolo tutto italiano) e accettare l’appoggio anche di Di Pietro se si vuole battere Berlusconi (? Super miracolo italiano)
3 – se passa il referendum con il premio di maggioranza anche il miracolo è inutile (vince il partito che ha preso più voti – Berlusconi) tranne nel caso che la coalizione contrapposta riesca a mettere tutti insieme in un amalgama (chi sa cosa pensa D’Alema di questo? Già ne pensava male di Veltroni – Di Pietro – Bonino immaginiamoci di D’Alema – Casini – Bonino – Di Pietro).
Certo nel dire queste cose avrò fatto degli errori. Però mi serve per capire che (lo sostengo da mesi) nel prossimo futuro ci saranno due centri (moderati cattolici e progressisti cattolici). Perché arrivo a questa conclusione? Perché mi è difficile pensare che un Partito unico della nazione (progressisti e moderati cattolici) possa appoggiare la lega ed il PDL in Campania, Friuli, Sardegna ecc.
Per evitare di essere inconcludente ribadisco, nel mio piccolo, che la soluzione migliore è una federazione di centro sotto il labaro del Partito della Nazione. Sarebbe un percorso meno accidentato e meno rischioso. Non so vedere insieme Cuffaro Letta e Rutelli.
Rutelli si sposterà con tutta la corte ed i cortigiani. Se non lo ha fatto ancora non è per attendere le elezioni europee ma unicamente perché i DS nel PD gli hanno svuotato la cassa. Cosa voglio dire? Che i soldi servono per ricomporre la margherita (alias progressisti cristiani).
La mia fiducia è nel credere al grande partito della Nazione non sotto le tette di Cesa che accoglie figli e figliastri (allatta i figli e tiene a digiuno i figliastri) ma sotto la forma della grande federazione di centro.
Utopia? Può darsi.
A me risulta difficile pensare che lei non prenda iniziative.
Io penso che il politico sia la punta di una piramide sostenuta dalla base. Provi a capovolgere la piramide… l’anarchia.
Grzie dell’attenzione
Caro Presidente,
una piccola riflessione (per contribuire al confronto) da un semplice ex democristiano che dopo 15 anni si è voluto avvicinare alla politica.
Secondo le notizie giornalistiche presto lo scenario politico italiano dovrebbe cambiare da un bipolarismo (centrosinistra – centrodestra) al tripartitismo (progressisti di sinistra – progressisti e moderati di centro – destra populista).
Allo stato attuale in termini numerici significa assegnare sulla carta un 20% alla sinistra, un 15% al centro ed un buon 50% alla destra (il resto ai partitini minori – 5% – e a IDV – 10%).
Il discorso non fa una piega.
Ora però nascono tre problemi che appaiono contraddittori:
1 – per battere Berlusconi (teoria Tabacciana) la sinistra dovrebbe allearsi con il centro. Questa teoria pone una all’alleanza (in veste europea) tra PSE e PPE contro PPE (anomalia tutta italiana)
2 – per governare il centro deve unirsi con la sinistra ed elaborare un programma comune (? Miracolo tutto italiano) e accettare l’appoggio anche di Di Pietro se si vuole battere Berlusconi (? Super miracolo italiano)
3 – se passa il referendum con il premio di maggioranza anche il miracolo è inutile (vince il partito che ha preso più voti – Berlusconi) tranne nel caso che la coalizione contrapposta riesca a mettere tutti insieme in un amalgama (chi sa cosa pensa D’Alema di questo? Già ne pensava male di Veltroni – Di Pietro – Bonino immaginiamoci di D’Alema – Casini – Bonino – Di Pietro).
Certo nel dire queste cose avrò fatto degli errori. Però mi serve per capire che (lo sostengo da mesi) nel prossimo futuro ci saranno due centri (moderati cattolici e progressisti cattolici). Perché arrivo a questa conclusione? Perché mi è difficile pensare che un Partito unico della nazione (progressisti e moderati cattolici) possa appoggiare la lega ed il PDL in Campania, Friuli, Sardegna ecc.
Per evitare di essere inconcludente ribadisco, nel mio piccolo, che la soluzione migliore è una federazione di centro sotto il labaro del Partito della Nazione. Sarebbe un percorso meno accidentato e meno rischioso. Non so vedere insieme Cuffaro Letta e Rutelli.
