LIBERAL – 3 giugno 2009

2009 Giugno 3
by Savino Pezzotta

Una proposta alle opposizioni

Ma Udc e Pd vogliono costruire un’alternativa a Berlusconi?

Premesso che anch’io, pur nella mia breve esperienza parlamentare, considero il Parlamento eccessivamente numeroso e necessario di una revisione dei regolamenti, senza pregiudiziali di merito vorrei avanzare alcune riflessioni in relazione alla proposta portata avanti in questi giorni dal Presidente del Consiglio. La riduzione del numero dei parlamentari dovrebbe rispondere a criteri di efficienza e di contenimento dei costi. Non sembra siano questi però gli obiettivi di Berlusconi, bensì una poco convincente visione della democrazia e del rapporto tra i diversi organi istituzionali. Non è un caso che nella sua proposta ci sia un vero e proprio attacco al ruolo del Parlamento, tale da ipotizzare una sorta di plebiscito da attuare con la raccolta di firme su una proposta di legge popolare. È chiaro che cerca di cogliere le repulsioni che oggi circolano nei confronti della politica e in particolare dei politici. La proposta quindi si colloca sul versante del populismo e dell’antipolitica per raggiungere obiettivi politici molto chiari. Può sembrare questo un modo di operare contraddittorio, ma è sicuramente in grado di condensare attenzioni. E poi ancora una volta gioca con un certo vantaggio un gioco scelto da lui. Così mi resta il dubbio che avanzare proposte in merito come ha fatto il Pd faccia il gioco del proponente senza cambiare l’esito della partita.

La riduzione del numero dei Parlamentari a prima vista può sembrare cosa buona e da perseguire, ma manteniamo una certa prudenza evidenziando alcune controindicazioni per favorire giudizi e valutazioni alternative. Un parlamento eccessivamente ristretto dà l’idea di una democrazia degli ottimati, questione che ha accompagnato la democrazia fin dal suo sorgere e che ha sempre avuto in sospetto la dimensione popolare. Già Cicerone nel De Repubblica concede al popolo una libertà sufficiente a tenerlo contento, non una partecipazione reale. Dichiara infatti che è dovere del Senato preservare e accrescere la libertà e gli interessi del popolo, ma questo è compito da assolvere con discrezione dello stesso Senato. I senatori erano generalmente ricchissimi per cui tendevano a proteggere gli interessi del loro ceto e per questo il Senato non doveva essere molto ampio. Si può tuttavia osservare che meno sono le persone che compongono le Assemblee, minore è la dialettica e, tenuto conto che la natura degli uomini è sempre corruttibile, diventa più semplice trovare i modi per condizionarli, arruolarli e meno costoso metterli d’accordo sui propri interessi. Da sempre i numeri ristretti delle classi dirigenti hanno consentito il formarsi di oligarchie o di “signorie”. Lo sapevano bene gli ateniesi che, come ha ricordato in un recente articolo Nadia Urbinati, 2500 anni fa avevano istituito giurie popolari molto numerose per evitare che chi aveva disponibilità potesse avere più possibilità di corrompere i più di seicento giurati.

Ogni persona porta nell’agone politico la propria personalità e la sua formazione. Il sottoscritto continua a pensare e a leggere la realtà con gli schemi che ha assunto durante gli anni dell’impegno sindacale. Chi è stato abituato a comandare sottoposti e stipendiati fa più fatica a confrontarsi con larghe e composite assemblee come quelle parlamentari, attraversate da una molteplicità d’interessi, di attenzioni, di esigenze e speranze che rispondono alla nazione e non a un singolo individuo. Il Parlamento risponde a volontà diverse da quelle di un “capo”, di un amministratore delegato e può infastidire chi si è abituato nel corso della vita e con successo a modalità più semplici. Pur nella complessità, un’impresa richiede pratiche di governo molto più semplici di quelle di uno Stato, che per sua natura è realtà complessa e articolata difficilmente semplificabile. In una democrazia governare è più complicato perché le Assemblee non rappresentano singoli interessi ma la sovranità popolare. In questi ultimi anni le leggi elettorali a impronta maggioritaria e propensione bipartitica hanno accentuato l’importanza delle leaderships sminuendo il senso della sovranità popolare. Oggi i capi contano più di ieri, purtroppo. Le Assemblee legislative non possono essere né troppo ristrette né troppo ampie. Come vogliono ragione e buon senso, serve una via mediana. Se sono troppo piccole, non riescono a rappresentare l’articolazione sempre più complessa delle nostre società in cui l’unificante nozione di popolo si è rovesciata in quella complicata di moltitudine. Se troppo ampie, non riescono a svolgere efficacemente la funzione deliberativa. L’attività politica e di rappresentanza sono per loro natura complesse e faticano ad assumere la semplificazione, qualità propria delle attività esecutive e gestionali.

In questi giorni si è adombrata l’idea di un’incombente svolta autoritaria. Io non lo penso. Credo invece che sia in atto un mutamento sotterraneo ma concreto della costituzione materiale del paese. Ma di questo non si discute e si preferisce inseguire Berlusconi sul suo terreno invece che suscitare alternative visioni di governo. E il Paese sente che non esiste una credibile alternativa di governo. Le opposizioni sono molto composite e divise non perché composte da partiti diversi ma perché composte da partiti alternativi. Il problema è a mio parere concentrato su due forze: il Pd e l’Udc. Non sottovaluto il peso che l’Idv sta assumendo, ma sta purtroppo occupando uno spazio di rappresentanza che non è di Governo. Il problema del governo sta invece in capo all’Unione di Centro e al Pd per dare risposta e rappresentanza ai ceti moderati. Un tempo i moderati erano considerati “ventre molle” che non ama fare scelte decise. Siamo ancora convinti che sia così? Credo che molte cose siano cambiate nel nostro Paese e che certi stereotipi non servano più. Oggi il moderato è figura complessa e molto lontana dalla conservazione e dall’acquiescenza; svolge ruoli e funzioni importanti nell’economia, nel commercio, nelle professioni; si distingue dalla destra e dalla sinistra e dubita delle posizioni centriste che si fondano sulla nostalgia; è alla ricerca di una rappresentanza realmente riformatrice in grado di assicuragli le condizioni di vita, di lavoro e di proprietà che con fatica ha conquistato; non è alieno alle problematiche sociali che vorrebbe inquadrate in un percorso di soluzione e non di assistenza; sovente è cattolico e vede la religione come elemento essenziale di coesione sociale. Quest’area è in cerca di una rappresentanza ma poiché diffida della sinistra si rifugia “montanellianamente” nel centro destra. Qui sta la responsabilità maggiore dell’Unione di Centro, che però fatica ancora a darsi un volto nuovo.

