Il primo Maggio, ho partecipato, come tutti gli anni, alla manifestazione indetta dal sindacato. Per me questa è sempre stata una giornata significativa ed evocativa di un disegno emancipativo e di solidarietà.
Nel luglio del 1889, a Parigi, si decise di dare vita a questa giornata per ottenere la riduzione ad otto ore. La scelta della data del Primo maggio fu fatta per ricordare che quel giorno, nel 1886 a Chicago, una grande manifestazione operaia per le otto ore era stata repressa nel sangue.
Nel nostro calendario è riportata come festa del lavoro. Mentre camminavo assieme ai tanti amici con i quali avevo condiviso tante battaglie sindacali per il lavoro e per riconoscere la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori, mi chiedevo, nel vedere passare gli striscioni delle aziende in crisi che ricorrono alla Cassa integrazione, il giovane con un lavoro precario o disoccupato, l’immigrato con lo sguardo smarrito e che teme di essere ricacciato a casa solo perché l’azienda in cui lavorava ha chiuso e il pensionato da 500 euro il mese che fatica a vivere, se oggi potevamo con serenità utilizzare il termine “ festa”. I problemi del lavoro sono tornati ad essere una questione sociale.
La crisi in corso ci obbliga a mutare molti atteggiamenti sul piano personale e collettivo, ci chiede uno sforzo d’interventi ma deve essere l’occasione per recuperare il valore sociale del lavoro, di quel lavoro che sessant’anni fa i costituenti hanno messo a fondamento della Repubblica. Per troppo tempo si è considerato il lavoro una merce, mentre esso ha un valore in sé, sociale ed esistenziale, irriducibile al suo valore economico.
Gli operai potranno anche votare a destra, anche questo il segno di un malessere sociale che si sta diffondendo in tutta Europa e che ha visto una serie di “rivolte” sociali scatenarsi in diverse città europee.
Possiamo anche dilungarci in molte analisi, ma nessuno e tanto meno chi crede di avere il consenso dei lavoratori può illudersi che bastano discorsi placebo per mettere tutti tranquilli.
Il problema del lavoro è ormai un problema mondiale sul quale si deve riflettere con molta attenzione. Da ogni parte del mondo arrivano notizie drammatiche su licenziamenti di massa. Nella Unione Europea a sedici Paesi ,in marzo, la disoccupazione è salita all’8,9% e il tasso di disoccupazione maschile, negli ultimi 12 mesi, è passato dal 6,5% all’8,6%. In Europa , tra marzo 2008 e marzo 2009 si registrano 2,8 milioni di disoccupati in più e i senza lavoro sono 20,154 milioni nella Unione europea. Rispetto a febbraio ci sono 419.000 disoccupati in più nella Ue.
Negli Usa in marzo il tasso di disoccupazione era all’8,5%, ma già in aprile potrebbe essere avvicinata la soglia del 9% stando alle richieste settimanali iniziali di sussidi di disoccupazione che negli ultimi 7 giorni sono state 631 mila, 14 mila in meno della precedente settimana. Ma questo non è servito a far diminuire il numero delle richieste continuative di sussidio che alla fine della scorsa settimane ammontavano a 6,271 milioni. Cioè 133 mila sussidi in più pagati rispetto alla precedente settimana. Sempre negli Usa la banca svizzera Ubs ha annunciato di aver licenziato 2 mila dipendenti, il 6% della forza lavoro. Il 15 aprile il nuovo Ceo Oswald Gruebel aveva annunciato un nuovo piano di riduzione del personale globale pari a 8700 unità allo scopo di ridurre drasticamente la struttura costi. Del totale, 2500 posti sono state eliminati in Svizzera.
La Fiat nonostante il colpo grosso fatto con la Chrysler, ha annunciato l’aperta di una procedura di mobilità per 200 impiegati degli enti centrali di Iveco (160 esuberi) e Fiat Powertrain Technologies con 40 esuberi.
Riduzioni di personale sono attese anche nel settore automobilistico in Giappone dove la produzione di auto, camion e autobus in marzo è crollata del 50% rispetto al marzo 2008 passando da oltre 1,1 milioni di unità a 552 mila mezzi di trasporto prodotti.