Rutelli si sposterà con tutta la corte ed i cortigiani. Se non lo ha fatto ancora non è per attendere le elezioni europee ma unicamente perché i DS nel PD gli hanno svuotato la cassa. Cosa voglio dire? Che i soldi servono per ricomporre la margherita (alias progressisti cristiani).
La mia fiducia è nel credere al grande partito della Nazione non sotto le tette di Cesa che accoglie figli e figliastri (allatta i figli e tiene a digiuno i figliastri) ma sotto la forma della grande federazione di centro.
Utopia? Può darsi.
A me risulta difficile pensare che lei non prenda iniziative.
Io penso che il politico sia la punta di una piramide sostenuta dalla base. Provi a capovolgere la piramide… l’anarchia.
Grazie dell’attenzione
Ciao Luigi,
come sai, condivido buona parte del tuo ragionamento, vorrei solo capire meglio cosa intendi con “Federazione di centro sotto il labaro del Partito della Nazione”.
Partito della Nazione è la proposta politica lanciata da Casini e appoggiata da Cesa (e penso anche da Cuffaro).
Forse per Federazione di Centro intendi un soggetto politico che nascerebbe da un rimescolamento delle carte e che vedrebbe insieme una parte dei cattolici democratici e dei moderati della Margherita (per intenderci i seguaci di Letta e Rutelli), i teodem, e la parte sana (che c’è ed è forse mggioritaria negli elettori) dell’attuale UDC.
Se questa è la tua idea, non vedo motivi per non condividerla.
Certo, un partito serio non lo si costruisce a scacchi, ma nasce sulla base di un progetto culturale e di un programma a breve e lungo termine condiviso. Penso però anche le rappresentanze politiche prima indicate abbiamo una omogeneità ideale e programmatica abbastanza consolidata.
Sarebbe interessante avere anche il parere di altri su questa ipotesi tutta da costruire come opzione strategica.
Un abbraccio, ciao
Giuseppe caro amico,
abbiamo un’età che ci consente di verificare il percorso passato della diaspora dei cattolici. Nessuno, ripeto nessuno, ha mai rinunciato alla sua identità. Basta pensare al dibattito ed alle differenze tra cattolici sociali, democratici, liberali apparentemente sorpassata ma capaci ancora di frenare l’avvenire dell’area cattolica.
Per federazione di centro intendo un partito capace di convogliare con una forza centripeta, inversa alla forza centrifuga che ha caratterizzato il passato, tutte le anime dei cattolici e dei laici di buona volontà che condividono valori e prospettive future della dottrina sociale della Chiesa e non si pongono contro il magistero.
Per fare questo è necessario non disperdere il lavoro fatto sia dalla Rosa bianca che dall’udc (convergenza dinamica a te cara).
Come è possibile? Continuare su questa strada intrapresa a Roma il 3 e 4 aprile ma con la convinzione di non bruciare tappe per la fretta che portano necessariamente all’annessione (poi con risultati antipatici dopo le elezioni).
Allora, per non far sentire nessuno escluso, bisognerebbe tenere distinto il partito della nazione dall’udc. Ricordi la dichiarazione di Cesa un anno fa? L’udc architrave che poggia sui pilastri (il trilite). Questa figura geometrica pone i pilastri insieme ed uniti (movimenti associazioni ecc e l’architrave che tiene salda la figura geometrica.
Questa idea non è la finalità ma il passaggio obbligato per consentire ad altri di potersi avvicinare (margherita, incipit ecc.).
Pensaci bene: quali sono le difficoltà? Tre:
1. sentirsi estraneo in casa udc
2. escludere altri fatta la costituente
3. incidere poco sull’attività delle basi (patrimonio di passione e di iniziative culturali)
Si risolverebbe anche il problema del tesseramento e dei delegati (molti fingono che è superato io invece no perché non vivo nella Gerusalemme celeste ma in mezzo ai lupi).
In che modo si supera? Ognuno provvede al proprio tesseramento. Per dirla in parole povere senza vergognarci: come era strutturata la Dc con le diverse anime interne (esclusa la disonestà intellettuale e politica).
Non è la panacea Giuseppe, me ne rendo conto ma bisogna mediare e trovare una via d’uscita. Questo salverebbe la cosa più importante: l’identità dei gruppi.