Il Pd deve avere il coraggio di definire cosa vuole essere. Sono convinto che non ci sarà una democrazia dell’alternanza se in Italia si continuerà a negare l’esistenza della sinistra. Una sinistra diversa da quella del passato, più attenta alle trasformazioni sociali e degli individui, capace di elaborare una nuova proposta di sinistra che non può essere, come avvenuto in questi anni, un inseguimento delle proposizioni di destra un poco più temperate sul piano sociale. Ci si stupisce che gli operai non votino più a sinistra perché non si è forse compreso che ormai le persone (e pertanto gli operai) hanno settorializzato i loro interessi. Per le questioni del lavoro possono essere inscritti al sindacato; per gli altri problemi guardano a chi rappresenta interessi settoriali e quindi differenziano il loro voto in conformità a interessi ben precisi. Quello che fino ad ora la sinistra non è riuscita a offrire è la composizione del mosaico degli interessi diversi.

Sia per l’area dei nuovi moderati che per quella della sinistra nuova molto si giocherà sul terreno dell’economia e sulle proposte per uscire dalla crisi senza fratture sociali irreversibili. Bisogna tenere conto che il malessere sociale è in crescita e non è detto che esso si rovesci contro il centro destra. Resto convinto che l’alternanza diventerà realtà concreta se dalle prossime elezioni uscirà in modo visibile una rappresentanza autonoma dei nuovi moderati e una vera e nuova idea di sinistra di cui nessuno possa rimproverare i detriti del comunismo. In caso contrario il centro destra continuerà a mantenere – magari forzosamente – il consenso. Pensare di sconfiggerlo attendendo, sperando e spingendo perché Berlusconi frani da sé o con l’accentuazione bipartitica del modello bipolare, è una illusione da cui la politica italiana deve liberarsi in fretta per poter tornare a una democrazia dell’alternanza.

Savino Pezzotta

18 Risposte leave one →
  1. 2009 Giugno 3

    Caro Pezzotta,
    ho letto attentamente questo tuo articolo pubblicato da Liberal e posso dire di condividene i contenuti, salvo dove dichiari di considerare il Parlamento eccessivamente numeroso e quindi la disponibilità a valutare l’opportunità di un suo ridimensionamento. Perché? Semplicissimo: il riduzione del numero dei parlamentari determinerebbe una ulteriore estensione dei collegi elettorali, da un punto di vista territoriale. Quale la conseguenza? La presunta democrazia nella quale oggi viviamo diverrebbe sempre più una videocrazia. Pertanto occorre essere chiari: La Costituzione deve essere difesa, affinché il Parlamento sia davvero rappresentativo del popolo italiano.

  2. 2009 Giugno 4
    Ortolina Vincenzo permalink

    Tesina di primavera
    SULLE SORTI DEL
    PARTITO DEMOCRATICO
    (e altro)
    -di Vincenzo Ortolina-