E’ chiaro che la perdita di posti di lavoro si traduce in perdita di redditi personali e familiare e pertanto di consumi.
La questione del lavoro che la crisi ha drammaticamente riaperto dovrebbe scuotere la politica e trarla fuori dalle fumisterie dove ogni tanto sembra attorcigliarsi e pensare con forza e determinazione a creare le condizioni ambientali per ampliare le possibilità di un lavoro dignitoso per tutti. Dovrebbe scuotere anche il sindacato e dargli lo sprone a superare le attuali divisioni. Ogni organizzazione ha messo in campo le sue ragioni e la sua strategia, com’è giusto in una situazione di pluralismo sindacale ma ora è il tempo delle mediazioni e della ricerca delle convergenze possibili. del lavoro. In primo luogo bisogna “difendere le conquiste” – inerenti al modello produttivo, alle relazioni industriali e allo stato sociale – ma ripensando le tutele, regolando cioè le forze di mercato per il bene stesso del mercato e flessibilizzando le norme sociali per il bene stesso della società. Nella fase che conduce all’uscita della della crisi bisogna ripensare gli strumenti nuovi della tutela per farla diventare più estesa e in grado di sostenere le persone soprattutto nei periodi di difficoltà. Ci vogliono insomma una rete istituzionale che dia cittadinanza a tutti i soggetti che perdono, restringono, offrono e prestano lavoro (compresi gli immigrati), e tante intese negoziali che ricompongano e rimodellino le solidarietà dentro il mondo del lavoro


Caro Margheritino,
apprezzo il suo intervento, anche se sottolineo che non era mia intenzione prendermela con alcuno.
Amo sollecitare le Persone, perciò pure il cittadino, ad andare sempre oltre il punto in cui si è giunti.
Lei, vedo, è un attento lettore dei miei articoli. Sicuramente uno dei tantissimi (politici, intellettuali, onorevoli, cittadini comuni … e religiosi) che ogni giorno visitano il mio sito.
Che cercano? Un profeta o un taumaturgo all’americana?
Non credo: cercano di capire, di comprendere e di dialogare per poter costruire. E lo deduco dalla posta che privatamente mi inviano e che, talora, cito sommariamente.
Relativamente alle proposte di sostegno economico delle persone da lei citate posso aggiungere che le ritengo estremamente parziali e riduttive, perciò quantificabili come demagogiche e populiste, perché rivolte ad un solo problema, anche se molto importante per la gente comune.
E questa importanza è spesso secondaria a quella dell’economia dell’industria e della finanza, perché non è rivolta ai soli meno abbienti, ma pure ad impedire che molti altri lo possano diventare.
Ipotizzi un fallimento delle maggiori banche italiane, oppure il non consentire la CIG straordinaria abbassandola anche alle aziende minori e poi ne tragga da solo le conclusioni.
E non le paragoni al sostegno Cei, importante sì, ma palliativo surrogato esistenziale rivolto solo a pochi e momentaneo, per di più finanziato da cittadini (anche fedeli, ma non solo).
Non sono un pro-governativo, ma da anni amo “costruire” con tutti, con tutti quelli che … vogliono costruire. E nel costruire ci sta pure il “pensare” e il vivere decorosamente, ma poveramente, pensando anche agli altri. E l’essere pure indipendente … mettendoci la faccia.
La ringrazio per l’attenzione sperando di non essere stato … cattedratico.
Sam Cardell
P.s. Grazie Obama
Non c’è molto da trincerarsi, Sam. Ho solo riportato una visione materialista degli eventi accaduti durante l’anno, di cui,l’unica causa è proprio l’aver preteso di vivere al di sopra delle proprie possibilità. La sobrietà non è certo una virtù cristianamente parlando ma è molto prossima alla prudenza e alla giustizia.Riguardo alla sua attenta ringa, puntuale, a tratti cattedratica ma non per questo distante dei concetti più volte espressi da lei della “concretezza” e dell’”economia”, tuttavia perdono di tono quando non tengo conto delle reali emergenze sociali di cui francamente sono fiero di prenderne pur sempre difesa.Ideologia? Lo spieghi alle famiglie italiane, aiutate anche se in maniera esigua, più dalla Conferenza Episcopale che dal Welfare State di cultura sacconiana.Ma forse il “serpente” impunito ha trovato chi fuori dalle lobbies ha tranciato anche se solo inizialmente(ecco dove sta la spada Sam) gli interessi di pochi a favore dei contribuenti.
