Il tema che mi è stato proposto non è di facile declinazione, soprattutto se si vuole evitare di fare dell’ideologia. Dobbiamo tenere presente che è molto complesso e non privo di ambiguità.
E’ comunque un tema che si pone in tutte le società, poiché è sotto gli occhi di tutti come le principali risorse sociali, materiali, immateriali, simboliche e culturali siano distribuite in modo diseguale: reddito, istruzione, proprietà, consumi, potere economico e politico, status e risorse intellettuali. Si può osservare, pur con diverse gradazioni, che in ogni società una parte della popolazione possiede una quantità di risorse superiore ad altre parti.
Descrivere cosa sia la disuguaglianza non è facile, ne’ si può utilizzare il semplice concetto di classe o la divisione tra ricchi e poveri. Anche all’interno di questa macro distinzione esistono articolazioni e diversificazioni: non tutti i ricchi sono uguali, come non lo sono i poveri. Le disuguaglianze non si pongono su un asse solo verticale che pur essendo semplicisticamente e percettivamente così disposte, non rappresentano un continuum, ma si suddividono all’interno dello stesso asse e assumono un calettare di orizzontalità: c’è un alto e un basso ma dentro l’alto e il basso c’è un largo e uno stretto.
Il concetto che meglio aiuta ad analizzare e a comprendere la dinamica delle disuguaglianze è “stratificazione”. E’ un concetto geologico che rende bene la situazione; infatti, ogni ceto sociale o classe, pur essendo definibile in modo astratto, a un’attenta osservazione appare al suo interno molto disuguale. Mi spiego meglio: ci sono imprenditori con capitali di decine di milioni di euro e altri con pochi milioni; in politica ci sono uomini con tanto potere e altri con poco; nel lavoro ci sono operai specializzati e operai comuni e si potrebbe elencare all’infinito. Per questo il concetto di stratificazione sociale aiuta a cogliere la dimensione e l’estensione delle disuguaglianze.
Per cercare di definire cosa sia la disuguaglianza mi riferisco alla lezione del grande economista anglo-indiano Amartya Sen. Con la pubblicazione di “le diseguaglianze” ha dato un contributo fondamentale alla comprensione della questione, superando molte incrostazioni ideologiche e in particolare quelle ereditate dall’ottocento .
Le tesi di fondo sono due:
- Quando si vuole analizzare e valutare le diseguaglianze innanzitutto occorre chiedersi: eguaglianza di cosa? Cercare quindi dei termini concreti di confronto tra le situazioni;
- Per valutare il livello di eguaglianza esistente in una società e perseguire degli obiettivi egualitari, bisogna analizzare e osservare le capacità e i funzionamenti.
Nel rispondere alla prima domanda occorre anche porsene una nuova: “Perché l’eguaglianza?”
Quando ci proponiamo un impegno per l’eguaglianza, dobbiamo sapere che non esiste l’eguaglianza in sé come obiettivo da raggiungere, ma che ci muoviamo per un certo tipo di eguaglianza, che privilegiamo un aspetto a discapito di altri. Questa proposizione è molto importante per chi opera nel sociale, nell’economico e nel politico perché obbliga ad affrontare due problematiche:
- Una battaglia per l’eguaglianza può incidere negativamente sulle differenze?
- Un’eccessiva tensione egualitarista può comportare una limitazione della libertà?
Non sono due domande banali. Gli uomini, come noi sappiamo, sono diversi gli uni dagli altri, perfino i gemelli. Le diversità sono generate da una serie di fattori: l’ambiente in cui si vive, la cultura, le religioni, i lavori. Allora diventa chiaro che l’eguaglianza deve anzitutto confrontarsi con le diversità che non possono essere omogeneizzate dietro un falso egualitarismo. Ecco perché il tema dell’uguaglianza si presta a tanti equivoci: c’è chi predica l’eguaglianza razziale, chi racchiude l’eguaglianza sulla dimensione del territorio, chi la propone sul piano della religione o della classe sociale. In questo modo genera discriminazioni perché se non sei della mia razza, del mio territorio, della mia religione, non sei uguale a me e perciò ti discrimino, ti respingo o ti elimino.