    La scommessa pare che sia: sopravvivrà il Partito democratico alle elezioni europee? Per quanto mi riguarda, credo lo si debba auspicare, nell’interesse del Paese (e di ciascuno di noi). Sennò, Berlusconi avrà vinto per sempre. “Il Cavaliere è come Gheddafi”, è venuto a dirci il buon Casini, nella recente assemblea nazionale del suo partito, “perché – tra l’altro – considera il Parlamento un’accolita di scansafatiche, una sorta di ente inutile”. Il capo del governo, afferma poi il leader UDC, ha “un potere mediatico ineguagliato nel mondo occidentale” e “rappresenta un pericolo per le istituzioni”. Di più: “è inadeguato a governare, perché fare politica è una cosa seria, e non combinare scherzetti tra Obama e Medvedev”! Il nostro Pierferdi arriva, infine, a recitare un mea culpa per aver contribuito a giustificare quell’anomalia italiana incarnata, appunto, dall’uomo di Arcore. E bravo! Una bella confessione, per uno che, quale esponente politico di primissimo piano della componente cattolico-moderata del paese, ha la responsabilità di aver supportato per anni il berlusconismo, contribuendo al suo incistamento e mettendo, con la benedizione di quella parte di gerarchia ecclesiastica da sempre ossessionata esclusivamente – proprio come il premier – dai comunisti, una sorta di foglia di fico cattolica a quella che io definisco l’impudicizia berlusconiana. In proposito: il mio personale e viscerale antiberlusconismo credo sia risaputo. Ritengo il soggetto, politicamente parlando, un grande affabulatore populista, non certo uno statista, per di più molto, ma molto spregiudicato. Certo, indubbiamente vincente, in questa nostra società ormai dominata dalla videocrazia, dove lui spadroneggia, invadendo reti televisive pubbliche e private: fastidiose, in argomento, le sue continue esposizioni mediatiche a L’Aquila come a Napoli, enfatizzate dalla compiacenza di quasi tutti i media! Ma in Abruzzo, per esempio, si guarda bene, mostrando anzi fastidio verso i magistrati che intendono indagare, dal denunciare le responsabilità di costruttori, e apparati connessi, a riguardo dei crolli di edifici pubblici e privati anche di recente edificazione, e fa le solite promesse mirabolanti, pur non avendo ancora idee davvero precise su come e da chi sarà pagata la ricostruzione. La trovata, poi, del’G8 da quelle parti, presentata come una genialata dai suoi disinibiti fan della carta stampata e della televisione, ha rappresentato, è la mia opinione, un coup de théatre piuttosto spudorato, se si considera, oltre a tutto, che, diversamente da quanto va raccontando l’interessato, tra La Maddalena, Roma e L’Aquila, tale evento (giudicato tra l’altro sostanzialmente inutile, ormai, da molti esperti), costerà assai probabilmente molto più del preventivato. Ma l’importante, per il nostro mattatore (carismatico, certo, per i palati poco fini), è annunciare l’avvenimento, farne propaganda. Così, la sua popolarità cresce, ci ricordano tutti, a partire dal sempre piuttosto condiscendente Mannheimer. Ovvio, mi pare, in un paese che, educato –si fa per dire- a tali gusti proprio dalle TV berlusconiane in primis, si appassiona quotidianamente alle banalissime e volgarotte vicende de il grande fratello, la fattoria, l’isola dei famosi, eccetera. Tornando a Casini, ci sentiamo dire che questo bipolarismo è finto, è sbagliato, è da buttare. E che bisogna scardinarlo facendo un grande centro che rimetta insieme i moderati di entrambi i poli. Il ’nostro’ guarda in particolare ai cattolici del PD (quorum ego), asserendo che l’amalgama tra costoro e gli ex diessini non è mai riuscito. In ciò gli danno corda anche esponenti dello stesso partito democratico, che si dichiarano non infrequentemente insoddisfatti di come esso terrebbe conto dei valori e della linea politica dell’area cattolica. E non mi riferisco alla sola Binetti, che dichiara che Franceschini è messo lì per “garantire il pensiero ds”. Enrico Letta, per esempio, è sicuro che le differenze, oggi, non sono più tra destra e sinistra, ma tra progressisti, moderati e populisti. E che bisogna combinare un’alleanza tra i primi due. Personalmente, il termine ‘progressista’ non mi ha mai entusiasmato, sentendomi io molto aperto sul piano sociale, ma un po’ conservatore (non precisamente teodem, tuttavia) su taluni valori, diciamo, tradizionali. Un esempio per tutti: sono favorevole al riconoscimento delle coppie di fatto, ma decisamente contrario, nunc et semper, ai matrimoni omosessuali. Va bene, caro Enrico: dobbiamo saper parlare ai moderati, non ci deve mancare l’ambizione a governare, abbiamo bisogno, in questa fase storica, di più stato (lo dice anche Tremonti, oh Gesù!), ma non di meno mercato. Insomma, in taluni nostri ambienti si parla insistentemente di tornare ad un centro-sinistra col trattino. Il capo UDC, in verità, vuol fare del suo, nientemeno, il partito della nazione! Ma se chiede la benedizione di qualche prelato non gli sarà sfuggito che, per l’Osservatore romano, quel partito c’è già, ed è quello di Berlusconi, solennemente e convintamene benedetto, solo qualche settimana fa, quale formazione più capace di esprimere i valori comuni della popolazione italiana, tra i quali quelli cattolici costituiscono una parte non secondaria. PdL, perciò, partito appropriato, per i cattolici, nonostante veline e letterine più o meno disinvolte buttate all’improvviso in politica, e divorzi vari dei capi? Ohibò! In proposito arriva dunque tardi, il caro Pierferdinando! Per il quale, il nuovo segretario del PD ha la responsabilità di aver spinto troppo a sinistra il partito, rispolverando tra l’altro una sorta di collateralismo con la CGIL in particolare (e non importa se, in realtà, Franceschini ha fortemente auspicato l’unità sindacale!), e ha osato andare in piazza in mezzo a bandiere rosse e con falce e martello. Meglio forse le rosse, di quelle nere, direi con una battuta, ma la questione è un’altra, a proposito del rapporto coi sindacati: io comprendo la linea in qualche misura filogovernativa – a fin di bene, diciamo – di CISL (cui anch’io sono iscritto) e di UIL, la loro strategia contrattualista, come anche l’obiettivo che venga adeguatamente rafforzato il secondo livello di contrattazione. Ma le confederazioni cosiddette moderate dovrebbero stare attente, io credo, a non farsi usare dal furbo premier, il quale, da sempre, ha l’evidente scopo di spaccarlo, il sindacato. No ai collateralismi va anche bene. Solo, però, se altrettanto facesse una destra impegnatissima, invece, a crearne il più possibile, dalla sua parte. Dov’è, poi, lo scandalo, cari amici dell’UDC, se un politico di tradizione cattolico-democratica – che in quanto tale si appella anche a maestri quali un certo don Mazzolari – parla di salari in crisi, reclama un assegno per i disoccupati, e più tasse, invece, per i ricchi? In materia: è un paese normale, il nostro, che registra un reddito medio dichiarato di 18.324 euro l’anno, un terzo di contribuenti che denunciano meno di 10.000 euro l’anno, e soltanto lo 0,9% più di 150.000? In conclusione, non credo sia da estremisti chiedere una fiscalità ridistribuiva, e puntare ad un assetto sociale solidarista, di questi tempi particolare, nei quali il gap tra chi sta bene e chi sta male va aumentando. Ed auspicare che l’economia reale superi quella finanziaria, combattere la deindustrializzazione, ma accrescere altresì l’attenzione ai problemi dell’ambiente, è da sinistrorsi o, semplicemente, da democratici? Sulla questione della collocazione europea, infine, non venga a farci la morale chi sta in un PPE che ha del tutto snaturato, ormai, il suo essere. Lo slogan col PSE, non nel PSE, per il partito democratico, personalmente non mi turba. Tornando però al nuovo (quanto grande?) centro, la domanda, in ogni caso, è: una formazione di che natura, con quale DNA? Che significa, oggi, partito dei moderati? Se si rivelasse il contenitore di tutti i moderatismi (ho in mente, in proposito, la bellissima definizione di Martinazzoli, che distingueva tra moderazione, valore positivo, e moderatismo, negativo), a molti di noi interesserebbe poco, credo. Ma anche un eventuale centro, diciamo, cattolico, avrebbe poco senso, oggi. Perché in politica, nella nostra società ormai secolarizzata, le differenze non sono più, tanto, tra laici e cattolici. Sono infatti molto più caratterizzanti, invece, le diversità tra chi generalmente sta a destra e chi, cattolico o meno, sta a sinistra. E, come è stato notato, un cattolico di destra e uno di sinistra si assomigliano e s’intendono assai meno di un credente e un non credente di destra e un credente e un non credente di sinistra. Sulle stesse questioni cosiddette eticamente sensibili, pensando in particolare all’attualissimo tema del fine vita, le posizioni dei cattolici, diversamente da quanto si può affermare per l’inizio vita, non paiono essere omogenee: basti pensare al famoso documento in proposito dell’episcopato tedesco, che mi pare esprima una linea differente da quella dalla C.E.I. Il diritto alla vita ha detto un filosofo cattolico, non può essere divieto di avere voce in capitolo sulla propria vita: concordo! E’ una posizione da partito radicale, questa, come qualche amico va pure sostenendo? A me non sembra, francamente. Certo è condivisibile, più in generale, la denuncia del relativismo che domina la nostra società, e della connessa crisi di valori. Non riesco però a capacitarmi del fatto che dai pulpiti dai quali giunge quest’accusa raramente sia venuta una condanna esplicita delle ulteriori responsabilità di tale crisi, figlia soprattutto di quella cultura materialista, edonista e consumista diffusa a piene mani nel nostro paese (come ho accennato più sopra) dalle TV del Cavaliere in particolare. Nuovo centro, poi, per quali alleanze, immaginando l’impossibilità di una sua autosufficienza? Per chi viene dalla tradizione cattolico-democratica, l’orizzonte non può che essere quello del centrosinistra. Perché una visione solidarista è più facile trovarla a sinistra che non a destra (si tratta di due categorie politiche non completamente superate, caro Letta!); e perché, mi pare ovvio, il senso comunitario caro alla tradizione cattolica non può essere inteso alla maniera leghista, di pura difesa, cioè, della propria identità e del proprio orticello. Quanto alla sussidiarietà, a sinistra c’è un po’ di prevenzione, è vero, perlomeno verso quella cosiddetta orizzontale. Ma se la soluzione in argomento è quella imposta per esempio da Formigoni (uno dei più accesi cantori del ‘meno stato più mercato’) in campo sanitario, viene qualche dubbio. In conclusione, un centro che si allei stabilmente con la sinistra per fare un nuovo centro –lineetta- sinistra potrebbe forse anche starci, pur se ribadisco di non capire bene quale sarebbe la natura di una tale formazione. Ma se i Casini, i Pezzotta, e compagnia varia, vogliono essere davvero credibili nel sostenere quella prospettiva, hanno un’occasione unica da cogliere, proprio adesso: alle elezioni amministrative di giugno si presentino coraggiosamente da soli, o comunque non col centrodestra, a tutti i livelli, a tutte le latitudini. Salvo eventuali, motivatissime eccezioni. Diversamente da quanto hanno fatto recentemente in Sardegna, ove l’UDC ha ottenuto un risultato clamoroso, regalandolo però poi, di fatto, al Cavaliere (…alias Gheddafi). Perché se il berlusconismo è un male, come ha detto, appunto, anche l’ex pupillo di Forlani, nostro compito è di combatterlo, non di associarvisi, più o meno apertamente. Ma sento già dire che al Sud, dove è rappresentato in particolare da quel parvenu di De Mita, quel partito è molto corteggiato dalla destra! Staremo a guardare, ma lo voglio vedere il Ciriaco che si allea con i post fascisti! E non va infine sottaciuto che le stesse candidature del neo crociato Magdi Allam e del giovane superballerino dei Savoia alle Europee non m’invogliano certo, per quanto mi riguarda, a guardare con maggior simpatia al progetto dei neocentristi. Teniamoci, allora, il PD, anche se non è ancora quel soggetto davvero nuovo che auspicano molti. E … forza Dario!
    (Milano, maggio 2009)