Pensi davvero che Rutelli verrà da solo? Scordatelo. Che facciamo ricominciamo d’accapo? Una federazione è sempre aperta ad accoglie gruppi e l’ingresso è più semplice.
L’obbiettivo? Tre quattro anni di tempo per il 2013 per l’amalgama e poi partire alla grande con il risultato di ritornare competitivi contro il PDL (la sinistra nel contesto avrà dato il peggio di se senza i cattolici con la resa dei conti senza ideologia).
Per fare questo Savino Pezzotta (lo dico con amore) dovrebbe chiedere l’assistenza all’Ausiliatrice dei cristiani e non temere se la battaglia sarà dura, molti lo seguirebbero perché è in gioco il valore della morale e dell’etica sociale.
Non è il PDL il nemico e neppure d’Alema. Il nostro nemico è il potere forte dell’ateismo misto al potere economico.
Credi davvero che se Berlusconi andrà via tutto è finito? No, amico mio. A Silvio succederà Piersilvio (alla faccia di Fini).
Un caro abbraccio
Luigi
Luigi,
l’idea di tenere il Partito della Nazione distinto dall’UDC mi piace, come anche l’idea di riorganizzare (con quel che comporta) democraticamente la Rosa per l’Italia in funzione del suo ingresso, insieme all’UDC e agli altri partiti politici, del Partito della Nazione a base federale.
Peraltro mi permetto di sottolieare realisticamente una perplessità connessa allo lo sforzo finanziario necessario.
Ma non vorrei che il nostro diventasse un confronto a 2.
Sarebbe bello che anche altri partecipassero.
Aspetto commenti e suggerimenti.
Cari saluti, un abbraccio
La Rosa bianca è nata come un cantiere: ognuno porterà calce, cemento, ferro ed acqua. Le cattedrali si costruiscono con la passione e l’entusiasmo di tutti. Non si distribuiscono posti (per questo ci sono i magnati della politica).
Anche a me farebe piacere leggere il pensiero di altri.
Il 5,6% dei voti dell’Udc alle scorse politiche è stato ottenuto con l’apporto di alcune parti ex Margherita, addirittura si parla di un 2/3 dei voti Udc come nuovi all’esperienza fino ad allora portata avanti dai centristi della Cdl. Questo significa che, a parte l’enclave siciliano, dove l’egemonia del clientelismo lega l’Udc più di ogni altro partito similmente a quella che fu la corrente Dc andreottina, il risultato è pressochè omogeneo in tutta Italia. Ma ciò che nessuno ha posto in essere,preso soprattutto dall’immaginare scenari in cui uomini come Letta facciano armi e bagagli per passare nel partito di Cesa è ciò che continua a consumarsi a livello locale dove, malgrado i buoni propositi dell’Assemblea di Roma e del paventato PDN, i dirigenti locali Udc anche quando animati da nuovi percorsi politici e programmatici, vengono stoppati dagli organi intermedi o addirittura dalla segreteria nazionale. Il caso di Teramo è emblematico. La direzione provinciale aveva scelto di sostenere alle provinciali il candidato cattolico del Pd ma allo stesso tempo un’agenzia di stampa dava siglato dai dirigenti regionali Udc, l’accordo con le liste del Pdl. Per dovere di cronca l’Udc di teramo sarà commissariata e il segretario provinciale darà le proprie dimissioni. Forse è questo il modello del PDN? Fermo restando la mia personale adesione al progetto del Partito Democratico, come più volte espresso, nessuno riconosce ai cattolici del Pd traguardi importanti come la stessa candidatura di Renzi a Firenze o Delbono a Bologna, due città legati fortemente alla tradizione della sinistra post-PCI ma che alle primarie hanno scelto candidati moderati. Così come a lungo andare saranno gli esponenti più di centro a guidare il partito, proprio perchè esperienze come quella di Letta ma anche di Rosy Bindi (vedasi primarie Pd 2007) hanno raccolto attorno alla propria idea di paese esponenti che non hanno più la necessità di rivendicare valori e precedenti appartenenze ma in forza degli stessi filoni culturali di provenienza hanno provato a lavorare gomito a gomito in un soggetto di cui personaggi com D’Alema hanno perso il potere decisionale a favore di quello partecipativo. Noi cattolici democratici non abbiamo rinunciato mai alla nostra tradizione culturale, poichè a differenza del liberalismo e del comunismo, non è stata mai sconfessata dalla storia ma grazie anche all’impegno di uomini nobili e maestri di saggezza come Sturzo, De Gasperi, Moro, Fanfani, Mazzolari, Dossetti, Scoppola, Andreatta, Bachelet,Lazzati, Gedda ecc…ha saputo fare grande l’Italia. Da qui l’essere sempre alternativi alle destre e alla visione della società che da esse scaturiscono e allo stesso tempo essere vigili affinchè valori come libertà e laicità non siano di dominio altrui o peggio strumento di contrapposizione ideologica.
