Non so se la politica lo capirà: ma l’Italia ne ha bisogno

2009 Giugno 22
by Savino Pezzotta

Di fronte al ritorno della disoccupazione è facile capire da dove far partire l’agenda delle riforme. Se confrontiamo i giudizi dell’Ocse e i dati resi noti ieri dall’Istat (picco del 7,9%) veniamo riportati ai livelli del 1996. Così, discutere se si esce o meno dalla crisi diventa inutile, visto che viviamo in una vera emergenza del lavoro. Questi dati sono ancora più preoccupanti perché arrivano prima delle ferie. Di solito, e visti i rapporti umani che intercorrono tra datori e lavoratori, si resiste, si prova a non chiudere fino all’inizio di agosto. Così a settembre rischiamo di trovarci con una schiera di piccole e medie imprese che non riaprono i battenti.

E la cosa può avere effetti devastanti. Le prime riforme devono riguardare le piccole e medie imprese. Non possiamo aspettare la fine delle fiere. Ogni giorno perso non è recuperabile. Servono sostegni allo sviluppo. Il sistema bancario deve rispondere alle richieste di credito in tempi brevissimi. Bisogna garantire nuovi ammortizzatori sociali o strumenti d’accompagnamento. 

Ma se le tensioni sociali cresceranno con il tasso di disoccupazione, non avremo più lo spazio per fare le riforme: dovremo occuparci di altro. Invece il governo pensa che la crisi passi da sé. Come faccia è un mistero: ma se persino in America aumenta costantemente la disoccupazione, perché lo stesso non può verificarsi da noi? Con il premier in altre faccende affaccendato, noi abbiamo l’obbligo di dire con forza che la vera questione è affrontare la crisi economica che attanaglia le Pmi, il nerbo della nostra economia. 

Non so se sono già maturi i tempi per parlare di partito delle riforme: so che c’è l’urgenza di una politica che comprenda quello che stiamo vivendo. E non è una semplice crisi, ma una grande trasformazione dell’economia, del nostro ruolo internazionale. Un processo, che, secondo la chiave schumpeteriana della distruzione creatrice, non richiede l’interventismo dello Stato, ma l’accompagnamento della classe politica. Altrimenti agiranno gli spiriti animali del mercato, della finanza e dell’economia, ancora più eccitati dalla congiuntura. Serve introdurre elementi di riequilibrio. Così sulla questione delle pensioni, dirimente per i nostri ragazzi che hanno perso il lavoro, bisogna muoversi in termini di equità e tenendo conto di come è articolato il nostro sistema. Perché l’innalzamento dell’età può essere praticato nella misura in cui le risorse recuperate vengano vincolate al reinserimento dei nostri giovani. Regge se c’è uno scambio generazionale. Ezio Tarantelli diceva che la “gente capisce se gli si spiegano le cose”. Così si può intervenire sugli sprechi della Pubblica amministrazione senza la retorica sui fannulloni del ministro Brunetta, che finisce soltanto per irrigidire il sistema. E si può intervenire persino su un sistema complesso come quello sanitario, che ha dentro di sé tanti di quegli sprechi che si può fare una riforma a costo zero. E poi c’è il Mezzogiorno, che sarà la parte del Paese che pagherà di più la crisi. Se al Nord la congiuntura presenta il conto in termini occupazionali, il Sud dovrà contrastare il combinato disposto tra gap di sviluppo e mancata redistribuzione del reddito. E la risposta non sta nelle gabbie salariali, ma in un migliore rapporto tra salari e profitti, tra salari e qualità e livelli di produzione. 

Non può mancare un processo di liberalizzazioni per far saltare i monopoli esistenti e per impedire che se ne creano degli altri, come è avvenuto con la nuova Alitalia. Così come serve un intervento deciso, problema prima morale e poi economico. Che sia arrivata l’ora di discutere di tassazione di conflitto, che è l’unico modo per risolvere il problema? E non si può non concludere ricordando che non ci saranno grandi riforme se il sindacato sarà diviso: abbiamo l’obbligo dell’unità di fronte alla crisi.