  3. 2009 Giugno 4
    Antonello permalink

    L’analisi svolta da Pezzotta è molto interessante e tocca due punti cruciali della politica italiana su cui spesso e volentieri si sorvola.
    La questione della rappresentanza politica non può essere ridotta, in una democrazia, a una questione di mera funzionalità delle istituzioni rappresentative, poichè lo scopo principale della rappresentanza è proprio quello di rappresentare il popolo.
    Pertanto l’efficienza della rappresentanza va ricercata soprattutto organizzando meglio le istituzioni rappresentative piuttosto che diminuendo il numero dei rappresentanti popolari, tanto più se si tende a attribuire a una sola Camera la funzione di controllo del Governo.
    L’altro punto affrontato da Pezzotta concerne il nodo politico della alternativa allo schieramento di destra, che all’interno dell’udc e del pd non viene affrontato con sufficiente lucidità e lungimiranza perchè sono ancora entrambi legati alle loro storie passate e non trovano il coraggio di costruire un futuro che non potrà che essere la loro convergenza, solo che lo vogliano e ne creino quindi le condizioni.
    Bisogna però dare tempo al tempo, rafforzando in questa prospettiva l’area di centro dell’udc, in attesa che il pd prenda coscienza che nel nostro Paese una “vocazione maggioritaria” alternativa alla destra non può essere autoreferenziale, ma va costruita insieme con il Centro.

  4. 2009 Giugno 4
    Gianni Zampori permalink

    Caro Savino, nel confermarti tutta la mia stima come ai tempi in cui eri Segretario della Cisl, sono stato nella Segreteria Regionale Femca Lombardia, devo dire che su questo tema da anni coltivo una curiosità. Vorrei sapere, una volta tanto, l’incidenza del costo della politica sul PIL, non solo quello delle spese sociali. MI piacerebbe vedere la sua evoluzione nel corso degli anni, inoltre verificare se, come suppongo, sia cresciuta passando dal proporzionale al sistema maggioritario.
    Fatta questa premessa, ritengo che la riduzione del numero dei parlamentari sia auspicabile, ma vada necessariamente lagata al ritorno della possibilità di esprimere la preferenza.
    Fraterni saluti
    Gianni Zampori

  5. 2009 Giugno 4
    Massimo permalink

    Caro Savino,

    concordo pienamente con l’analisi che hai fatto, anch’io ritengo che l’unica alternativa percorribile all’attuale governo sia un vero centro-sinistra composto da udc e pd. Certo ancora i tempi non sembrano completamente maturi, ma non possiamo restare per sempre ancorati in queste “sabbie mobili”.
    A mio parere, dopo la “bagarre” elettorale (comunque vada) dovrebbe essere l’udc a rompere gli indugi (rinunciando a sterili ambiguità di comodo) e proporre un serio percorso di collaborazione al pd, che presupponga (come base di partenza) la chiara presa di distanza da parte dello stesso pd nei confronti di quella frangia laicista e “radical chic” che non può portare da nessuna parte, perché contrasta profondamente con i valori e la cultura della sinistra moderata e del cattolicesimo democratico, che dovrebbero costituire l’ossatura antropologica dell’alternativa all’attuale populismo berlusconiano.
    Grazie per il tuo impegno cristiano in politica!