Ne approfitto per porre all’attenzione del Blog dell’On Pezzotta e degli amici che si riconoscono nella Rosa per l’Italia di un articolo significativo sul ruolo dei cattolici democratici PD. Nessuna pretesa ma solo l’intenzione di porre in essere una riflessione di cui volgio rendermi co-protagonista sotto l’attenta visione di Savino Pezzotta.
“Chi ha paura dei cattolici democratici”
Articolo tratto da “Europa”, del 10 Aprile 2009
Ha ragione Ruggero Orfei quando spiega (Europa 14 marzo) che Berlusconi definisce Franceschini «cattocomunista» perché gli mancano i criteri per capire il cattolicesimo democratico e perché quel poco che ne intuisce lo spaventa. E infatti Berlusconi ha in mente che un cattolico in politica dev’essere semplicemente moderato; se non è così dev’essere un «cattocomunista». Cioè un eretico, un agitatore sociale.
Ma Franceschini non è il primo.
Forse il più famoso fu La Pira, chiamato «comunistello di sacrestia». Il problema è che molti non sono mai riusciti a capire che cos’è il cattolicesimo democratico. Ma la ragione della polemica è anche un’altra: che il cattolicesimo democratico autentico (come quello di Franceschini…) è molto pericoloso per l’ambigua alleanza messa in piedi dalla destra nostrana. Il cattolicesimo democratico, infatti, rifiuta il moderatismo ma pratica la moderazione: Moro, Martinazzoli, Lazzati o Prodi non sono stati certo estremisti fanatici.
E tuttavia il cattolicesimo democratico ha una cultura che discende dalla “falda calda” del pensiero politico di ispirazione cattolica. Non sono solo riformisti freddi, amministratori di interessi e mediatori tra diverse necessità.
Hanno un’idea forte di società e di politica, che attinge alla speranza di cambiamento, di progresso sociale, di maggior libertà. Hanno avuto grandi maestri come Maritain, Mounier, Dossetti e un ideale forte che può mobilitare le energie di un popolo.
Come direbbe Arturo Paoli dimostrano che «la politica può essere ancora amore e progetto». La loro presenza nella società italiana è stata decisiva negli anni della Costituzione, della ricostruzione e della difesa democratica. Oggi è meno visibile; ma nel Pd (e in altre forze nella grande area del centrosinistra) ci sono persone e gruppi che possono renderla più incisiva. Ridestare uno spirito ricostruttivo, un progetto di libertà e giustizia per tutti. Perciò è importante che anche nel Pd questa presenza si affermi. Quello che Berlusconi teme e chiama «cattocomunismo » è capace di dare al partito nuovo uno stile di collaborazione, di disinteresse personale e di passione politica, una cultura che guarda al futuro per guidarlo verso un umanesimo integrale.
Insomma, forse può «far battere il cuore». E vincere: non per avere qualche parlamentare in più, ma per aiutare il paese a crescere; le persone a vivere con libertà e fiducia e sperare per le generazioni future. Perciò il ruolo di Franceschini, in collaborazione con le altre persone e componenti del Pd e non solo, è prezioso per aprire una nuova stagione.
Per quale recondita ragione i commenti su “Don Mazzolari e la parabola del samaritano” si sono concentrati sul tema della rappresentanza della politica, sui sommovimenti in corso nelle forze politiche e i loro possibili esiti, non lo so, ma il fatto è che così è, e dunque ne prendo atto e colgo l’invito di Giuseppe Sbardella per partecipare al dibattito che si è aperto.
