Come risposta agli amici che sono intervenuti si precedenti post sul lavoro e sulla base delle loro sollecitazioni , vorrei tornare sul tema.
Lo vorrei fare assumendo come “pro-vocazione” il dibattito che in questi giorni, a seguito della famosa lettera di Berlusconi all’UE , si sviluppato nel nostro Paese. Assumo il termine “pro-vocazione” non nei termini usuali con cui lo si usa, ma nel senso del “chiamare fuori” e pertanto come un richiamo forte ai principi e a dei valori che dovrebbero animare il mio impegno pubblico di cristiano. Lo faccio senza la pretesa di insegnare nulla e niente a nessuno, ma come riflessione che voglio condividere con gli amici.
A fronte delle tante dichiarazioni, proposizioni, valutazioni di politici, giuslavoristi, sindacalisti, imprenditori ed economisti,mi sono ritrovato a chiedermi: “cosa mi dice la Dottrina sociale della Chiesa a questo proposito?”
La mia riflessione si è concentrata su alcuni documenti e sul tema del lavoro e mi sono reso conto come, in questi tempi di crisi e di difficoltà sociali ed economiche, l’ausilio della Dottrina sociale si rileva importante e per molti versi stimola e conforta , sicuramente alimenta speranze, ovvero mantiene viva quella tensione verso il futuro e non ci fa arrendere al presente. Nella Caritas in Veritate (29 giugno 2009), per riferirmi a un documento recente, Benedetto XVI scrive che i poveri, in molti casi, sono il risultato della violazione della dignità del lavoro umano,sia perché ne vengono limitate le possibilità ( disoccupazione, sotto-occupazione, precarietà , lavoro nero ), sia perché vengono svalutati i “ diritti che da esso scaturiscono, specialmente il diritto al giusto salario, alla sicurezza della persona del lavoratore e della sua famiglia“ (§ 63).
Citando il suo predecessore, il Beato Giovanni Paolo II, che tramite la “ Laborem Exercens “ aveva rilanciato la riflessione della Chiesa sul lavoro, ricorda come, in occasione del Giubileo dei lavoratori -1° Maggio 2000- avesse con forza sollecitato l’Organizzazione internazionale del lavoro ( Ilo) a portare avanti con determinazione l’impegno per un lavoro dignitoso e decente.
Il lavoro nella storia dell’umanità non è sempre stato rispettato ed è anche stato considerato attività indegna dell’uomo libero,è stato sfruttato tramite la schiavitù e il servaggio, e non possiamo dimenticare che la nascita del capitalismo ha comportato molte sofferenze che hanno pesato sui minori, sulle donne e gli uomini al lavoro.
I cristiani nel corso della storia hanno più volte peccato nei confronti del lavoro e delle persone al lavoro, ma il cristianesimo nel mantenere vivo il riferimento all’uomo come immagine di Dio ha consentito che la speranza di un modo migliore e libero di lavorare non fosse annichilita, e, nei tempi moderni, l’azione sociale e sindacale dei cristiani che hanno operato alla luce del Vangelo e l’insegnamento del magistero hanno operato con altri uomini di buona volontà per ripristinare la dignità di ogni tipo di lavoro.
Giovanni Paolo II nella Laborem Exercens ha affermato che l’uomo è il “soggetto” del lavoro, e che non può per questo essere ridotto a mero fattore dell’economia “Non c’è, infatti, alcun dubbio che il lavoro umano abbia un suo valore etico, il quale senza mezzi termini e direttamente rimane legato al fatto che colui che lo compie è una persona, un soggetto consapevole e libero, cioè un soggetto che decide di se stesso.” (§6).
Qualsiasi attività lavorativa ha un “valore etico” in se stessa , nel semplice fatto che venga compiuta, poiché è. attraverso il lavoro che l’uomo “trasforma la natura adattandola alle proprie necessità”. . “ A ciò si collega subito una conclusione molto importante di natura etica: per quanto sia una verità che l’uomo è destinato ed è chiamato al lavoro, però prima di tutto il lavoro è «per l’uomo», e non l’uomo «per il lavoro». Con questa conclusione si arriva giustamente a riconoscere la preminenza del significato soggettivo del lavoro su quello oggettivo. Dato questo modo di intendere, e supponendo che vari lavori compiuti dagli uomini possano avere un maggiore o minore valore oggettivo, cerchiamo tuttavia di porre in evidenza che ognuno di essi si misura soprattutto con il metro della dignità del soggetto stesso del lavoro, cioè della persona, dell’uomo che lo compie. A sua volta: indipendentemente dal lavoro che ogni uomo compie, e supponendo che esso costituisca uno scopo – alle volte molto impegnativo – del suo operare, questo scopo non possiede un significato definitivo per se stesso. Difatti, in ultima analisi, lo scopo del lavoro, di qualunque lavoro eseguito dall’uomo – fosse pure il lavoro più «di servizio», più monotono, nella scala del comune modo di valutazione, addirittura più emarginante – rimane sempre l’uomo stesso. (§ 9)
Tornando per un attimo alle origini della moderna dottrina sociale della Chiesa, alla famosa enciclica Rerum Novarum (1891) che diede un vigoroso impulso allo sviluppo del cattolicesimo sociale indicando alcuni principi: la funzione sociale della proprietà; il compito dello stato di promuovere la prosperità pubblica e privata quando l’iniziativa dei privati non basti(qui Leone XIII anticipa di trent’anni Keynes ); il valore umano del lavoro che non può essere considerato come una semplice merce; la condanna della lotta di classe, ma al tempo stesso il diritto degli operai di associarsi per la tutela dei loro diritti. La dignità del lavoro viene presentata come l’obiettivo di fondo l’azione sociale dei cristiani, e gli interventi di valorizzazione economica del lavoro e l’equità del salario ( la giusta mercede), come le stesse condizioni di lavoro, vengono subordinate o ordinate all’obiettivo della dignità del lavoro e della persona che lavora.. Non è un caso che Leone XIII , nella valorizzazione del lavoro, affermi che il diritto al riposo, alla festa deve entrare in “qualsiasi contratto tra imprenditori e lavoratori: ”In ogni convenzione stipulata tra padroni e operai vi è sempre la condizione o espressa o sottintesa dell’uno e dell’altro riposo; un patto contrario sarebbe immorale, non essendo lecito a nessuno chiedere o permettere la violazione dei doveri che lo stringono a Dio e a sé stesso. “, (§33).