Le uguaglianze si costruiscono nel riconoscimento delle diversità e la libertà è il principale campo di applicazione dell’uguaglianza. Viene prima della giustizia sociale e delle politiche distributive. Se voglio l’eguaglianza, devo innanzitutto esigere la libertà e pertanto eliminare tutti i fattori che impediscono a una persona di agire in libertà.
Per queste ragioni diventa necessario identificare, sviluppare e difendere lo spazio specifico in cui valutare le disuguaglianze e questo non può che essere quello delle capacità e dei funzionamenti sociali.
Sappiamo che le persone esprimono una serie di esigenze: la nutrizione, la salute, la partecipazione alla vita sociale. Ciò che si mette in campo per raggiungere la soddisfazione di questi bisogni sono le capacità e il tasso di libertà che ogni persona ha a disposizione per scegliere il suo modello di vita.
In pratica “libertà” significa la concreta possibilità di acquisire ciò che si sceglierebbe se si avesse la possibilità di farlo, ma questo implica la libertà dalla fame, dalla malattia, dall’ignoranza. La libertà pertanto non è data solo sul piano individuale, ma comporta sempre un dato collettivo, sociale e politico. Da solo non posso sconfiggere la fame, curarmi, istruirmi. Mi servono pratiche e politiche che consentano di sconfiggere le privazioni o di distribuire i beni. Da questo punto di vista è sostanzialmente falsa l’idea che il mercato da solo sia in grado di soddisfare i bisogni.
Dobbiamo pertanto valutare l’eguaglianza in relazione alle capacità di una società di organizzare un insieme a disposizione dell’individuo.
Per chiarire vi propongo un esempio: la povertà scelta e quella subita non sono uguali poiché nel primo caso sono io che scelgo, nel secondo sono sottoposto a una costrizione.
Non tutto può essere concentrato sugli strumenti, i mezzi, l’organizzazione sociale e istituzionale. L’esigenza e l’estensione della libertà non dipendono solo da queste condizioni ma anche dalle caratteristiche culturali, sociali, dall’ambiente umano in cui vivono individui diversi.
Il mezzo migliore per valutare la possibilità dell’uguaglianza è dato dalle capacità sociali, individuali e di ambiente di vita.
Proviamo, secondo questa prospettiva, a riflettere sul tema della povertà. Siamo stati abituati a definire la povertà a partire dal reddito e per misurarla abbiamo definito la cosiddetta “soglia di povertà” al di sotto della quale una persona, una famiglia, un ceto sociale è “oggettivamente” povero. Anche quando si tentano correzioni, la povertà è sempre misurata sul reddito e su parametri economici. Non sottovaluto l’importanza di questa metodologia, ma evidenzio che i parametri puramente economici non colgono la complessità della povertà. La povertà e le diseguaglianze devono essere misurate anche sulle inadeguatezze sociali. Per queste ragioni andrebbero usati indici più complessi e definite priorità di azione e d’intervento.
E’ comunque chiaro che nell’attuale fase di grande trasformazione, di profondi cambiamenti e di complessificazione crescente, il tema dell’uguaglianza diventerà sempre più uno snodo fondamentale per costruire criteri di vita buona e di dimensione etica per la politica e l’economia.
La tensione costante verso la dimensione dello scardinamento delle diverse disuguaglianze che insorgono resta un reale obiettivo, un terreno utile di ricerca e di proposta.
Devo far notare che questo percorso ha bisogno di riferimenti valoriali ben precisi che sono ancorati al riconoscimento della dignità umana e della comunanza di destino degli uomini. Tutto questo presuppone una rottura dell’individualismo e del tentativo di ridurre l’individuo a una monade che balla dentro la moltitudine.
Son sempre più convinto che i valori della solidarietà, della affettività, della libertà, della responsabilità verso altri, non rivestano un carattere marginale nell’analisi delle disuguaglianze. Essi, per loro natura, ricoprono un’importanza “normativa” perché rappresentano un elemento di rilievo nella formazione della stratificazione sociale. Possono essere utilizzati per costruire e valutare i processi di inclusione ed esclusione; possono risultare utili a valutare il grado di integrazione e coesione sociale.