Anzitutto è opportuno ricordare da dove siamo partiti e dove siamo adesso:
la vecchia UDC (Unione Democratica Cristiana) avendo rifiutato la proposta di Berlusconi di rinunciare al suo simbolo per confluire nella lista del popolo della Libertà, si è trovata fuori dalla coalizione elettorale di centro destra e nella condizione di correre da sola alle elezioni politiche. Questo dato, assieme alla preoccupazione per il risultato elettorale, ha consentito l’alleanza elettorale proposta dalla Rosa per l’Italia all’UDC (Unione Democratica Cristiana) fondata sull’impegno di costruire un nuovo soggetto politico di centro equidistante dai due poli di destra e sinistra, che per opportunità elettorale si è chiamata Unione di Centro.
tralasciando ogni altra considerazione sul terremoto prodotto dai risultati elettorali non si può non convenire che l’alleanza Rosa per l’Italia – UDC è stata premiata, se non in termini di incremento di voti, sicuramente come capacità di tenuta. Secondo lo studio dell’IPSOS di Nando Pagnoncelli, presentato il 14 giugno 2008 al Convegno del Movimento Civico Lombardo “Nelle terre del Nord tra flussi e riflussi”, nel 2008 solo il 55% del vecchio corpo elettorale UDC (Unione Democratica Cristiana) ha rivotato l’UdC (Unione di Centro), mentre il 45% dei voti sono il valore aggiunto portato dalla Rosa per l’Italia e dalle altre formazioni confluite in questa alleanza elettorale. E’ bene che ci si ricordi sempre di questo dato: l’UDC (Unione Democratica Cristiana) da sola non avrebbe ha superato lo sbarramento del 4%, e se l’UdC (Unione di Centro) è presente in Parlamento il merito è delle forze che hanno sottoscritto quell’alleanza elettorale e gli impegni conseguenti.
con notevole ritardo sui tempi auspicati, il 20 febbraio scorso al Convegno di Todi viene presentato il “Manifesto per una nuova Italia” e convocata l’Assemblea nazionale per il 3 e 4 aprile al fine di avviare il percorso di costituzione dell’Unione di Centro che si concluderà con il Congresso fondativo programmato per il prossimo autunno. In questa occasione viene anche discussa e approvata la proposta che alle elezioni amministrative ed europee del 7 giugno l’UdC (Unione di Centro) sarà presente con proprie liste e senza alcun apparentamento, specificando che nelle elezioni amministrative, qualora si rendesse necessario il ricorso al secondo turno, l’eventuale alleanza con altre forze politiche sarà determinata solo dal grado di condivisione del programma presentato.
dell’Assemblea nazionale del 3 e 4 aprile, sulla quale sia Battista Bonfanti che il sottoscritto hanno espresso alcune valutazioni critiche, meritano di essere rammentate due affermazioni: a) con l’avvio della costituente di Centro non esistono più le formazioni politiche che hanno dato vita all’alleanza dell’Unione di Centro (oppure Partito della Nazione, come indicato all’Assemblea Nazionale. A proposito: si chiamerà così il futuro Partito o è solo una proposta?); b) ciò che sarà la nuova formazione politica è tema aperto alla discussione e al confronto con tutti coloro che intendono partecipare al percorso della costituente, quelli che già ci sono e quelli che verranno prima che essa nasca.
Credo di non aver dimenticato nulla di rilevante in questa ricostruzione e, dunque, di poter convenire, perché questo mi pare il senso degli interventi di Avella e di Sbardella, che essendo all’interno del percorso che porterà al Congresso costitutivo del prossimo autunno, sia bene discuterne tutti i problemi da loro indicati, e non solo quelli.
Con realismo e obiettività occorre prendere atto che nel percorso avviato con l’alleanza elettorale per le politiche del 2008 e rilanciato dall’Assemblea del 3 e 4 aprile emergono molteplici difficoltà che possono essere comprese ma non giustificate. Nel merito voglio richiamare l’attenzione su cinque temi:
1. Se la volontà di costruire il nuovo è di tutti, è reale ed è autentica non ha alcuna ragione di essere quella modalità di rapporto e relazione di taluni che considerano altri “buoni ultimi arrivati”, importanti per quanto richiesto in termini organizzativi nella fase elettorale, ma non accolti come soggetti con i quali lavorare assieme per costruire il futuro. Questo era il clima che respiravo all’Assemblea nazionale di Roma ed è purtroppo anche quello che informa il rapporto dell’UDC con gli altri soggetti dell’UdC in molte province della Lombardia.
