LETTERA APERTA AL SENATORE ZANDA SUL “CASO” BINETTI
Caro Senatore,
Ho letto su Repubblica la tua lettera all’On. Paola Binetti. Confesso di aver avuto un moto di meraviglia e di stupore, ma poi mi sono detto: “Sono questioni interne al Pd”. Se la sbrighino tra di loro”. E’ stata senza dubbio una reazione superficiale poiché i problemi che poni all’On. Binetti vanno oltre i confini di un partito e riguardano tutti.
Non voglio entrare in merito ai problemi concernenti il testamento biologico o alle norme per il contrasto all’omofobia, sulle quali possiamo avere idee diverse. Quello che m’interessa discutere è se le opinioni di coscienza di un parlamentare possano essere sottoposte a una rigida disciplina di partito. Con la fine dei grandi blocchi ideologici abbiamo tutti parlato di partiti aperti e leggeri ma, quando si tratta di evidenziare questa apertura nei comportamenti, torniamo ai vecchi metodi e si cerca, in via diretta o indiretta, di imporre il comando dell’opinione prevalente.
Ci sono questioni invece che si sottraggono al “prevalente”. Sono quelle che interrogano la coscienza personale e non possono essere sottoposte a disciplina. La libertà di coscienza e quella personale sono principi su cui, da democratici, occorre sempre essere intransigenti, anche e soprattutto quando creano problemi.
Non è accettabile che cerchi – in modo indiretto ma estremamente chiaro – di far passare l’idea che chi ha votato la pregiudiziale di costituzionalità avanzata dall’On. Vietti sia quasi un mandante delle violenze future che si potrebbero verificare nei confronti di persone omosessuali. Speriamo e operiamo perché non avvenga mai. Non c’è nessuna connivenza o indifferenza verso gli atti di violenza o di discriminazione che avvengono nei confronti delle persone omosessuali, alle quali va tutto il rispetto.
Il problema essenziale su cui dovremmo interrogarci è come combattere la violenza e l’intolleranza che allignano dentro la nostra società. Ci dovremmo perciò attivare con un linguaggio politico meno carico di aggressività, di demonizzazioni ed evitare che il confronto politico diventi una lotta all’insegna della logica del nemico da eliminare. Un tema che riguarda parte della maggioranza – l’aggressione che il Presidente del Consiglio ha fatto nei confronti dell’On. Bindi non è stato un buon esempio – ma non sono nemmeno condivisibili certe intemperanze verbali che sentiamo nel dibattito parlamentare da parti dell’opposizione. Così si alimenta e si diffonde il germe dell’intolleranza facendolo diventare costume. Ci si dovrebbe impegnare a far crescere una cultura della non-violenza che dovrebbe partire dal linguaggio. Capisco bene che non basta e che servono anche disposizioni normative che contrastino certi atteggiamenti. Mi sarebbe piaciuto che sulle questioni di costituzionalità avanzate da Vietti ci fosse stato un maggior approfondimento che invece è mancato.
E rispetto ai temi cui fai cenno nella tua lettera, ricordo che le opinioni dell’On. Binetti erano conosciute da qualche tempo perché non ne ha mai fatto mistero. Invece di apprezzare la lealtà dei suoi comportamenti è sottoposta a una serie di accuse. Chi vive con attenzione la vita parlamentare conosce bene i contenuti e le proposte di legge che circolano nelle commissioni ed è alquanto usuale esprimere opinioni e pareri anche prima che il proprio partito abbia assunto decisioni. Non capisco perché questo debba essere inibito alla Binetti. Così si rischia di introdurre nel dibattito politico restrizioni che non aiutano l’approfondimento, il dibattito e la ricerca di mediazioni tra opinioni diverse dentro e fuori il partito di appartenenza. Mi sembra che tu proponga un partito chiuso e autoreferenziale, quando invece abbiamo bisogno di dialogo, confronto e ricerca.