    Con amicizia e stima.

    Massimo Pacciani

  6. 2009 Giugno 4
    Salvo permalink

    Credo che tutte le forze realmente democratiche abbiano il DOVERE di approdare ad un’alternativa credibile all’attuale maggioranza che giorno dopo giorno scava fra lei e le istituzioni un fossato sempre piu’ profondo. NOn e’ piu’ tempo di azioni o impostazioni sofisticate qui’ c’e’ in ballo il futuro dei nostri figli, delle prossime generazioni lo dico da operatore politico con esperienza di pubbico servizio in qualita’ di ex assessore e consigliere comunale.

  7. 2009 Giugno 5

    Non capisco come sia possibile un confronto sereno con il PD mentre i cattolici del centrosinistra trovano ostacoli in quest’area.
    Forse è meno dispersivo puntare su di una federazione di centro dove nessun movimento possa sentirsi estraneo. Ma per fare questo è necessario, in prima battuta, difendere l’autonomia dei singoli movimenti per poi convergere, insieme, in un unico soggetto politico. Solo con una presenza cattolica di centro organizzata e coesa è possibile (necessario) il confronto con il PD per essere alternativi al centrodestra.
    Si è scelta la strada della primogenitura dell’udc che pone (impone) una reale convergenza basata sull’annessione.
    Dopo un anno di attese credo sia giunto il tempo di tirare la somma dopo i risultati delle europee.
    L’ingegneria politica va bene fino a quando il popolo ne commissiona il progetto per la sua realizzazione (mi auguro che sia un risultato positivo) altrimenti, bisogna avere il coraggio di invertire la rotta.
    Non c’è peggior male in politica che far sentire i cittadini estranei all’evolversi degli eventi.
    Si può anche perseverare negli errori (provati e collaudati) ma non si può pretendere la luna.
    Guardiamo fiduciosi al domani, chiedendo alla gente cosa desidera e non lasciamo ad altri di farlo da un bredellino della macchina, sapendo che il populismo non paga.
    Forse abbiamo ancora bisogno di rileggere la differenza tra populismo e popolarismo non secondo il nostro modo di sentire ma secondo la testimonianza della storia.
    Silvio Berlusconi ha insegnato agli italiani il populismo con la frase: ci penso mj!
    Alcide De Gasperi ha insegnato agli italiani il popolarismo con la frase: diamo al popolo il governo di se stesso.
    Quante volte abbiamo dato retta a De gasperi ed a Berlusconi?
    Credo che tutti dobbiamo fare l’esame di coscienza, non per accusare ma per rivedere la nostra condotta.
    Cordiali saluti
    Luigi

  8. 2009 Giugno 5
    Rodolfo Vialba permalink

    Il numero di Giugno 2009 di Aggiornamenti Sociali contiene un editoriale di Padre Bartolomeo Sorge che afferma essere, il Pontificato di Benedetto XVI, “collocato all’interno della difficile crisi apertasi nella Chiesa dopo il Concilio Vaticano II. Si tratta di uno di quei periodi di purificazione che, in concomitanza con le svolte più ardue della storia umana, annunziano e preparano una nuova primavera cristiana. Avviene cioè che, ciclicamente, nella storia della Chiesa, ritornano i tempi apostolici…….. In simili periodi, la fede sembra regredire, la Chiesa si riscopre minoranza, il suo insegnamento è inascoltato e deriso, i cristiani vengono emarginati culturalmente e socialmente…… Sono momenti di tribolazione, ma fecondi: poiché…… la tribolazione produce perseveranza, la perseveranza rafforza la fede, e una fede forte induce …….”
    Sono queste affermazioni che si collocano su un piano oggettivamente molto diverso e più alto di quello occupato dalla forze politiche che rappresentano, con ragioni e modalità tra loro molto diverse, l’opposizione alla maggioranza parlamentare di centro destra ed a Berlusconi che l’ha rappresenta.
    Fatte, dunque, le debite proporzioni, per non confondere l’eterno con il contingente, mi sembra che le affermazioni di Padre Sorge possano ben adattarsi alla realtà politica del nostro Paese: l’opposizione a Berlusconi ha bisogno, a differenza della Chiesa che l’ha già fatto, di riscoprirsi minoranza, di convincersi che tale è oggi nel Paese, che non solo per questa ragione, ma perché fortemente divisa al suo interno, è inascoltata, ininfluente, emarginata culturalmente e socialmente.
    Credo che la “Proposta alle opposizioni” di Savino sia, in qualche modo, la risultante della riflessione conseguente al lungo “momento di tribolazione” che stiamo vivendo e che nelle ultime settimane è stato oggetto di dibattito e confronto anche su questo post, ad esempio, con i seguenti interventi e commenti:
    - Lettera aperta di un gruppo di parlamentari cattolici
    - Ci vorrebbe Cicerone
    - Cosa dicono
    - Cosa dicono 2
    - Le parole violente generano violenza.
    Per ora questo “momento di tribolazione” ha prodotto la consapevolezza dei problemi che ci stanno difronte e motivato la “perseveranza” testimoniata dai citati interventi e commenti e la perseveranza “rafforza la fede” sulla necessità e possibilità che questo “momento” sia presto superato.
    Perché il “momento di tribolazione” diventi fecondo e produca risultati concreti è necessario che le forze politiche di opposizione intanto rispondano alla “Proposta”, poi si ritrovino, discutano, litighino ma convengano su un progetto politico comune, abbandonando, o almeno attenuando, le pur legittime ragioni e posizioni ideologiche a favore di quelle “ideali e valoriali” che possono e devono costituire lo spazio condiviso dell’iniziativa e della prospettiva politica:
    - la comunità come “luogo della comune-umanità”,
    - la solidarietà come “dovere di tutti verso tutti”,
    - la sussidiarietà come “esercizio di autonomia”,
    - la responsabilità come “rispetto delle regole e dei doveri”,
    - il bene comune come “prospettiva condivisa da tutti per tutti e per il Paese.”
    Questo è il mio modo di intendere la “Proposta” di Savino e questo mi pare possa essere il percorso attraverso il quale la minoranza diventi maggioranza.