Liberal 20 giugno 2009 

2 Risposte leave one →
  1. 2009 Giugno 23
    giuseppe cerasaro permalink

    Mi sembra che Savino abbia perfettamente centrato i temi urgenti.
    Disoccupazione e patto generazionale,lotta agli sprechi…
    Cose che si dicono, ma non si fanno mai, in omaggio a quella deteriore “politica sul territorio”, che porta a contentare tutti, facendo il contrario di quello che si dice.
    Mi auguro che questa strada sia nei prossimi mesi la “rotta” dell’Udc. La vecchia Dc ha lasciato due distinte eredità, una cattiva e una buona. Quella cattiva, del clientelismo diffuso e ramificato, la lasciamo volentieri al Pdl. In questo ha perfettamente ragione Berlusconi. In qualche modo, è lui che rappresenta la vecchia DC. La parte nobile dell’eredità vorrei sapessimo raccoglierla noi con coraggio e decisione. E per noi intendo tutta l’Udc.
    Intendo il perseguimento degli interessi generali senza tentennamenti ed incertezze, la composizione delle spinte sociali in un’ottica di giustizia ed equità, il coraggio di scelte impopolari.
    Non dobbiamo per forza diventare un partito a vocazione di governo o maggioritaria, e magari rinunciare a svolgere le tematiche necessarie per il Paese. Molto meglio essere un piccolo partito d’opinione, che col tempo e l’incalzare degli avvenimenti è destinato a crescere, e intanto mettere un mattoncino per la costruzione di un Paese migliore. Un pò il ruolo che, pur con diverse tematiche e accentazioni, per tanto tempo è stato del Pri di La Malfa.
    Le generazioni future potranno ringraziarci non tanto se saremo capaci di sostituirci a Berlusconi, ma solo se seguiremo una rotta onesta e coerente.

  2. 2009 Giugno 23

    Si è vero, dobbiamo avere il coraggio di spiegare alla gente come stanno le cose, siamo come una famiglia piena di debiti che vuol continuare a vivere sopra le proprie possibilità, anzi una famiglia dove una minoranza di componenti si impegna, lavorando di più, innovando il proprio modo di lavorare, imparando dalle altre famiglie (Nazioni) che stanno meglio, insegnando il proprio lavoro agli altri, e dove una maggioranza continua a fare i furbi, a spendere… tanto ci penserà qualcun altro a guadagnare, a lavoraree a pagare le tasse il meno possibile.
    Ma questa maggioranza è fatta per fortuna anche di persone che sono “trascinate” in questo gioco perverso ma che sono ancora capaci di ragionare e di tornare ad una lucidità civica.
    A queste persone occorre dire che, se vogliamo uscir fuori da un circolo vizioso di degrado, occorre guardare avanti, darsi un’ottica europea, ragionare in termini di un patto intergenerazionali che punti a:
    1) accrescere la produttività generale;
    2) promuovere uno sviluppo sostenibile in termini umani e ecologici;
    3) procedere a riforme strutturali non più rinviabili (ristrutturazione del sistema pensionistico e del welfare, lotta ad ogni forma di rendita monopolistica o meno, focus sulle meritocrazia, liberalizzazioni dell’accesso al lavoro e alle professioni….)
    Il tutto facendo perno sulla solidarietà nella sua duplice accezione di virtù morale personale e di principio ordinatore sociale, e sulla sobrietà come comportamento diffuso orientato a decidere i consumi sulla base di priorità eticamente indirizzate.
    Alle persone si possono chiedere sacrifici solo se chi glieli chiede ha dimostrato coerenza morale e piena affidabilità, e se insieme ai sacrifici si mostra loro anche i benefici che potranno trarne.
    In questo senso il patto intergenerazionale si trasforma anche in un patto tra società civile e rappresentanza politica ed economica.
    Un soggetto politico di Centro che non si appiattisca sull’UDC ma che venga percepito veramente come nuovo, serio, affidabile e rinnovato negli uomini può portare avanti questo compito.
    Sarebbe bello creare in tutta Italia una rete multipolare di gruppi e di associazioni sostegno di questo progetto.
    Cari saluti

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