2. Se il percorso intrapreso è determinato dalla volontà di soggetti diversi per storie personali e di gruppo, per esperienze e sensibilità, che per il bene comune delle persone e del Paese, convengono su obiettivi di breve e lungo periodo, non può esserci chi, affermando la prevalenza della propria originaria appartenenza, motiva l’impossibilità di considerare ipotesi diverse da quelle formalmente indicate nel tempo dal suo partito e afferma che la costituente di centro è possibile solo attraverso la confluenza, con quanto ne consegue, nel contenitore già esistente (leggasi UDC), non certo per costruire contenitori nuovi (leggasi UdC o altra definizione).
Fuori di metafora: chi sostiene, e ce ne sono ancora, che l’Unione di Centro altro non è che il nome nuovo dell’Unione Democratica Cristiana, che di questa conserva il patrimonio e le scelte politiche, è bene sappia che con queste idee non si va da nessuna parte e che ciò che si mette in discussione è il futuro dell’UDC, comunque la si voglia declinare.
3. Se è diffusa, in tutti coloro che vi partecipano, la consapevolezza che le prossime elezioni amministrative, più che quelle europee, sono il banco di prova della validità e credibilità di quel soggetto politico che si sta costruendo e che oggi si chiama Unione di Centro, dovrebbero tutti accettare e condividere quel poco o tanto di rischio, anche per le posizioni personali, che è richiesto da percorsi inediti e da obiettivi primari di democrazia.
Così non mi pare che sia. Molti di coloro che partecipano a questo percorso, e parlo di persone non di sigle, mantengono aperta sia la porta di uscita dal percorso sia quella di rientro nella vecchia area di provenienza: in grande prevalenza il centro destra. Costoro è bene che decidano adesso con chiarezza e convinzione con chi vogliono stare. Più per loro stessi e il loro futuro che per quello dell’Unione di Centro che, non vorrei, che la sua nascita generasse una divisione la cui causa sta nelle ambiguità odierne di molti.
4. Se è vero, come credo, che grande è l’attenzione fuori dall’UdC per quanto avviene nell’UdC, è bene che coloro che manifestano tale attenzione si decidano ad abbandonare i vecchi lidi per approdare a nuove terre, ed è bene che lo decidano presto in quanto è adesso che vi è la possibilità di partecipare, alla pari con gli altri, al processo di costituzione dell’Unione di Centro, che è cosa diversa dall’aderirvi successivamente.
Mi auguro che ciò avvenga per la superiorità che le ragioni politiche ed ideali storicamente hanno sulle persone e sui posti da occupare. Anche perché nell’attuale quadro della rappresentanza della politica, essendo l’UdC all’opposizione ed equidistante dalla destra e dalla sinistra mi pare difettino i posti da occupare.
Partito come soggetto unico ed unitario o federazione di forze diverse, Statuto del nuovo partito, dunque regole e modalità di vita interna, articolazione nel territorio e autonomia di questi livelli, adesione o tesseramento, così come tutti gli altri indicati da Avella e Sbardella, sono temi che devono essere affrontati nella fase costituente, non dopo, e loro, Avella e Sbardella, hanno fatto bene ad aprire il confronto di merito.
5. Se il percorso intrapreso per la costruzione dell’Unione di Centro appare verosimile, altrettanto non lo sono le considerazioni e le valutazioni da me svolte, appartenendo queste all’area della soggettività e alla opportunità del confronto, quindi lontane da ogni pretesa di indicare soluzioni o risposte ai problemi. Resta in ogni caso vincolante, per il convenire sulla validità del progetto dell’Unione di Centro, il rifermento valoriale e culturale al “Manifesto per la nuova Italia” proposto al Convegno di Todi. Aggiungo come ulteriore riferimento, perché coerente ed esplicativo dei contenuti del Manifesto, l’intervento di Savino all’Assemblea Nazionale del 3 e 4 aprile.
Su queste basi e a queste condizioni credo sia possibile non solo testimoniare, ma rendere credibile, la presenza dei cattolici in politica.
BENE, LEGGO CON PIACERE LE VOSTRE(SBARDELLA,AVELLA, VIALBA) RIFLESSIONI: CONTRIBUISCONO A FAR LIEVITARE LA CONOSCENZA DEI POSSIBILI MOVIMENTI DELLE MASSE CHE TUTTAVIA SONO TROPPO ESPOSTI A CAMBIAMENTI D’UMORE IN RAPPORTO AGLI AVVENIMENTI IMPREVEDIBILI.