    R. Vialba

  9. 2009 Giugno 6

    Rodolfo,
    permetti un abbraccio?
    Ciao

  10. 2009 Giugno 7

    Pur essendo d’accordo sulla necessità di creare un’alternativa a Berlusconi ed a questo centro-destra (questo inteso come una parte di classe dirigente e di mentalità), purtroppo, a me sembra che si stia perdendo di vista il nodo centrale della difficoltà pratica, per i cattolici, di stringere alleanze stabili con il centro-sinistra, invece di favorire maggiormente convergenze programmatiche.

    L’alternativa di governo alleandosi con il PD è una strada percorribile, certo, ma ci si rende conto ben presto che il problema di fondo dell’incompatibilità non si risolve.

    Il paragone con la Chiesa ed il suo difficile momento di “catarsi” è a mio avviso sbagliato, perché la Chiesa fonda il suo pensiero, teologico, morale ed ideale su un terreno solido, sempre uguale, che è la Parola, il lascito di Cristo.

    Il programma politico di centro-sinistra può essere ottimo, le persone che lo guidano e lo guideranno possono essere ottime persone, e lo sono sicuramente, soggetti guidati dalle migliori intenzioni politiche, ideali e valoriali.

    Tuttavia, nel momento di proporre una legge, di votare una legge, e di governare il paese, questi politici non possono che rappresentare il proprio elettorato, e cioè quella parte del paese che è anticlericale, anticattolica, e più o meno direttamente, atea: quasi la metà.
    Considerando dunque che tale parte politica non potrebbe che avere la maggioranza di seggi e di esponenti, al momento della verità i cattolici rischierebbero di uscire sconfitti su tutti i fronti: politico, legislativo, rappresentativo.

    A mio avviso, ciò che bisogna perseguire con perseveranza e con obiettività, è il raggiungimento di un’indipendenza di pensiero, politica, ideale e valoriale, che crei le condizioni per una convergenza programmatica verso uno stato di diritto che assicuri una “pax sociale” attenta a tutte le fasce, non distratta dagli interessi particolari ed economici dominanti, ma neanche passiva nei confronti delle questioni cattoliche – in nome magari dell’alternanza di governo. Perché non bisogna dimenticare che c’è nella politica di sinistra, l’interesse per i voti dei moderati c’è senz’altro, ma quello per le istanze dei cattolici no. E non è una sparuta minoranza, ma la grande maggioranza.

  11. 2009 Giugno 9
    Rodolfo Vialba permalink

    Tre considerazioni in merito a quanto scritto da Luciano Giustini.
    1- il Governo e la maggioranza parlamentare con la quale si ha a che fare è quella ben descritta negli interventi di Savino e nei commenti apparsi sul blog ed è in riferimento a ciò che si pone il problema di come costruire, ovviamente con chi sta all’opposizione, l’alternativa a Berlusconi.
    2- considerato che non viviamo in un mondo ideale il tema delle incompatibilità si pone sempre e non si risolve mai. Quelle citate da Luciano e riferite al Pd, per quanto riflettano un dato di realtà, mi sembrano un poco esagerate. Che dire invece delle incompatibilità con la politica del Governo e della sua maggioranza che motivano la domanda e la proposta di Savino?
    3- non esprimo alcuna verità ma solo il mio pensiero: fintanto che il centro destra sarà alleato con la Lega e di questa ne esprimerà le politiche e ne attuerà le scelte, rimarranno molto più rilevanti le incompatibilità con il centro destra che non quelle con il centro sinistra, tali da rendere difficile, se non impossibile, qualsiasi ipotesi di possibile alleanza.

    R. Vialba

  12. 2009 Giugno 9

    Con riferimento alle elezioni Europee 2009, dall’analisi del flusso dei voti fra partiti, compiuto dal un istituto serio, come quello di R. Mannheimer, emerge un dato interessante relativo alla performance dell’UDC.
    Il progresso, in termini di percentuale dei voti, rispetto alle politiche del 2008 deriva sostanzialmente da uno saldo attivo nello scambio di voti tra UDC e PDL. Per essere più chiari (anche se non ricordo i dati precisi) il numero della persone che hanno votato UDC provenendo dal PDL e stato superiore al numero delle persone che hanno fatto il percorso contrario.
    Nel confronti della area di centro-sinistra è emersa invece una netta impermeabilità con l’UDC.
    Un’altra osservazione importante deriva dalla elezione al Parlamento europeo nella Circoscrizione Nord-Ovest di Magdi Allam e in quella di Centro di Carlo Casini, persone degne del massimo rispetto per la loro serietà e correttezza, e certamente esponenti di un’ area culturale ispirata da un cattolicesimo piuttosto tradizionalista.
    Non conosco gli eletti del Sud ma, a parte isolati fenomeni, si sa che l’UDC al sud è schierata su posizioni molto moderate.
    Verrebbe quasi da dire che mentre la DC era un partito di centro che guardava a sinistra, l’UDC è, allo stato dei fatti, un partito di centro che guarda a destra.

    L’esperienza della Rosa Bianca, anche se apprezzabile in alcune aree locali, non appare oggi capace di incidere per quantità in quella che può essere considerata la “pancia” moderata-conservatrice del partito.
    Inoltre la impermeabilità fra l’area del PD e quella dell’UDC fa apparire remota la possibilità di una mini-scissione nel PD verso l’UDC (nonostante le speranze che qualcuno ha coltivato).