Oggi il tema della lotta alla diseguaglianza è strettamente legato al sistema di welfare e pertanto alle questioni dell’efficienza/efficacia del sistema di istruzione, di cura, di tutela sociale per tutta la vita, al grado di mobilità sociale, alla distribuzione dei redditi, alle opportunità di un lavoro decente, alla famiglia, al capitale sociale e alla gestione del territorio, all’abitare e alla sostenibilità ambientale.
Sono convinto che lo stato sociale sia stato la più grande conquista egualitaria della democrazia ma oggi andrebbe profondamente riformato e adattato a una società profondamente cambiata e sottoposta a profonde trasformazioni.
A questo punto entra in campo la crisi che stiamo vivendo.
Questa crisi non è di natura congiunturale ma ha caratteristiche strutturali molto profonde poiché dietro di essa ci sono i fenomeni che l’hanno generata e che sono stati subissati dall’esplodere della crisi finanziaria e della sua pervasività.
Non dimentichiamo cosa è successo nell’ultimo quinquennio e poiché siamo tutti usi a parlare di bolle, cerchiamo di vederle:
- La bolla alimentare;
- la bolla della allocazione delle risorse energetiche e materie prime;
- la bolla finanziaria.
Insieme hanno provocato l’attuale crisi economica ma la bolla finanziaria ha innescato la spirale a livello mondiale.
Sembra convinzione comune che questa crisi non sia un normale ciclo congiunturale, ma sia strutturale perché causata da un improvviso e incisivo innalzamento dell’incertezza e del rischio sistematico. In particolare presenta alcune caratteristiche che andrebbero sempre tenute presenti e che cerco di riassumere per titoli:
- è internazionale nella sua propagazione e diffusione e pertanto non può essere affrontata solo a livello di singoli stati. Le cause sono state originate dalla crisi finanziaria americana, ma anche dalla pressione sulla domanda di beni e materie prime dovuta alla crescita dei cosiddetti paesi emergenti, da cui si è originata una bolla speculativa parallela. Ed è proprio sul rapporto tra queste nuove economie e paesi di vecchia industrializzazione che si gioca la partita del futuro e della divisione internazionale del lavoro.
- Si sono modificati, in maniera improvvisa e a livello mondiale, i comportamenti delle imprese e delle famiglie: è aumentata la propensione al risparmio delle famiglie ed è diminuita la loro disponibilità/possibilità di spesa; cresce la domanda di liquidità delle imprese; cadono consumi ed investimenti. C’è un timore dell’ignoto molto profondo che influenza i comportamenti delle imprese, del sistema creditizio e delle famiglie. Si è registrata una incidenza molto profonda sul cosiddetto capitale sociale ed in particolare su quella specifica componente che è la fiducia generalizzata, che è un problema di grande portata per una economia di mercato basata sostanzialmente sulla contrattazione.
- Il conflitto d’interessi è diventato l’elemento strutturale della crisi, a causa dell’assenza di regolazioni. Obama ha avanzato recentemente una proposta sulla regolazione del sistema bancario molto interessante che tende a separare i ruoli di raccoglitore di risparmio e prestiti, da quello di fondi che operano sul terreno speculativo.
- L’epidemia scatenata dalla crisi finanziaria – accentuando i canali di trasmissione tra settore finanziario ed economia reale e generando difficoltà sul terreno della domanda e della produzione – ha finito per colpire in modo particolare l’occupazione. Dopo tanti anni i paesi di vecchia industrializzazione sono tornati a fare i conti in modo pesante con la carenza di lavoro e con forti tensioni e malessere sociale, a confrontarsi con una nuova divisione internazionale del lavoro che vede i paesi emergenti assumere dimensioni di rilievo. Gira e rigira alla fine c’è sempre chi deve sopportare in modo pesante e drammatico i costi.
L’effetto finale di questo sconvolgimento è che sono aumentate in misura sensibile le disuguaglianze economiche e sociali a livello internazionale tra paesi. Allo stesso tempo nei singoli paesi crescono le difficoltà occupazionali, reddituali delle famiglie e cresce la povertà.