Ti confesso che mi è parsa strana anche l’idea che sia da evitare la ricerca e la riflessione – il piano inclinato- sugli effetti che le nostre decisioni di oggi potrebbero avere sul futuro degli altri. Una questione che invece si fa sempre più stringente dato che ormai la politica è chiamata a decidere sui temi della vita, del vivere insieme, dell’ambiente e dell’uso smisurato e pervasivo della tecnica. Forse il termine “ piani inclinati” può anche essere infelice, ma l’obbligo di riflettere e avanzare previsioni sugli effetti delle nostre azioni non deve e non può essere sottovalutato anche quando si tratta di questioni o diritti che riguardano i singoli. La società non è fatta ne’ può essere costituita da monadi che si muovono in un universo moltitudinario. La società, il vivere insieme è costituito da forti e profonde interdipendenze che si autocondizionano. Per questo cercare di capire cosa possiamo determinare è importante e necessario.
Sono sempre più convinto che dovremo applicare con rigore il principio di responsabilità, soprattutto su temi e questioni su cui potrebbe prendere corpo una “nuova etica”. Prima che una norma diventi vincolante bisognerebbe valutare solo quanto risponda alle esigenze dell’oggi e cosa potrà determinare in futuro, quello spazio che non ci appartiene. Un principio che deve valere per le questioni ambientali, economiche, per l’uso delle moderne tecnologie, dell’informazione, per le questioni sociali e i diritti individuali che non possono mai essere pensati come separati dal contesto sociale.
Il nostro vero problema è come costruire un‘etica del futuro e uscire dalla morbosità dei moralismi e individualismi che inquinano il dibattito politico attuale. Un’etica per il futuro è lo sforzo che si deve fare. Per questo credo che le dichiarazioni dell’On. Binetti, condivisibili o meno, siano meno “surreali” di quanto si vogliano far apparire. Ci pongono un problema di metodo e di riflessione che non possiamo eludere con qualche anatema. Dobbiamo continuare a riflettere, a ricercare e a confrontarci. E soprattutto garantire a tutti, come cifra della propria, la libertà di opinione, di coscienza e qualche pratica eretica rispetto all’opinione prevalente del proprio partito.
Publicato su Liberal 24/10/2009


L’Art. 67 della Costituzione afferma che “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.
Per questa ragione mi sembrano del tutto spropositate le reazioni di taluni esponenti del PD alla scelta dell’On. Paola Binetti di votare in modo diverso da come indicato dal Partito Democratico in merito al disegno legge sull’omofobia,
Credo che ciò sia il segnale che c’è qualcosa che non va nel nostro attuale sistema di rappresentanza politica, più precisamente nel rapporto tra l’assenza di qualsiasi vincolo di mandato, quale diritto che la Costituzione assicura ad ogni parlamentare, e l’appartenenza politica ad una delle due aree del sistema bipolare: maggioranza e opposizione, oppure centrodestra e centrosinistra.
A parte il giudizio che può essere espresso sul percorso del disegno di legge sull’omofobia, resto convinto che la vicenda “Binetti” sia indicativa dei rischi e dei pericoli a cui è sottoposto il nostro sistema democratico.
Personalmente condivido il comportamento dell’On. Binetti che altro non ha fatto che esprimere il proprio pensiero, peraltro inizialmente omogeneo a quello del PD, confermandolo quando il PD ha espresso un pensiero diverso. In ciò l’On. Binetti ha solo esaltato, a differenza di molti altri sia di maggioranza che di opposizione, la disposizione Costituzionale dell’Art. 67 sull’assenza di vincolo di mandato.
E’ dunque legittimo chiedersi per quale ragione il PD si ritiene nel diritto-dovere di assumere provvedimenti di censura, magari di espulsione, nei confronti dell’On. Binetti, e se ciò non sia il segnale preoccupante della degenerazione delle regole del sistema democratico, prima ancora di quelle interne al PD.
A mio giudizio tre sono gli elementi di sistema che presentano condizioni fortemente negative:
- i limiti di democraticità e di libertà individuale di scelta e di espressione propri dell’attuale legge elettorale maggioritaria,
- il sistema della rappresentanza politica e parlamentare di tipo bipolare che tende ad annullare le differenti espressioni politiche e personali e che da molti è considerano come premessa al bipartitismo,
- l’affermarsi di tendenze e comportamenti di tipo presidenziale sia sul piano istituzionale che nella vita delle forze politiche che contrastano con il regime democratico e parlamentare indicato dalla Costituzione.