Il riposo, ma soprattutto la festa è parte della dimensione dignitaria dell’uomo, ma come può fare festa una persona su cui pesa la minaccia del licenziamento o è senza lavoro e non lo trova ? Su questo si dovrebbe riflettere con maggior attenzione. Non bastano i soldi e gli ammortizzatori sociale che pure sono indispensabili a dare dignità. Il lavoro ha in se una dimensione sociale e relazionale che nessun soldo può compensare.
La Rerum Novarum fu una “botta” , un “colpo” per le tante pigrizie cristiane che accettavano la situazione generata dal primo capitalismo come ineluttabile e immodificabile. La sua uscita suscitò attenzioni e movimenti . Mi piace a questo proposito quantoGeorge Bernanos nel «Diario di un curato di campagna» fa dire dal vecchio curato di Torcy al suo giovane collega: “Rerum Novarum, voi oggi la leggete tranquillamente con l’orlo delle ciglia, come una qualunque pastorale di quaresima. Alla sua epoca, giovanotto, ci è parso di sentirei tremare la terra sotto i piedi. Quale entusiasmo! Questa idea così semplice che il lavoro non è una merce sottoposta alla legge dell’offerta e della domanda, che non si può speculare sui salari, sulla vita degli uomini come sui grano, lo zucchero e il caffè, metteva sottosopra le coscienze. Lo credi? Per averla spiegata in cattedra alla mia buona gente, sono passato per un socialista”.
Un movimento che non abbiamo avvertito con la stessa intensità quando è uscita la “Caritas in veritate”.
Prendendo spunto dal motuo proprio, Porta Fidei , con cui Benedetto XVI° ha indetto l’anno della fede che avrà inizio l’11 ottobre del 2012, e al chiaro e puntuale riferimento al Concilio Vaticano secondo assunto come punto di riferimento e all’invito che i testi dei Padri conciliari vengano letti in maniera appropriata e che vengano conosciuti e assimilati, mi sono andato a rileggere quanto dice sul lavoro la Gaudium et spes : “Il lavoro umano, con cui si producono e si scambiano beni o si prestano servizi economici, è di valore superiore agli altri elementi della vita economica, poiché questi hanno solo valore di strumento.Tale lavoro, infatti, sia svolto in forma indipendente sia per contratto con un imprenditore, procede direttamente dalla persona, la quale imprime nella natura quasi il suo sigillo e la sottomette alla sua volontà.”
Il lavoro non è dunque un mero strumento dell’economia o una merce, ma espressione della persona umana e pertanto da esso promanano diritti e doveri “Di qui discendono, per ciascun uomo, il dovere di lavorare fedelmente, come pure il diritto al lavoro. Corrispondentemente è compito della società, in rapporto alle condizioni in essa esistenti, aiutare da parte sua i cittadini a trovare sufficiente occupazione. In virtù del valore umano del lavoro il Concilio afferma che in ogni caso “ Occorre dunque adattare tutto il processo produttivo alle esigenze della persona e alle sue forme di vita, innanzitutto della sua vita domestica, particolarmente in relazione alle madri di famiglia, sempre tenendo conto del sesso e dell’età di ciascuno”
Riflettendo sulle condizioni di lavoro, il testo conciliare aggiunge: “ Ai lavoratori va assicurata inoltre la possibilità di sviluppare le loro qualità e di esprimere la loro personalità nell’esercizio stesso del lavoro. (§ 67)
Oggi di fronte alla crescita della disoccupazione , alla carenza di lavoro che colpisce in particolare i giovani che possiamo dire?
Occorre affermare che proprio in tempi di difficoltà come quelli che stiamo attraversando, il rispetto della dignità del lavoro ancor più fondamentale ,e che occorre fare ogni sforzo personale, sociale, sindacale, economico e politico e,se necessario, assumersi dei sacrifici per assicurare che tutte le persone possano svolgere un’attività lavorativa dignitosa.