L’impatto più accentuato sul mercato del lavoro e in particolare su quello meno qualificato (la capacità) incide sul tenore di vita di molteplici famiglie e pertanto genera un aumento della disuguaglianza. L’accentuarsi della disuguaglianza economica rappresenta un fattore importante di questa fase della storia.
Cresce nel mondo la tendenza alla concentrazione della ricchezza e delle risorse planetarie in poche aree e, all’interno di queste, in poche mani. Si tratta di un fenomeno in corso prima della crisi economica, ma da questa accentuato attraverso una differenziazione nella distribuzione dei redditi e del lavoro. Non possiamo però sostenere che nell’attuale situazione ci sia un impoverimento generalizzato del mondo. La situazione è molto più articolata poiché alla crescita delle disuguaglianze sociali nei paesi di vecchia industrializzazione che si concentra sulla perdita di reddito e di lavoro generando nuove polarizzazioni, si affianca lo sviluppo di continenti come la Cina e l’India che stanno cercando di far uscire dalla condizione di povertà estrema centinaia di milioni di persone. Per i Paesi africani la situazione è invece molto diversa.
Viviamo in un mondo in cui rallentamento, crescita e povertà si stanno intrecciando in modo nuovo.
Da questo punto di vista e per cercare di cogliere il dispiegarsi delle disuguaglianze nel mondo, è bene cercare di riferirsi al tema della povertà. Sta aumentando la concentrazione della ricchezza e la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi, delle conoscenze, delle opportunità, delle tecnologie e del lavoro. Il fenomeno è visibile sia all’interno dei Paesi più sviluppati, sia nei rapporti tra le macro-aree mondiali.
La crisi economica in corso ne ha accresciuto la velocità, l’intensità e la pervasività e incide sulla stratificazione sociale.
Sembra che questo trend di polarizzazione tra possibilità e opportunità, tra ricchi e poveri, possa essere corretto, attenuato ma difficilmente interrotto.
Questo apre un problema di ordine economico e soprattutto politico ed etico. Oltre alle istanze di equità, in gioco (e in pericolo) c’è infatti la stabilità sociale. Quando diventa eccessiva, la disuguaglianza cessa di essere stimolo a migliorare la propria condizione per diventare elemento ghettizzante che porta a forme di ribellione, talvolta violenta.
Ci sono squilibri da non sottovalutare perché possono diventare rischiosi per il mondo: l’83% delle risorse è utilizzato soltanto da 900 milioni di persone, mentre gli altri 6 miliardi dispongono soltanto del 17%. E’ un problema strutturale che va affrontato e risolto sul terreno della cooperazione internazionale.
A questo punto credo sia importante volgere uno sguardo al nostro Paese. In Italia la congiuntura negativa, il crescere della disoccupazione, l’indebolimento della piccola impresa e il crescere delle povertà, congiunte ai cambiamenti nei modelli di consumo, riapre la questione delle disuguaglianze e della distribuzione delle risorse.
Alcune fonti sono particolarmente utili per fotografare la situazione: il rapporto Istat (con dati al 2007) e gli studi della Banca d’Italia.
Il primo ci informa del fatto che nella Penisola vivono 2,5 milioni di persone in “povertà assoluta”: anziani soli, famiglie numerose, disoccupati concentrati in particolare al Sud e al Nord. Si tratta di 975mila famiglie (il 4,1% del totale) che non hanno risorse sufficienti per acquistare un paniere di beni considerati indispensabili.
In uno studio della Banca d’Italia dedicato alla mobilità sociale, suona un primo campanello d’allarme: la società italiana è praticamente ferma. La mobilità sociale, già scarsa in passato, si sta ulteriormente riducendo. Questo, tra l’altro, rende più difficile accettare elevati livelli di disuguaglianza dei redditi.
A ciò si possono abbinare due altre chiavi di lettura che aiutano a valutare meglio le rilevazioni dell’Istat. La prima riguarda la definizione di “povertà assoluta”. Una definizione utile ed efficace e tuttavia non esaustiva rispetto all’area del disagio che molto probabilmente si sta allargando.