    A mio parere, ma mi piacerebbe che si aprisse un serio e costruttivo dibattito, si aprono due strade per chi, come noi, vuole restare federe agli ideali che hanno dato origine alla Rosa Bianca.
    La prima prevede la permanenza nell’UDC come gruppo organizzato intento a coltivare un progetto culturale (imperniato ad esempio sul personalismo comunitario) capace di dare all’UDC un pensiero ideale e politico di tipo “moderato dinamico” rivolto a tutte le persone che non si rassegnano ai vecchi schemi politici e intenzionati a dare risposte concrete (culturalmente orientate) ai nuovi problemi del XXI secolo, sfuggendo dalle vecchie risposte del progressismo sociale (imperniato espressamente o implicitamente sul deficit spending) e del turbo capitalismo neo-liberista, magari ipotizzando un ripensamento di una attualizzata “economia sociale di mercato”.
    La seconda prevede il perseguimento dello stesso progetto culturale scegliendo la strada di un affiancamento, in posizione di autonomia organizzativa, del PD cercando di conservare un dialogo politico con gli esponenti popolari e teodem dello stesso. In questo percorso sarà giocoforza una alleanza con quelle aree politiche di ispirazione cristiana, come INCIPIT, che già hanno fatto una scelta di questo tipo.

    Le strade che invece non mi sembrano ora percorribili sono quelle di una mera permanenza nel futuro Partito della Nazione sciogliendoci in esso, o quella di un ingresso nel PD.

    Chi mi conosce sa che preferirei la prima strada, ma non do assolutamente per scontato che sia la preferita dalla maggioranza, né che qualcuno ne veda delle altre.

    Cari saluti

  13. 2009 Giugno 10
    Rodolfo Vialba permalink

    Caro Giuseppe,
    condivido il tuo giudizio sull’UdC come partito di centro che guarda a destra, con la precisazione che il giudizio vale forse un po’ meno dove l’UdC esiste come partito con i suoi organi e strumenti di partecipazione ma molto di più dove esiste perché è stato nominato un commissario che si è attorniato da alcuni fedelissimi consiglieri e assessori di enti locali.
    Questa realtà non mi piace per nulla e nonostante questo, anzi, proprio per questo, condivido la prime delle tue due proposte, così come condivido, in ragione dell’esperienza fin qui maturata nei rapporti con l’UdC, il tuo invito ad aprire un serio e costruttivo dibattito sulla Rosa per l’Italia e sulla sua partecipazione alla Costituente di Centro.
    Ciao.

  14. 2009 Giugno 10
    Rodolfo Vialba permalink

    Il mio carissimo amico Vincenzo Ortolina ha pubblicato sul blog la “Tesina di primavera. Sulle sorti del Partito Democratico” a me già nota. In ragione di ciò mi pare opportuno riportare la lettera con le mie risposte alle considerazioni di Vincenzo.