Ogni tanto mi diletto ad analizzare certi passaggi, per capire dove va la società.
Savino non dice nulla di nuovo, oltre i dati che, bene o male, tutti già conoscono; ma è una sua … abitudine.
Giuseppe (Sbardella) pone alcune esigenze attuali nel rapporto sociale e Rodolfo sciorina, riportandolo, un “concetto” ecclesiastico fermo sulle parole e non sulla pratica.
Perché, quando si capirà che l’ideologia va rapportata e correlata all’economia, allora si sarà sulla buona strada.
Diversamente si faranno parole da politica e non si costruirà mai.
Lo prova il discorso del Margheritino, ottenebrato dall’essersi trincerato, baionetta innescata, a difesa dell’ideologia di parte. E con ciò essendo … manicheo!
Manzoni scrisse che la giustizia non la si può tagliare con un colpo netto di spada: il giusto di qua e l’ingiusto di là; ma qualcuno, forse, non lo … capirà mai. E la stessa frase vale per la verità.
Spiace osservare che proprio chi si fa vanto della cultura cattolica non sia capace non solo di piegarsi da samaritano sul bisognoso, ma neppure di saperlo individuare (vedere).
Ci si arrocca nel proprio benessere e privilegio, assommati in discorsi borghesi da salotto riformista.
Lavoro e prostituzione, afferma Caffarra vengono equiparati per il salario percepito.
Non gli si può dar torto; ma analizzando il compenso di chi lavora nella vigna ed ha alla fine, indistintamente, il suo danaro, lamentandosi per la disparità ottenuta, si giunge alla conclusione filosofica che il suo personalismo operativo è ridimensionato da un relativismo personale egocentrista e non da un altruismo da samaritano.
Giuseppe (Cerasaro) ambienta perfettamente la suddivisione economica nel rapporto sociale, dimenticando però un fattore non secondario: i “talenti” avuti. Il che pone la ricchezza sotto una luce diversa, come l’intuizione dell’altro Giuseppe (Sbardella) annotava nella priorità che conduce l’uomo a scegliersi una precisa modalità d’azione civile in ossequio alla propria cultura e alla propria esigenza.
Luigi entra nel vivo della questione sociale, magari nella sola intuizione della sua fede; ma comunque la pone come vera ed essenziale non solo per il cristiano, ma per ogni cittadino.
Riporto solo la centralità del problema:
“Come? In un modo semplice: la tunica che sta nel tuo armadio è del povero. Così il doppio incarico è del disoccupato.
Se non partiamo da questa logica tutto è sotto l’incuria e l’arroganza dei poteri forti.”.
E i poteri forti, completo, non sono solo quelli politici, bensì anche quelli concettuali di ognuno di noi che ci isolano dalla società.
A questo vorrei solo aggiungere una cosa: chi ha dia non solo il superfluo, ma anche la ricchezza non necessaria alla sopravvivenza. E dia con convinzione sapendo che riceverà molto di più, di quanto avrà dato, dalla “società” e da Dio. E per ricchezza intendo non solo quella materiale comunemente intesa, ma pure quella delle capacità e intellettuale.
Diversamente si faranno sempre, magari, ottimi discorsi, che lasciano però il tempo che trovano.
Come, allora, resteranno invariati i benefit, i redditi alti, i privilegi e le … disuguaglianze sociali che si vorranno colmare. Ma per vedere tutto ciò non c’è bisogno di andarsi a spulciare i redditi di alcuni, ma di guardarsi nello specchio della propria coscienza, togliendoci il velo farisaico che siamo soliti indossare per apparire.
Avanzare proposte concrete non è facile; ma è facile fare discorsi generali di tipo moralistico.
Pochi, finora, si espongono e le propongono. Compresi alcuni personaggi che il Margheritino mette alla gogna.
Ma forse, mi si consenta, alcuni erano, prima, nel paradiso terrestre?