Sappiamo che le cosiddette leggi del mercato, purtroppo, non sempre garantiscono spontaneamente e automaticamente questo, ma non possiamo mai dimenticare quanto ha affermato ..Giovanni Paolo II nella Centesimus Annus , dove con la solita chiarezza non esita ad affermare il diritto di ogni persona a poter contribuire attivamente al bene comune: ” Sembra che, tanto a livello delle singole Nazioni quanto a quello dei rapporti internazionali, il libero mercato sia lo strumento più efficace per collocare le risorse e rispondere efficacemente ai bisogni. Ciò, tuttavia, vale solo per quei bisogni che sono « solvibili », che dispongono di un potere d’acquisto, e per quelle risorse che sono « vendibili », in grado di ottenere un prezzo adeguato. Ma esistono numerosi bisogni umani che non hanno accesso al mercato. È stretto dovere di giustizia e di verità impedire che i bisogni umani fondamentali rimangano insoddisfatti e che gli uomini che ne sono oppressi periscano. È, inoltre, necessario che questi uomini bisognosi siano aiutati ad acquisire le conoscenze, ad entrare nel circolo delle interconnessioni, a sviluppare le loro attitudini per valorizzare al meglio capacità e risorse.
Prima ancora della logica dello scambio degli equivalenti e delle forme di giustizia, che le sono proprie, esiste un qualcosa che è dovuto all’uomo perché è uomo, in forza della sua eminente dignità. Questo qualcosa dovuto comporta inseparabilmente la possibilità di sopravvivere e di dare un contributo attivo al bene comune dell’umanità. Nei contesti di Terzo Mondo conservano la loro validità (in certi casi è ancora un traguardo da raggiungere) proprio quegli obiettivi indicati dalla Rerum novarum, per evitare la riduzione del lavoro dell’uomo e dell’uomo stesso al livello di una semplice merce: il salario sufficiente per la vita della famiglia; le assicurazioni sociali per la vecchiaia e la disoccupazione; la tutela adeguata delle condizioni di lavoro.” ( 34).
da questa breve riflessione con sullo sfondo la Dottrina Sociale della Chiesa, mi sembra possa emerge con chiarezza che le questioni del lavoro , soprattutto in tempi di crisi come quelli che stiamo attraversando andrebbero trattate con meno superficialità, ma valutate nella loro complessità e che in una società in profonda trasformazione che modificherà tutti i nostri punti di riferimento, il nostro compito e quello di chi esercita ruoli pubblici e collettivi , sia quello del far “convivere”, e non il “dividere”.


Buonasera a tutti,
in questa riflessione che mi richiama personalmente, delicata sul problema attuale del lavoro, mi permetto di esprimere, se posso, la mia umile opinione.
Come lavoratrice e precaria, mi piacerebbe vedere la Chiesa più partecipe ai “disagi umani e psicologi” dei giovani e di chi perde un lavoro.
Mi piacerebbe sentire che, dietro la ” Chiesa” vi siano delle “persone” presenti e vicine alla gente “comune” attraverso un percorso più “incisivo e significativo” verso un senso di vita più “sano e semplice” che aiuti moralmente e spiritualmente: disoccupati, inoccupati e depressi.
Gesù disse:
«Quello che farete a favore di questi piccoli, lo avete fatto a Me! »
Ai Sindacati Cristiani invece, mi piacerebbe chiedere loro, di parlare più con i lavoratori con un senso cristiano sul valore lavorativo distaccando e allontanando nei lavoratori il senso di odio e rabbia per le ingiustizie e i torti subiti.
Lo credo un ottimo esempio cristiano ed educativo.
Combattendo le ingiustizie e scorrettezze contrattuali da parte di chi non lo rispetta in modo più consono e con esempio cristiano.
In questo caso mi sorge una domanda:
cosa ci direbbe Dio nel perseguire queste battaglie lavorative?
Per quanto poi, una cattiva politica, dolente o nolente, lega e limita Rappresentanze quali dovrebbero essere un importante riferimento per i cittadini.
Grazie Savino, di queste tue considerazioni che condivido appieno e che mi permetto di pubblicare su facebook per ampliarne i lettori.
Vorrei riprendere, ribadendolo un passo che penso apra ampie riflessioni per la mente di ognuno di noi:
“Il riposo, ma soprattutto la festa è parte della dimensione dignitaria dell’uomo, ma come può fare festa una persona su cui pesa la minaccia del licenziamento o è senza lavoro e non lo trova ? Su questo si dovrebbe riflettere con maggior attenzione. Non bastano i soldi e gli ammortizzatori sociale che pure sono indispensabili a dare dignità. Il lavoro ha in se una dimensione sociale e relazionale che nessun soldo può compensare.”.
Aggiungerei, oggi festa di Ognissanti che il lavoro è uno degli strumenti donati da Dio all’uomo per rispondere alla vocazione personale alla santità.
A presto Savino, con amicizia.
Giuseppe