Riflessione su fame, democrazia e pace

2009 Giugno 26
by Savino Pezzotta

 Mi sia consentito uscire un poco dai temi della nostra attualità politica per richiamare la vostra attenzione e sollecitare i vostri interventi su un tema che ritengo di capitale importanza per il futuro del mondo.

 

Ho l’impressione che nel nostro dibattito pubblico è debole  la consapevolezza della “grande trasformazione” che la crisi finanziaria prima e quella dell’economia reale poi, ha innescato.

A fronte di quanto sta accadendo sarebbe molto utile iniziare a ragionare sulla possibilità di una “democrazia-mondo” invece di restare costantemente ancorati alle nostre chiacchiere quotidiane. Il G8 che si terrà all’Aquila potrebbe essere una buona occasione per affrontare alcuni temi fondamentali.  Sono altresì convinto che per realizzare una vera svolta nel “governo del mondo” serva la crescita di una società civile globalizzata. Alcuni segnali del crescere di questa sensibilità li avvertiamo nelle iniziative di solidarietà nei confronti degli iraniani e dei birmani che lottano per la democrazia. Sono segnali e semi che occorre sviluppare e far crescere.

Ma possiamo parlare di nuova “democrazia-mondo” o più semplicemente di una “governance” della nuova fase della globalizzazione  se le condizioni materiali di molte persone stanno peggiorando? 

Questa è la domanda che ci dobbiamo porre e che dobbiamo porre con forza e rigore.

Sono convinto che se vogliamo un mondo meno lacerato e insicuro, il primo tema da affrontare è quello della fame.

La condizione esistenziale di milioni di persone, dopo il terremoto economico prodotto dalla crisi finanziaria si è fatta più drammatica, e, mentre i paesi economicamente più forti sono alle prese con i problemi dei sistemi finanziari, bancari, della crescita della disoccupazione, per la prima volta nella storia degli uomini più di un miliardo di persone devono fare i conti con la fame, con la mancanza del cibo.

Può il mondo sopportare a lungo una situazione in cui un sesto della sua popolazione non riesce a sfamarsi?

Un mondo senza sicurezza alimentare è pericoloso per tutti. La questione della fame non è solo, se mai lo è stato, un problema di solidarietà, di filantropia, ma di giustizia sociale e di sicurezza mondiale. E’ su questo terreno che si gioca il futuro della democrazia.

I fattori che hanno aggravato la situazione sono la recessione mondiale che ha prodotto cento milioni d’affamati in più del 2008 e la crescita dei prezzi delle detratte alimentari nei paesi deboli, poveri e impoveriti. In questi paesi i prezzi dei generi alimentari sono aumentati del 24% rispetto al 2006 , rendendo impossibile a molte persone l’acquisto di generi alimentari. La situazione è inoltre aggravata dai processi d’urbanizzazione dove la concentrazione della popolazione nelle città, a differenza di quella delle campagne, non consente alle persone  rifugiarsi nell’economia informale e di pura sussistenza. Questo spiega le rivolte che lo scorso anno hanno investito alcune metropoli dei paesi poveri e che oggi potrebbero ripetersi ed estendersi.

Secondo gli esperti della FAO esiste una  soglia “frontiera della fame”, calcolata sulle 1800 calorie giorno, sotto la quale l’indebolimento dell’organismo rende le persone vulnerabili e incapaci di resistere alle malattie con danni talvolta irreversibili.

La Banca Mondiale prevede che da qui al 20015 moriranno  dai 200.000 ai 400.000 bambini in più l’anno e che l’anno prossimo il numero degli infanti sottopeso aumenterà di 125 milioni.

Il primato della fame spetta all’Africa sub-sahariana con 265 milioni d’affamati, un sesto degli abitanti. Segue l’America latina con 53 milioni, il Nord-Africa e medio oriente con 42 milioni, l’Asia-Oceania con 462 milioni, questi numeri vanno commisurati alla densità demografica delle regioni richiamate.