E – chiedo – sull’albero della conoscenza (intesa anche come azione) chi ci stava oltre al frutto (mela)? Il serpente (diavolo), con buona pace di tutti.
Sam Cardell
Bastava che proposte come quelle di Casini e Franceschini venissero accolte dal Governo. Purtroppo dove c’è destra c’è irrimediabilmente crisi. Gli anni dell’amministrazione ultraliberista di Bush non hanno fatto altro che ampliarne le cause e la presa di distanza tardiva di chi come Tremonti, oggi si erge a critico della globalizzazione e ieri era invece assertore di scelte uguali e contrarie,lascia nell’angolo la crisi morale della destra e prova a occultarne l’inconsistenza con ricette e spot, ultimo la lunga fila di decretazioni d’urgenza post-terremoto di cui finalmente i sindaci hanno preso visione con non poca delusione per i fondi stanziati e per le modalità preposte all’utilizzo. Termini che sembravano appartenere al passato come “disuguaglianza sociale” ed “emergenza lavorativa e abitativa”, diventano così questioni di cui il sistema paese deve prendersi a cuore. Ruolo chiave è rappresentato dall’imprenditoria. Oggi la Marcegaglia ha preso atto che la crisi non è ancora del tutto sottocontrollo e ai toni concilianti del Governo si contrappongono anche quelli dei sindacati di polizia.
E’ lo stesso “patto sociale” che si regge sulla disponibilità di lavoro. Chi viene al mondo povero, e trova il mondo già diviso fra proprietari piccoli e grandi può accettare questa situazione solo in virtù del fatto che i ricchi creano in qualche modo lavoro per i poveri. Se questo meccanismo viene meno,la situazione diventa insostenibile. Anzi,più che altro,nessuno ha la voglia e la pazienza di subirla,come forse accadeva secoli fa. I segnali ci sono tutti. Non dico che debba succedere per forza, ma bisogna tenere gli occhi aperti,la situazione può degenerare. E Maggio è sempre stato un mese particolarmente caldo.
Caro Presidente,
come non essere d’accordo con lei? Vorrei solo aggiungere una cosa, se mi permette, il lavoro come le risorse alimentri sono brutalmente mal distribuite e non è certo un problema che riguarda la crisi economica (che ha amplificato il problema).
Ogni mattina leggo i giornali e tutti si affannano a dire che manca questo, manca quello, manca la tal cosa, ma nessuno dice la verità: manca Dio.
Se non ripartiamo dal senso della vita e dai diritti di tutti, sarà difficile la soluzione del problema.
Fore, in questo siamo competitivi, senza ripetere la necessità di nuovi movimeni e gruppi politici studiati a tavolino: bisogna alzare la voce su la nuova distribuzione della ricchezza senza offendere la proprietà ma difendere il diritto sacrosanto del lavoro pe tutti.
Come? In un modo semplice: la tunica che sta nel tuo armadio è del povero. Così il doppio incarico è del disoccupato.
Se non partiamo da questa logica tutto è sotto l’incuria e l’arroganza dei poteri forti.
Un cordiale saluto
Luigi
Credo sia utile, certo non in contraddizione con quanti scritto da Savino, riportare l’intervento del Card. Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna al Congresso della CISL territoriale in quanto aiuta a riflettere sul fatto che è la persona umana il soggetto del lavoro e sul valore del lavoro umano.
R. Vialba
Mi corre l’obbligo, prima di iniziare, di chiarire subito la prospettiva della riflessione seguente, del mio contributo. Ne risulteranno al contempo i limiti e – lo spero – i pregi. Come pastore della Chiesa sono stato chiamato a prendermi cura dell’uomo in quanto dotato di una dignità incomparabile. Prendersi cura dell’uomo sarebbe un’astrazione se non significasse prendersi cura delle sue fondamentali esperienze: i suoi affetti, il lavoro, la sofferenza [in particolare la malattia], la cittadinanza. E dunque dirò qualcosa dal punto di vista dell’uomo in quanto uomo che lavora [Laborem exercens homo: inizia la prima delle tre encicliche sociali di Giovanni Paolo II; cfr. EE 8/206]. Che cosa significa “dal punto di vista dell’uomo…”? La risposta costituisce il presupposto a tutto quanto andrò dicendo.