Tutto questo è ciò che va posto all’ordine del giorno del dibattito politico, senza preoccuparsi di chi dissente perché, in democrazia, questa è una ricchezza. Ciò che è importante è cosa fare oggi per il Paese e cosa costruire di nuovo, in termini di rappresentanza politica, di progetto politico e di governo, per quando Berlusconi cadrà.
On. Binetti, per il bene del suo partito e del Paese rimanga nel PD e voi, uomini del PD impegnatevi a costruite un partito che sia realmente democratico e pluralista in cui tutti abbiano diritto di cittadinanza, che non pensi di essere egemone ma sia aperto al confronto e al dialogo anzitutto con l’articolata opposizione politica al centro destra, perché questo è ciò di cui il Paese ha bisogno.
R. Vialba
Ho nutrito qualche dubbio,o meglio,qualche sospetto,riguardo ad una possibile “strumentalità” della pregiudiziale di costituzionalità di Vietti,peraltro ineccepibile sul piano formale.
Dal mio punto di vista ritengo semplicemente superflua la proposta di legge sull’omofobia.
La legge tutela tutti i cittadini,a prescindere dalle loro inclinazioni sessuali,e tanto meno servono aggravanti.
Su questo piano si doveva restare,e l’ipotesi di una possibile “controscrittura” della legge non va in questo senso.
Naturalmente,pensandola così,che una nuova legge da aggiungere alle seimila esistenti è dannosa,inutile,e controproducente, non mi appassiona la posizione della Signora Binetti,che paventa ulteriori “sviluppi”.
E non si trattava nemmeno di un tema così eticamente sensibile da giustificare barricate ideologiche.
Ma la libertà di espressione è sacra.
La Binetti ha espresso la propria con compostezza e correttezza,la Concia & Company sono usciti fuori dal seminato.
Caro Savino credo che solo tornando alla politica della testimonianza come tu stesso affermi, si possa inaugurare una nuova stagione. Le imposizioni dei partiti a stare tutti “allineati e coperti” rappresentano un freno alla politica del bene comune che seppur con tanta fatica non può che prendere le mosse da una coscienza retta e onesta. Questo costa e spesso magari non paga in termini di carriera politica; ma se la politica è e rimane è un servizio dobbiamo abituarci a svolgerlo dagli evangelici “ultimi posti” con la dignità e la speranza di chi sa guardare oltre.
Caro Savino,
questa opinione non riesco a condividerla. Ogni partito può decidere la sua rotta politica, e delineare un confine tra ciò che è in linea e quello che non lo è, ed infine delimitare gli spazi della libertà di coscienza.
A parti invertite non accetterei mai, da elettore, che all’interno dell’UdC operassero parlamentari che votassero sistematicamente in direzione dei matrimoni omosessuali, l’eutanasia, o contro la libertà nella scelta educativa, ad esempio. Soprattutto con questa legge elettorale, che non offre le preferenze. In sintesi preferisco che sia i parlamentari, che i partiti, possano decidere la propria condotta in piena autonomia, anche decidendo chi sta dentro e chi sta fuori.
Ritengo che il PD stia legittimamente tracciando dei confini più chiari nelle sue scelte. Questo andrà a vantaggio degli elettori, che sapranno meglio identificare una politica da un’altra.
Concordo sulle valutazioni di Savino.
Ritengo opportuno rilevare al riguardo che nel codice etico del Partito Democratico, tra i numerosi diritti in esso previsti, non viene affermato il diritto di poter esprimere nelle istituzioni – nel doveroso rispetto delle varie posizioni – un voto in piena e autonoma libertà di coscienza nelle materie eticamente sensibili.
E’ da ricordare inoltre che nel manifesto dei valori del PD è del tutto assente qualsiasi riferimento alle radici cristiane e al pensiero cattolico democratico, ai quali faceva invece espresso e significativo riferimento, unitamente ad altri riferimenti, il manifesto posto da Margherita e DS a fondamento e garanzia del percorso costituente del nascente partito.
Non c’è quindi, purtroppo, da meravigliarsi se sul piano politico, in un partito non caratterizzato da un sentire comune su questioni etiche fondamentali, la mediazione su scelte fondamentali che discendono da divergenti visioni dell’uomo viene vincolata al criterio “democratico” della maggioranza.