La seconda osservazione: non dobbiamo dimenticare che i dati Istat si riferiscono al 2007 e quelli della Banca d’Italia al 2008. Gli effetti sui redditi della crisi economica in corso probabilmente non sono ancora del tutto visibili. Basti pensare ai primi mesi del 2009, nei quali gli effetti del rallentamento dei mercati si sono trasferiti sull’occupazione, portando a tagli degli organici e a un utilizzo massiccio della cassa integrazione.
Ciò che meglio evidenzia la situazione italiana sono i dati riguardanti l’occupazione. Il tasso di disoccupazione a dicembre è salito all’8,5% (a novembre era 8,3%). Lo rileva l’Istat, precisando che è il dato peggiore da gennaio 2004, inizio delle serie storiche. I senza- lavoro sono 2.138.000, 57mila in più rispetto a novembre e 392mila in più rispetto a dicembre 2008.
L’Istat rende noto che il numero di occupati a dicembre 2009 è pari a 22 milioni 914 mila unità, sostanzialmente invariato rispetto a novembre e inferiore dell’1,3 per cento (-306 mila unità) rispetto a dicembre 2008. Il tasso di occupazione è pari al 57,1% (invariato rispetto a novembre e inferiore di 1,1 punti rispetto a dicembre 2008). Il numero delle persone in cerca di occupazione è pari a 2 milioni 138 mila unità, in crescita del 2,7% (+57 mila unità) rispetto al mese precedente e del 22,4% (+392 mila unità) rispetto a dicembre 2008. Il tasso di disoccupazione raggiunge l’8,5% (+0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente e +1,5 punti percentuali rispetto a dicembre 2008). Il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 26,2 %, invariato rispetto al mese precedente ma in aumento di 3 punti percentuali rispetto a dicembre 2008.
Il dato occupazionale va collegato a quello reddituale. I salari italiani, secondo quanto emerge dal rapporto 2010 dell’Eurispes, sarebbero i più bassi tra i paesi industrializzati. Nel documento l’istituto ricorda che nell’area Ocse, a parità di potere d’acquisto, il nostro paese occupa il ventitreesimo posto sui trenta paesi monitorati, con un salario medio netto annuo che ammonta a 21.374 dollari, pari a poco più di 14.700 euro.
Tra i paesi con il più alto salario medio netto annuo per un lavoratore senza carichi familiari si collocano tra i primi dieci: Corea del Sud (39.931 dollari), Regno Unito (38.147), Svizzera (36.063), Lussemburgo (36.035), Giappone (34.445), Norvegia (33.413), Australia (31.762), Irlanda (31.337), Paesi Bassi (30.796) e Usa (30.774).
Il nostro Paese occupa invece la ventitreesima posizione, dopo altri paesi europei con retribuzioni nette annue che si aggirano in media intorno ai 25.000 dollari: Germania (29.570), Francia (26.010), Spagna (24.632).
Supera solo: Portogallo (19.150), Repubblica Ceca (14.540), Turchia (13.849), Polonia (13.010), Slovacchia (11.716), Ungheria (10.332) e Messico (9.716).
I lavoratori italiani incassano dunque ogni anno retribuzioni medie tra le più basse dei paesi industrializzati, mediamente il 17% in meno della media Ocse, il cui valore è pari a 25.739 dollari. Se invece come termine di paragone viene assunta l’Europa a 15 (27.793 dollari annui di media), lo stipendio italiano è inferiore del 23%. Nell’Europa a 19 (mediamente 24.552 dollari annui) il compenso medio annuo del lavoratore italiano è minore del 13%. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro nel corso dell’ultimo ventennio il valore degli stipendi degli italiani sarebbe diminuito di quasi il 13% rispetto al Pil, contro una flessione media pari all’8% nelle 19 economie più avanzate.
Per cogliere in modo realistico la questione della disuguaglianza occorre partire dalla povertà. I recenti sviluppi della crisi economico-finanziaria che interessa gran parte dei paesi a economia avanzata stanno generando nuovi fenomeni di difficoltà economica anche nel nostro paese. Secondo il rapporto della Caritas in un anno sono aumentate del 20% le persone che a causa di problemi economici chiedono aiuto ai centri di sostegno.