    Caro Vincenzo,
    fatto salvo il diritto dovere di dissentire, già argomentato nella mia precedente nota, provo ad argomentare le mie ragioni in proposito di quanto hai scritto nella “Tesina di primavera”.
    La prima delle mie ragioni è che a me fanno sempre tanta paura coloro che affermano le cose che affermano come se fossero delle verità assolute.
    In proposito di “verità” riporto il senso di quanto scritto da Antonio Socci (che può anche non piacere essendo lui di CL, come a me non piace per molte altre cose che ha fatto e detto) in “Indagine su Gesù”: a Pilato che gli chiede cos’è la verità, Gesù non risponde, si limita a guardarlo come per dire “io sono la verità ma tu non lo sai”.
    Questa è l’unica verità che mi è possibile accettare, tutto il resto sa molto di contingente, di soggettivo e di opportunistico, ed io non ho più né l’età né la volontà di impegnare tempo e risorse intellettuali per affermare ipotesi e posizione diverse ma altrettanto contingenti, soggettive ed opportunistiche.
    Mi rendo conto che vivo nella storia e che la storia è fatta anche di queste piccole cose che ci interrogano e ci chiedono di schierarci, ma mi pare molto saggio (la saggezza è virtù che oggi manca nel Paese in quanto è troppo impegnato a seguire le mode dei nuovi profeti), relativizzare un po’ tutto e non dare nulla per scontato, soprattutto che esistono verità, specie in politica, che meritano atti di fede.
    Detto questo come premessa per inquadrare il contesto nel quale si collocano la mie riflessioni e valutazioni passo alla seconda delle mie ragioni: Berlusconi.
    Cosa ne penso di lui credo ti sia ben noto in quanto in altre occasioni ho argomentato circa i molti perché non condivido lui e le sua politica, pertanto su questo non ci ritorno, salvo il citare quanto scritto oggi da due grandi giornali inglesi, il Financial Times e l’Independent: «Berlusconi non è evidentemente Mussolini: ha squadroni di veline al seguito, non di camicie nere». Ma il capo dell’esecutivo italiano è «un uomo molto ricco, molto potente e sempre più spietato. Non un fascista, ma un pericolo, in primo luogo per l’Italia, e un esempio deleterio per tutti».
    Mi limito, dunque, a riproporre una considerazione che già conosci, e cioè se è un errore o una esagerazione affermare che il nostro Paese sta scivolando verso una pericolosa emergenza democratica dagli esiti imprevedibili per la stessa convivenza civile.
    Aggiungo che molti come me hanno lottato per affermare la dignità della persona umana attraverso la democrazia, la libertà, la solidarietà, l’uguaglianza, il bene comune: chi nella Resistenza, chi nelle formazioni politiche, chi nelle organizzazioni del mondo cattolico, chi nel sindacato, chi nei posti di lavoro, chi nella società civile, ecc.
    Molti, come me, si interrogano su che fine hanno fatto quei valori, perché non si sono sedimentati nel “sentire” delle persone, perché oggi prevale l’autoritarismo e la divisione, la retorica e la demagogia, l’egoismo e l’individualismo?
    Molti, come me, si chiedono quali errori abbiamo commesso, di quali limiti ha sofferto la nostra azione in difesa e per l’affermazione di valori che credevamo dovevano essere posti a fondamento del vivere e del convivere nel nostro Paese, ma anche del nostro Paese con gli altri Paesi del mondo?
    In ragione di ciò è forse sbagliato affermare che le grandi “agenzie formative” della società civile (Partiti, Sindacati, Chiesa, Scuola, Università, ecc.) hanno in gran parte fallito nella loro iniziativa per l’affermazione di quei valori e, dunque, per loro, si pone con urgenza la necessità di una profonda riflessione sugli esiti e le derive attuali per il Paese?
    Spero di essere in buona compagnia con molti altri, ma a me compete la responsabilità di testimoniare la forza e la validità dei valori per i quali abbiamo lottato e di vivere la speranza che è possibile, per tutti coloro che si riconoscono nella Costituzione e nella Dottrina Sociale della Chiesa, lavorare assieme per superare questa anomalia nella vita politica del nostro Paese, che Berlusconi rappresenta e interpreta egregiamente, per vivere in una comunità diversa e normale.
    Come tu ben sai con Savino (non parlo di Casini) abbiamo deciso di prendere il largo, senza salvagente alcuno, per percorrere una nuova via nella politica italiana stante la nostra non condivisione dell’attuale rappresentanza della politica. Di questo vorremmo che si tenesse sempre conto, in particolare da parte di coloro, sia di centro destra che di centro sinistra, che essendo garantiti si sentono in dovere di esprimere giudizi.
    Come compagni di strada abbiamo scelto l’alleanza con l’UDC di Casini e con i Liberal di Adornato, non per fini meramente elettorali ma come premessa per costruire, con il Congresso del prossimo autunno, un nuovo soggetto politico che sarà chiamato come deciderà il Congresso.
    Quand’anche si volesse ridurre la polemica alla sola dimensione elettorale occorre rispondere a questa domanda: considerato i disastri prodotti dal “voto utile” sostenuto da destra e sinistra, è un bene o un male per la democrazia che in Parlamento vi sia anche l’Unione di Centro?
    Faccio notare, per inciso, che se non si fosse realizzata questa alleanza, lo dice Nando Pagnoncelli, l’UDC non siederebbe in Parlamento in quanto solo il 55% della vecchia base elettorale UDC l’ha rivotata mentre il restante 45% è il di più portato da Savino e Adornato.
    E’ vero, per chi ci guarda, o meglio guarda la Rosa per l’Italia, il percorso che abbiamo intrapreso è pieno di incoerenze e non è affatto garantito l’arrivo alla meta. Sappiamo benissimo di vivere nelle contraddizioni, che queste non sono solo nostre, che fanno parte del quotidiano.
    Tu pensi che rispetto al disagio che vivono molti cattolici del PdL l’attuale PD costituisca un possibile approdo e che non sia invece questo nuovo soggetto politico l’elemento catalizzatore della loro attenzione? Francamente, di questo ne sono convinto, così come sono convinto che apparire contro qualcuno piuttosto che per qualcosa condannino l’opposizione a Berlusconi a rimanere tale.
    Solo quando l’opposizione si renderà conto della sua capacità di farsi del male e dell’inutilità e antistoricità dei suoi arroccamenti ideologici, sarà in grado di costituire una valida alternativa a Berlusconi. Per il momento vive solo perché c’è Berlusconi.
    D’altra parte non c’è contraddizione anche nell’alleanza che ha dato vita al Partito Democratico e nelle scelte e decisioni politiche?
    Non voglio farne l’elenco, sarebbe troppo lungo e sostanzialmente inutile.
    Ricordo solo a te che dopo aver passato una vita a lavorare per l’unità sindacale, di cui sono sempre stato un convinto assertore, obiettivo importante ma piccolo rispetto al tema di quale modello di società proprio di una forza politica, mi trovo con la CGIL che per bocca di Cofferati (2001 e 2003) dichiara che questo obiettivo non è più perseguibile nell’attuale fase storica ma rinviato a tempi e stagioni future in quanto non esistono più le condizioni politiche e ideali che l’avevano determinato.
    Secondo te, se tali condizioni non esistono sul versante sindacale, come possono esistere sul versante politico? per la nascita del PD si è parlato di “fusione fredda”, ma forse visti i movimenti in atto, o semplicemente le voci dissonanti che si fanno sentire, tale fusione registra qualche criticità.
    Secondo te, per quale ragione, che non sia ideologica o di puro schieramento antiberlusconiano, ammesso che solo il PD lo sia, dovrei votare il PD e Cofferati?
    Vedi caro Vincenzo, in ragione del mio ruolo nella CISL ho sempre guardato alla politica con un certo distacco ed è per questo che alla politica ho potuto chiedere, spesso ottenendole, risposte non per me che non ne ero coinvolto, ma per gli altri. Distacco che continuo a mantenere e coltivare, anzi che allargo anche alla CISL di oggi, sia quella nazionale che quella regionale, e non tanto perché non ho più responsabilità dirette, ma perché provo un forte disagio nel vedere spesso questa CISL che partecipa al gioco del Governo. E non importa che sia questo o un altro di diverso colore, resta gravissima la rinuncia alla propria autonomia.
    Spesso nella mia vita sindacale, e anche politica, mi sono trovato all’opposizione, ma non rimpiango quei momenti. Essi sono stati importanti per la qualità degli avvenimenti e dei percorsi successivi.
    Se così fosse per coloro che hanno a cuore la democrazia e la libertà …………………
    R. Vialba
    27 maggio 2009

  15. 2009 Giugno 10

    Caro Massimo,
    Il PD sceglie IDV o cosa? La questione non è secondaria.

  16. 2009 Giugno 10

    Caro Gianni, non sono in grado di dirti quanto incide il costo della politica sul PIL, anche perchè bisognerebbe definire cosa intendiamo per costo. Il costo dei parlamentari? Quello degli amministratori locali? I rimborsi elettorali? Attento a non cadere nella trappola del populismo, ridurre i costi si può ma la politica costa e non può essere solo dei ricchi.

  17. 2009 Giugno 10

    Caro Vincenzo, i dati elettorali ci dovrebbero far tutti riflettere e riprecisare le nostre posizioni. L’UdC riesce facendo una opposizione seria e attenta, l’IDV sullo antiberlusconismo, il PD cala. Perché è avvenuto questo canbiamento del quadro politico? Questo è l’interrogativo per tutti.
    Alle amministrative ci siamo presentati nella maggioranza dei casi da soli, altri con il PD e in campania con il PDL, ma era possibile a Napoli fare diversamente.

  18. 2009 Giugno 10

    @Piero Pirovano
    Caro Piero, ho detto che bisogna trovare una via di mezzo per non mortificare il ruolo del Parlamento e per rispondere a chi lo vorrebbe trasformare in CdA.

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