1. Ebbi già l’occasione di dire che il fondamentale valore del lavoro umano è di natura etica non economica [cfr. Omelia 1 maggio ]. Ritengo che questa affermazione riassuma tutto il Magistero della Chiesa circa il lavoro. Cerco di esplicitarne alcuni contenuti essenziali. È la persona umana il soggetto del lavoro. Nel lavoro cioè e mediante il lavoro cerca la realizzazione di se stessa, il compimento della sua vocazione professionale, la costituzione dei rapporti sociali, la promozione del bene comune. Potremmo dire: mediante il lavoro si costituisce la cultura, intesa come modo propriamente umano di abitare il mondo.
Qualificare il lavoro secondo la primaria misura etica significa che, alla fine, ogni lavoro ha come suo scopo la persona che lavora, non concepita astrattamente come individuo, ma all’interno delle sue relazioni originarie, in primo luogo la famiglia. Partendo da questo presupposto, dobbiamo avere un atteggiamento fortemente critico nei confronti di “una specifica cultura secolarizzata-strumentale del lavoro e una parallela struttura sociale che valorizza solo gli aspetti utilitaristici del lavoro” [Pierpaolo Donati]. Cultura, per altro, e struttura sociale che sono già entrate in crisi. È precisamente alla luce di queste riflessioni che hanno per me carattere di premesse, che si pone urgentemente la domanda sull’educazione al lavoro.
2. Chi si pone questa domanda, ed in ogni società pensosa del suo futuro questa domanda deve porsi, non può non chiedersi: educazione a quale lavoro? per essere più precisi: a quale idea, a quale visione del lavoro?
Credo purtroppo di non sbagliarmi nel dire che la cultura di oggi non sa più rispondere a questa domanda; anzi la ritiene priva di senso. Per una serie di ragioni, alcune delle quali mi limito solo ad enunciare.
- L’incapacità di rispondere è uno dei segni più tragici della generale incapacità [o abdicazione?] della nostra generazione di adulti di educare le giovani generazioni. Ma l’incapacità di educare al lavoro è un fatto gravissimo perché significa che non siamo più capaci di aprire un futuro alle giovani generazioni.
- L’incapacità di rispondere è dovuta al pensare comune che “tutto si è liquefatto”. Il collasso delle identità nella contrarietà o nella diversità [dando a queste parole senso ontologico] dentro alla generale indifferenza e neutralità di ogni cosa impedisce una seria educazione.
- L’incapacità di uscire da una concezione esclusivamente mercantilistica della relazione di lavoro. Conosciamo bene questa concezione. La sintetizzo colle parole di Pierpaolo Donati: «Il concetto di mercato del lavoro è utilizzato di norma per indicare l’insieme dei meccanismi che regolano l’incontro tra i posti di lavoro disponibili e le persone in cerca di occupazione. In questo modo il lavoro viene trattato in maniera sostanzialmente analoga a qualsiasi altra merce».
3. Come uscire allora da questo vicolo cieco educativo? Dato il tempo a disposizione, mi limito ad esporre l’essenziale della risposta che ritengo vera. In linea generale, educare al lavoro significa non solo e non principalmente trasmettere abilità e competenze in ordine ad avere un buon prodotto. Significa anche e soprattutto aiutare il giovane a prendere coscienza della professione come dimensione costitutiva della sua vocazione umana e quindi aiutare il giovane a sviluppare le sue qualità etiche. Potremmo dire più brevemente: formare il giovane in scienza e coscienza. Oppure, e meglio: educarlo a personalizzare il lavoro.
Che cosa significa questo per un concreto progetto educativo?