La fame però morde, anche se in misura inferiore, i paesi ricchi. Sono 15 milioni gli europei e i nordamericani che sopravvivono a stento.

La crisi economica ha aggravato la situazione. Sono diminuite le esportazioni e i prezzi delle materie prime ( vedi petrolio)  e pertanto le entrate dei paesi poveri in via d’emersione e di sviluppo. Le banche hanno ristretto i crediti su scala planetaria e pertanto anche verso gli Stati. I paesi poveri sono pertanto costretti a ridurre gli investimenti e anche le sovvenzioni ai contadini poveri per l’acquisto di sementi e fertilizzanti determinando una riduzione della produzione di beni alimentari, innescando un circolo vizioso.  Inoltre molti paesi che stavano dando corso ad investimenti ( vedi Golfo Persico) li riducono e rinviano la manodopera stranera nei paesi d’origine. Calano le rimesse degli emigranti con effetti negativi sulle famiglie e sugli stati.

La crisi economica sta veramente mutando il mondo e  la crescita delle persone affamate e senza cibo è l’elemento più inquietante e pericoloso. Non possiamo parlare e operare per la  democrazia-mondo e per la pace se la fame continuerà a mordere la vita e la convivenza delle persone.

La tentazione che attraversa i paesi economicamente più forti, è quella della sindrome della fortezza, ovvero di chiudere le frontiere lasciando che crescano le pulsioni xenofobe, ma questa è un’illusione che va smascherata anche nell’interesse di chi la propugna.

Povertà e aiuti ai paesi economicamente più deboli, Africa in testa, dovrebbero essere le priorità del G8 dell’Aquila e del World food Summit del prossimo novembre a Roma. L’Italia arriva a questi appuntamenti con il triste primato di essere uno dei fanalini di coda nell’impegno della lotta alla fame. Il nostro Paese ha accumulato in questi anni molte critiche sulla sua inadempienza rispetto alle promesse fatte al G8 di Gleaneagles del 2005. Un recentissimo rapporto stilato dalla “campagna internazionale contro la povertà” ha evidenziato che i paesi del G8 hanno fornito solo un terzo ( 7 mld di dollari) dell’aiuto supplementare promesso nel 2005 all’Africa entro il 2010 ( 21,5 mld di dollari) –.All’appello mancano due terzi degli aiuti promessi, e mentre Canada, Usa e Giappone stanno rispettando gli obiettivi, Gran Bretagna e Germania li superano, l’Italia ha realizzato la peggiore performance del G8.

L’Italia ha fornito solo il 3% dell’incremento degli aiuti promessi all’Africa, il nostro paese avrebbe dovuto attestarsi nel 2006 al 0,33% del rapporto aiuti /pil, invece si è fermato allo 0,20%  per poi scendere  allo 0,19% nel 2007 e allo 0,22% nel 2008.

Questa è la situazione. Da noi si procede con i respingimenti, con l’inasprimento delle norme nei confronti degli immigrati irregolari e si fa poco, pochissimo per creare le condizioni che consentano alle persone di poter vivere decentemente nei loro paesi. Questa è la contraddizione che stiamo vivendo, ma bisogna sapere che se le persone non potranno sfamarsi il mondo vivrà nell’incertezza e la pace si allontanerà sempre di più.

Su questi temi serve una mobilitazione continua per spingere il Governo a dare attuazione agli impegni presi e per sviluppare la cooperazione tra gli stati, ma tutto questo  non avverrà se nell’opinione pubblica non creerà una maggior attenzione a questo tema. Da qui sorge l’esigenza di alimentare un dibattito pubblico, perché la democrazia-mondo non s’impianterà se le persone non si approprieranno di una visione della cittadinanza che partendo dal proprio paese si allarghi ai problemi del pianeta. 

 LA PRESA DI POSIZIONE DEI VESCOVI DEI PAESI APPARTENENTI AL G8

 

Le conferenze episcopali dei paesi industrializzati hanno indirizzato ai membri del vertice che si svolgerà all’Aquila un messaggio importante sul quale vale la pena riflettere.