Sempre secondo questo rapporto tre sono i fattori che emergono con chiarezza:
- lo squilibrio tra Nord e Sud Italia in termini di spesa e di interventi per l’assistenza sociale e, quindi, per la povertà. Nel Sud d’Italia la povertà è quattro/cinque volte maggiore rispetto al Nord, un divario che “non ha corrispondenti in Europa”, neppure nei paesi caratterizzati da rilevanti disparità territoriali.
- si spende di più per contrastare la povertà nelle regioni laddove ci sono meno poveri.
- scarsa efficacia degli interventi. “Anche quando s’investe per combattere la povertà, si tende a dare soldi piuttosto che fornire servizi durevoli nel tempo, piccoli benefici economici che sono solo un palliativo e non la soluzione al problema povertà”.
Il rapporto evidenzia che “a fronte dei 192 milioni di euro spesi per la carta acquisti, l’abolizione dell’Ici e il bonus elettrico, solo 91 mila famiglie, su un milione, non sono più povere in senso assoluto”. Dati che danno l’idea di “un’Italia che non sa affrontare la povertà come si dovrebbe, se si considera che altri paesi investono di più e con migliori risultati”. In un confronto internazionale sugli effetti del sistema di tax benefit risulta che in Italia tale sistema riesce a ridurre la povertà delle famiglie con bambini solo dell’1,7%, contro una media dei Paesi Ocse del 40% mentre in Francia tocca il 73% e in Danimarca si arriva all’80%.
In questa situazione chi ci rimette di più sono le famiglie povere o a rischio di impoverimento, il cui numero è sensibilmente cresciuto a causa della crisi economica che attanaglia il Paese.
Un primo elemento per combattere il formarsi e lo strutturarsi delle disuguaglianze sarebbe quello di mettere in campo un “Piano nazionale di contrasto alla povertà”.
Vi sono altri due elementi che segnano la disuguaglianza. Il primo è dato dalle problematiche demografiche. Anche su questo terreno stanno cadendo molte convinzioni consolidate e sempre più la popolazione sta confermandosi come una ricchezza e non come un fattore di povertà. In effetti il successo economico dei paesi emergenti sembra confermare questa affermazione. Anche se il problema non è di semplice soluzione, bisogna saper che i paesi che reagiscono meglio alla crisi sono anche quelli più “giovani”, l’India, il Brasile e la Cina, mentre i paesi che ristagnano sono anche quelli più “anziani”, come il Giappone, la Germania e l’Italia.
Nel caso dell’Italia la situazione è particolarmente contraddittoria, perché l’aumento della popolazione residente (6o milioni) è dovuto a un forte aumento di immigrati e a una continua riduzione della popolazione italiana. Secondo le stime demografiche più recenti la popolazione in età di lavoro tenderà in tempi brevi a diminuire, il che implica una diminuzione della crescita del prodotto potenziale. La sola via d’uscita è l’aumento della produttività, che richiede tuttavia un aumento nella quantità e qualità degli investimenti interni, innalzando il livello di qualificazione dell’immigrazione.
Un tema poco affrontato è la povertà dei bambini poiché è evidente che quando la povertà e la disoccupazione colpiscono una famiglia, i bambini sono i soggetti più colpiti. A livello mondiale la questione della povertà infantile è pervasiva. Mentre colpisce con particolare durezza la vita e le speranze dei giovani nei paesi arretrati, colpisce in modo ugualmente violento i bambini dei paesi democratici economicamente avanzati.
Contrastare la povertà, ridurre le disuguaglianze, creare le condizioni per una vita buona, è una battaglia morale, ma può anche essere un investimento per il futuro.
Fondazione Serughetti La Porta – 5 febbraio 2010


ANSA) – ROMA, 14 FEB – La puntata di ‘A sua immagine’ dedicata al trentennale della morte di Vittorio Bachelet andra’ in onda sabato prossimo, 20 febbraio. Lo ha deciso la Rai e l’annuncio e’ stato dato stamattina in diretta da Rosario Carello, conduttore del programma in onda il sabato pomeriggio e la domenica mattina su Raiuno. La puntata era stata cancellata per la par condicio in quanto era prevista la presenza del figlio Giovanni, deputato del Partito Democratico.