DA QUANDO SAVINO PEZZOTTA HA TRACCIA000TO LE LINEE GUIDA DELLA ROSA BIANCA A ROMA PER ME ESISTE SOLO QUELLA RELAZIONE COME CARDINE DI UN PENSIERO INEQUIVOCABILMENTE VINCEBTE NELL’ITALIA DI OGGI.
L’UDC E PIER FERDINANDO CASINI NON SONO PIU’ GLI STESSI DI UN’ANNO FA’!IL NO AL LEADERISMO E’ STATO CONCORDEMENTE SUPERATO!SI RITORNA AI VALORI CHE I PADRI DELLA COSTITUZIONE HANNO FORGIATO CON IL <>PER RICOSTRUIRE IL NOSTRO PAESE NELLA SUA DIMESIONE FISICA E SOPRATTUTTO ETICA, MORALE.
DA CRISTIANO CREDENTE E LAICO DEL BUON SENSO.QUALE IO MI RITENGO,PENSO CHE DIVULGARE IL PENSIERO E IL LOGO DEL <>SIA IL MODO PIU’ EFFICACE PER CONVINCERE GLI ALTRI
Massimo Rossi Coordinatore del CO.DI.CE. della Rosa Bianca di Arezzo
NON SO PER QUALE MOTIVO IL COMPUTER HA ELUSO <> O <>
Signor Rossi,
leggo con gratitudine il suo intervento perchè aiuta a ritenere che la strada che i cattolici e laici di buona volontà hanno inteso intraprendere al tempo della Rosa Bianca per l’Italia non era basata su di un simbolo o su di una novità politica (come tante in questi ultimi 15 anni) ma sulla proposta di costruire un cantiere che andava oltre l’accademia e proponeva un coinvolgimento di tutte le persone desiderose di impegnarsi in politica con spirito di sacrifico e di impegno morale.
Il movimento civico popolare federativo possedeva la novità (concreta e non aleatoria) di vivere il servizio civile da protagonisti. Protagonismo non incentrato sugli affari o sull’egoismo ma sul fatto che imparavamo a sentire l’agape politica (cosa rara di questi tempi).
Ecco perchè si può rinunciare a tutto (simbolo, nome, ecc.) ma non ai valori condivisi e vissuti in spirito di fratellanza: un comune sentire per offrire i propri talenti con responsabilità e rigore morale.
Che Savino Pezzotta fosse un punto di riferimento (non lo dico per plageria) non ci sono dubbi – moralmente nulla da dire – però oggi ci sentiamo orfani di una politica che ci vede ai margini e relegati nel deserto.
Spero che a presto, al di là di tutto, si possa trovare un equilibrio e ritrovare l’entusiasmo dei primi giorni della Rosa Bianca.
Saluti
Per il signor Vialba,
è vero ho invaso una riflessione su don Mazzolari.
Il motivo è per una frase che mi ha colpito: se l’apostolato vuole essere redenzione deve “passare per la strada di tutti”.
Questa frase mi ha fatto concepire il mio intervento:
se la politica è apostolato deve passare per la strada di tutti. Molto si collega alla frase di De Gasperi: ho un sogno – dare al popolo il governo di se stesso.
Cordiali saluti
Invito a leggere “Don Primo Mazzolari”
Editrice Ave – Fondazione Apostolicam Actuositatem
Colgo l’occasione per promuover il nuovo Blog dei Cattolici Democratici di Quarta Fase a sostegno dell’Associazione Nazionale guidata dall’On. Giacomelli e che fa riferimento a Dario Franceschini e Beppe Fioroni e che comprende l’Associazione “I Popolari”, alla cui presidenza siede l’on. Gabriele Mori(candidato all’Europarlamento alle prossime lezioni – Circoscrizione Centro), la Fondazione “White” Persona – Comunità – Democrazia di Pierluigi Castagnetti.
Nessun proselitismo politico. Solo il desiderio di raccogliersi per una futuribile alleanza tra Pd e Unione di Centro.