” In questo tempo di crisi finanziaria ed economica globale, vi scriviamo a nome delle Conferenze Episcopali Cattoliche dei Paesi Membri del G8 per esortarvi a prendere provvedimenti condivisi, nel prossimo Vertice del G8 in Italia, finalizzati a proteggere i più poveri e assistere i Paesi in via di sviluppo. Come il nostro Santo Padre Benedetto XVI ha scritto nella lettera al Primo Ministro Gordon Brown alla vigilia del Vertice del G20 che lo stesso Primo Ministro ha ospitato: 

La crisi attuale ha sollevato lo spettro della cancellazione o della drastica riduzione dei piani di aiuto internazionale, specialmente per l’Africa e per gli altri Paesi meno sviluppati. L’aiuto allo sviluppo, comprese le condizioni commerciali e finanziarie favorevoli ai Paesi meno sviluppati e la remissione del debito estero dei Paesi più poveri e più indebitati, non è stata la causa della crisi e, per un motivo di giustizia fondamentale, non deve esserne la vittima. 

La nostra tradizione morale impegna la Chiesa a proteggere la vita umana e la sua dignità, specialmente dei membri più poveri e vulnerabili della famiglia umana. Nei volti dei poveri la Chiesa Cattolica vede il volto di Cristo che siamo chiamati a servire in tutti i Paesi del mondo. Paradossalmente i poveri che hanno contribuito di meno alla crisi economica con cui il mondo oggi si confronta, saranno quelli che con ogni probabilità soffriranno di più la devastazione, perché relegati ai margini in una schiacciante povertà. Alla luce di questi fatti, i Paesi Membri del G8 dovrebbero far fronte alle loro responsabilità nella promozione del dialogo con le altre maggiori potenze economiche per aiutare a prevenire ulteriori crisi finanziarie. Inoltre dovrebbero onorare i loro impegni nell’aumento degli Aiuti allo Sviluppo per ridurre la povertà globale e raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, specialmente nei Paesi Africani. Questo richiede un approfondimento della partnership con i Paesi in via di sviluppo in modo che queste popolazioni possano diventare agenti attivi della loro crescita, partecipando alle riforme politiche, governative, economiche e sociali al servizio del bene comune. 

In modo particolare è importante rafforzare i processi di peacekeeping in modo che i conflitti armati non continuino a privare i Paesi delle risorse necessarie allo sviluppo. In modo analogo, gli Stati poveri e i loro popoli che meno hanno contribuito come agenti responsabili del cambiamento climatico globale sono quelli a maggior a rischio per le gravi conseguenze di questo fenomeno. Come pastori e guide della Chiesa, abbiamo particolarmente a cuore l’impatto che il cambiamento climatico produrrà sulla vita degli ultimi. Per questo dovrebbero essere fissati impegni concreti e creati dei meccanismi per mitigare ulteriori cambiamenti climatici, aiutando i poveri e i Paesi in via di sviluppo ad adeguarsi a questi effetti e ad adottare tecnologie appropriate per uno sviluppo sostenibile. Proteggere i diseredati e il pianeta non sono ideali tra loro contrastanti ma priorità morali per tutte le persone di questo mondo. 

Il Vertice del G8 ha luogo all’ombra di una crisi economica globale ma le sue azioni sono in grado di portare una luce di speranza al mondo in cui viviamo. Chiedendovi innanzitutto in che modo una determinata politica influisca sui poveri e sugli indifesi, potete far sì che sia assicurato il bene comune di ciascuno. Come famiglia umana siamo chiamati ad assicurare i nostri stessi benefici anche ai nostri membri più deboli. Preghiamo Dio che il vostro incontro sia benedetto da uno spirito di collaborazione che vi permetta di fare dei passi concreti per ridurre la povertà e per affrontare il cambiamento climatico in questo tempo di crisi.”

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