… tutto ha un limite, anche la miopia burocratica.
13.02.2010
La Rai cancella la trasmissione dedicata a Bachelet.
Cancellare la memoria, dietro il paravento di una pretestuosa applicazione della par condicio, è un brutto segno dei tempi.
Sono indignato.
Grazie per il caloroso augurio. Ciao Savino
Esiste il problema dei costi della politica che dobbiamo essere in grado di affrontare con tenacia e rigore.
ti ringrazio dell’attenziine e delle riflessioni che hai voluto offrirmi in un momento per me molto impegnativo, dobbiamo continuare a cercare e pensare e fare in modo di affrontare le ingiustizie. Ciao Savino
nei passaggi centrali del Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca (6,17.20-26) di domenica prossima, 14 Febbraio, viene riportato quanto segue: ” …. Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio ” e, successivamente ” …. Ma guai a voi, ricchi, perché avete gia la vostra consolazione”.
Le diseguaglianze sociali hanno attraversato tutto questo tempo alimentati anche da falsi Cristiani, per i quali il Vangelo va letto ed interpretato solamente dove si parla di misericordia del nostro Signore nel giudicare i peccati degli esseri umani, oppure dove si viene beati per i propri interessati gesti di carità.
E’ di ogni giorno la presenza e la riverenza nei nostri media di false persone “per bene”, siano loro industriali, banchieri o politici, che villantano la loro presuntà bontà…. che poi si traduce nel lasciare un conguo assegno in qualche donazione di rilevanza nazionale, soldi frutto magari di evasione fiscale o di “trasferimento” in zone più congrue delle loro aziende, operazione che ha causato la perdita di lavoro a migliaia di padri di famiglia e la conseguente disperazione degli ultimi.
Sono passati quasi duemila anni quando Gesù pronunciò le frasi che ho riportato e niente purtroppo è cambiato nell’egoismo degli uomini; sinceramente non penso che noi poveri esseri umani possiamo nel breve cambiare gli animi ma sicuramente denunciare le ingiustizie SI! E con esse, presentare le vere Persone per bene, anche quando ci possono essere le competizioni elettorali come quelle di fine marzo prossimo, affinchè nel nostro Paese possa finalmente trionfare “la migliore gioventù” di tutte le generazioni!
Auguri SAVINO e, complimenti per la sensibilità dimostrata nell’articolo dal quale ho tratto le mie considerazioni.
Federico Puglia
Per quanto riguarda l’Italia, disuguaglianza nelle disuguaglianze.
Se è vero che siamo quasi ai livelli di reddito di Germania e Francia,questo reddito e molto peggio distribuito.
Un esempio: il capo della Polizia in Italia prende 600.000 Euro l’anno, negli Usa 150.000, in Germania 90.000.
I Parlamentari Italiani sono molto più pagati dei loro colleghi dei Paesi più ricchi. I giudici i più pagati d’Europa.
Un intreccio perverso fra burocrazia e politica.
Per quanto riguarda la libertà, come primo termine dell’uguaglianza, mi piace ricordare qualche frase di Sandro Pertini.
Uomo d’altri tempi,ma sopratutto d’altra tempra.
« Per me libertà e giustizia sociale, che poi sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile: non vi può essere vera libertà senza la giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà. Ecco, se a me socialista offrissero la realizzazione della riforma più radicale di carattere sociale, ma privandomi della libertà, io la rifiuterei, non la potrei accettare. [...] Ma la libertà senza giustizia sociale può essere anche una conquista vana. Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero. [...] »
Amarthya Sen, l’economista che ha saputo dare una risposta umana, equilibrata, teoricamente fondata ed ineccepibile ai seguaci del liberismo.
Cari saluti
Caro Presidente Savino ,lo slogan ” E’ tempo di Onestà e Tasparenza” è degna della persona Pezzotta . Pe questo motivo crediamo che rimarrà ancora per poco nell’UDC.
Noi tutti della Rosa Bianca gli auguriamo di cuore una grande Vittoria in Lombardia.