Grazie Margheritino, più che di una alleanza fra PD e Unione di Centro, parlerei di un nuovo soggetto politico in cui tu non dovresti incontrare Cuffaro e io non dovrei incontrare tanti radical-chic…
Cari saluti
Caro Giuseppe, ahimè quel giorno non potrà mai arrivare così come oggi sono Pd e UDC.
L’UDC non può rinunciare al “Cuffarismo” perchè al di là delle buone intenzioni, senza i consensi della Sicilia, difficilmente il partito sarebbe rappresentato in entrambi i rami del Parlamento.
Così come il profilo di Casini, che ricordo essere il Presidente dell’Internazionale Democratica di Centro e importante leader del PPE (che raccoglie oggi paradossalmente gli euroscettici e i conservatori e pone in ombra gli ideali dei padri fondatori dell’Europa unita a cui in linea di principio il PPE si richiama)pone in seria considerazione la reale possibilità di un nuovo soggetto politico, così come espresso già nei documenti costitutivi della Rosa per l’Italia e della Costituente di Centro. Casini non può rinunciare tuttavia alla propria appartenenza – e sarebbe ingeneroso pretenderlo- alla famiglia democristiana, discorso diverso per i “Popolari” di Castagnetti che hanno lasciato sul piano internazionale il riferimento al Cristianesimo democratico oramai snaturato da neo-centristi e liberal-conservatori (vedasi est Europa, il Pdl in Italia ma anche la Cdu tedesca, il PP spagnolo o l’Ump francese,) e si sono aperti alla cosidetta “terza via” tra PPE e Socialismo europeo, terza via che nei fatti sta praticando l’Unione di Centro in Italia.
Il Partito Democratico, dal canto suo, (anche se lo dico da militante convinto) non può rinunciare al patrimonio culturale dell’Ulivo e del cattolicesimo democratico incarnato da uomini come Beniamino Andreatta, che hanno creduto alla possibile alleanza tra progressisti e moderati. Del resto proprio questa alleanza, sempre paradossalmente,ha consentito ad un cattolico praticante come Romano Prodi, che dir si voglia, di guidare nei limiti del possibile l’Italia a traguardi importanti come l’Euro e l’integrazione europea, traguardi che lo stesso casini, forse preso dal progetto del primo centrodestra, ha osteggiato alla pari di Berlusconi e Fini (stagione 1996-1998).
Al centro della questione, il rapporto con la gerarchia ecclesiale. Alle scorse politiche, Boffo, il direttore dell’Avvenire aveva provato in tutti i modi a far riavvicinare, in un’alleanza elettorale, l’Udc al Pdl, proprio per evitare, che la stessa gerarchia si svelasse nella propria naturale predilezione per il centrodestra. Premesso che l’uso del termine “gerarchia ecclesiale” non vuole essere irrispettoso per la stessa Chiesa, di cui da battezzato faccio parte, ma il richiamo agli stessi Vescovi nella loro azione pastorale e di orientamento, non etichettabile politicamente,tuttavia lo stesso Avvenire, organo ufficiale della Cei, aveva paventato per mesi il possibile acquisto del simbolo dello scudocrociato da parte di Silvio Berlusconi,cosa che in altri termini è avvenuta con la Dc di Giuseppe Pizza, che alle scorse politiche siglò l’accordo col Pdl pur non presentando per vizi proceduarli il proprio simbolo nelle urne.
Tutte le analisi politiche però hanno concordato sul fatto che l’elettorato cattolico,alle scorse politiche, si sia distribuito equamente tra Pd, Udc e Pdl, con delle diversificazione interne tra praticanti e simpatizzanti che si definiscono cattolici.
Il soggetto politico nuovo che dovrebbe nascere tra Pd e Udc, dovrebbe in teoria ripercorrere percorsi alternativi come Kadima in Israele per fare un esempio e cioè raccogliere le migliori risorse culturali senza necessariamente un denominatore ideologico comune (Kadima raccoglie ex laburisti, tra cui lo stesso presidente Peres, ex Likud-destra come la candidata premier Livni Tzipni)e oggi, vicenda più unica che rara si ritrova a fare opposizione ad un governo targato sinistra-destra come quello del premier Netanyiau. Ci sono tanti punti da sviluppare e la riflessione non manca.
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@ Margheritino
E’ molto facile vedere le contraddizioni degli altri, molte volteserve per non vedere le proprie. Ma se tutti ci si impegna nell’autocritica, forse gli incontri sarebbero meno difficili.