- Far ricuperare il senso del lavoro. Esso è uno dei luoghi, dei momenti fondamentali della costruzione della propria vita, e non solamente una triste necessità da cui non si può evadere. Bisogna riconoscere che le comunità cristiane hanno spesso mantenuto un grande silenzio in merito a questo. Eppure due grandi carismatici, del secolo XX, uno già canonizzato, hanno fatto, sia pure con sensibilità molto diverse, del tema del lavoro un momento essenziale della loro proposta educativa. Parlo di S. Josè Maria Escriva e don Giussani. Questi scrisse: «La cosa più nobile che fa l’uomo è lavorare, è il lavoro. Ma perché la cosa più nobile è il lavoro? È la cosa più nobile in quanto è più adeguata al destino che ha l’io. La conoscenza dell’io è la grande cosa; è il sentimento dell’io la grande cosa! Allora a uno gli si illumina anche cosa sia il lavoro e ne gode» [in Una presenza che cambia, Rizzoli, Milano 2004, pag. 169-170]. C’è un abisso fra una proposta educativa al lavoro come questa e la proposta che spesso parlando della via cristiana della vita, o del lavoro non parla neppure come se Dio lo si potesse incontrare solo fuori dal lavoro oppure se ne parla come puro strumento per guadagnarsi la vita.
Parlavo della misura etica del lavoro. È la ripresa di questo “midollo” della dottrina cristiana del lavoro, che ci deve stimolare tutti quanti alla ricerca di un nuovo paradigma pedagogico del lavoro.
- È necessario studiare forme di collaborazione più intensa fra scuole ed imprese.
L’esperienza fatta dal Liceo Malpigli colla Ducati mi sembra paradigmatica. Da questa collaborazione ne beneficerebbero imprese e scuole. Non parlo solo delle scuole professionali. Le imprese. Esse hanno bisogno di avere a disposizione luoghi dove poter fiduciosamente cercare e trovare risorse professionali ed umane disponibili. Le scuole. Esse, gli insegnanti concretamente, hanno bisogno di essere stimolati da imput professionali per l’educazione dei giovani. Misure come stages, visite nelle aziende, borse di studio estive vanno incoraggiate, purché nel contesto di quella personalizzazione del lavoro di cui parlavo.
Concludo con due riflessioni che mettono in risalto i due modi opposti di concepire il, e quindi d i educare al lavoro. Recentemente mi è capitato di sentire equiparare lavoro e prostituzione: ambedue – diceva chi li equiparava – vendono il corpo umano per un salario. Ecco dove finisce coerentemente la logica utilitaristica del lavoro!
Un grande poeta polacco del XIX secolo, C.K. Norwia ha scritto: «Il bello è tale, per rendere affascinante il lavoro» [cito da K. Woitila, Metafisica della persona, Bompiani, Milano 2009, pag. 1454]. Il pensiero è profondo. Il tetto della basilica di S. Pietro poteva essere costruito come tutti i tetti, se si fosse pensato solo alla sua funzione: impedire che piovesse dentro la basilica. Sarebbe stato più facile e sarebbe costato meno. Michelangelo tuttavia volendo costruire una copertura, un tetto, si lasciò affascinare da un’idea: la cupola. Il suo lavoro non fu solo utile. Dal rapporto col bello divenne affascinante. È il rapporto con la verità, con la giustizia, il bene, il bello che rende il lavoro un atto della persona. Il lavoro irradia l’humanum nella sua specificità: solo l’uomo lavora.
È il significato profondo della grande intuizione cristiana nascosta nella «et» di Benedetto: ora et labora. È l’equilibrio fra contemplazione ed azione. Abbiamo già lasciato alle spalle, credo, la concezione meramente utilitaristica; non siamo più radicati nella grande tradizione cristiana. E non sappiamo più rispondere alla domanda di educazione al lavoro: ma questa è una delle dimensioni essenziali della grande sfida educativa.
Card. Carlo Caffarra
Ciao Savino,
completamente d’accordo, aggiungerei che bisogna riportare la discussione anche sul tema del rapporto fra lavoro e famiglia.
Ci sono famiglie in difficoltà per la perdita del posto di lavoro da parte di qualcuno dei componenti.
Ci sono giovani che non possono programmare il “metter su” famiglia perché passano da un lavoro precario all’altro (quando passano….).
Ci sono famiglie in difficoltà di 50enni che temono di essere “dimissionati” dalle loro aziende e che passano la maggior parte del tempo al lavoro trascurando figli e coniuge.
Ci sono famiglie in difficoltà di giovani manager “in carriera” che sposano la loro azienda e “divorziano” di fatto dalla famiglia.
Quando capiremo che la difesa della famiglia passa anche attraverso li sviluppo di un tipo di lavoro a misura di uomo?
Cari saluti