In queste ultime settimane , anche a seguito della crisi politica, sociale, economica e morale che sta attraversando il nostro Paese, si è aperto un discorso interessate sul ruolo che i cattolici dovrebbero assumere per il bene dell’Italia e della democrazia. Si sono moltiplicati gli incontri, le occasioni , si sono date molte interpretazioni,suscitati confronti ma anche speranze. Mi fa allora piacere condividere con voi due articoli, uno di Virginio Colmegna presbitero della Diocesi di Milano da sempre impegnato nella promozione degli ultimi , l’altro tratto dal “National Catholic Reporter” del 14 Novembre 2011 che ho recuperato da “Incontri di Fine settimana “
Nell’augurarvi buona lettura resto in attesa di qualche vostro commento.
ps. mi scuso se non sempre riesco e rispondere ai vostri interventi che leggo sempre con attenzione e che mi rinfrancano.
Mazzolari e il rinnovamento di «questa politica da pattumiera»
di Virginio Colmegna in “Avvenire” del 16 novembre 2011
La caduta, a volte rovinosa, delle ideologie ha lasciato spazio a una crescita tumultuosa, ma ricca di esperienze che hanno reso la società civile non anonima, ma davvero, per dirla con il grande sociologo scomparso Achille Ardigò, «mondo vitale». Vi è, in questo mondo plurale e motivato all’impegno verso gli altri, una grande domanda di senso, di riscoperta del gratuito come valore vero e bello, del dono come orientamento, capace anche di farsi economia sociale.
L’attualità degli scritti di don Mazzolari scatta con questa domanda: come mai questa ricchezza sociale non è entrata a rinnovare la politica? Anzi, sembrerebbe confinata nella retorica esortativa, al più nella buona testimonianza, che quando si affaccia alla politica esprime una vertenzialità frammentata, spesso residuale. Don Mazzolari ci richiama oggi a riscoprire che quella domanda etica, di senso, spesso ispirata e alimentata dal Vangelo, deve diventare energia politica, deve diventare protagonista del cambiamento. In questi anni l’impegno sociale è stato spesso confinato in quello che si è chiamato «prepolitico», correndo il rischio di una certa autoreferenzialità, un’apologetica della testimonianza, finendo per abbandonare la politica a se stessa, anzi, prendendone garbatamente le distanze.
Qui sta la provocazione degli scritti di Mazzolari: lasciare la zona detta del «prepolitico» e farsi nuova cultura politica, partecipata, rilanciando la connessione virtuosa tra etica e impegno politico, riscoprendo una soggettività che ha il coraggio del servizio disinteressato, del bene comune come responsabilità. Coloro che si impegnano in politica non devono diventare improvvisamente estranei al mondo che li ha motivati, assorbendo così una grande solitudine, preoccupati che la politica porti con sé il pluralismo delle scelte, una cultura del limite, una ricerca non del bene ideale, ma del bene possibile. Va interrotta questa chiusura nel «prepolitico», e bisogna cogliere l’urgenza che questi mondi vitali entrino a pieno titolo a farsi promotori di una politica diversa.
Abbiamo bisogno di ritornare alla politica, di far ripartire da quei «luoghi caldi di senso» le ragioni dell’impegno, di ritrovare la passione del perché impegnarsi, di entrare in un discernimento dove il disinteresse e la sobrietà si fanno non comportamenti privati senza incidenza pubblica, ma motivazioni cogenti che orientano scelte politiche. Non possiamo assistere a questa degenerazione. I giovani chiedono di voltare pagina. Don Mazzolari, che ha vissuto il dramma di due guerre mondiali e il periodo della Resistenza, ci lascia questa straordinaria attualità di uno spazio pubblico non di anonimi, ma di persone che vivono la fecondità del legame tra etica e politica. E allora il cosiddetto «prepolitico» di don Mazzolari si fa politico. L’utopia non è una stanza dei ricordi, è un modo possibile di stare nella storia per orientarla a un futuro migliore. Una grande sfida educativa e formativa. La politica ci richiama all’arte di educare, ci fa fare i conti con la realtà e con le debolezze di agenzie che proclamano valori ma non si interrogano sul perché non riescono a suscitare consenso adeguato.
Riprendiamo quel linguaggio non solo esortativo, ma di promozione sociale che don Mazzolari ha indicato. Mi sovviene, ad esempio, quanto scrive in una lettera (1° dicembre 1946): «Ma quale partito oggi in Italia ha il coraggio di predicare che bisogna pagare le tasse? Chi è disposto a dar l’esempio di onestà tributaria?». E nel 1950: «Questa è politica da pattumiera». Ancora, il 27 settembre 1946: «Prima di essere ammessi a un partito ci vorrebbe la promozione a uomo».Potremmo continuare in questo esercizio di attualità, ma forse conviene rileggere tutti gli scritti con quell’urgenza che anch’io sento, quella di capire in che modo riportare nella politica questo linguaggio non come esercizio retorico, ma come nuova necessità nell’agire politico. «Voltare pagina» significa anche questo
La peculiarità dei cristiani. Il discorso di apertura del presidente dei vescovi USA Timothy Dolan
di Michael Sean Winters in National Catholic Reporter del 14 Novembre 2011
L’arcivescovo Timothy Dolan ha pronunciato oggi il suo primo discorso da presidente all’Assemblea plenaria dell’USCCB (la Conferenza episcopale statunitense) da quando ha assunto il timone della Conferenza episcopale lo scorso anno.
“L’amore per Gesù e la sua Chiesa deve essere la passione della nostra vita,” ha esordito Dolan, citando il beato Giovanni Paolo II, e prendendo le mosse dalla connessione necessaria tra Cristo e la Chiesa, con una citazione dal grande teologo Henri de Lubac, “Non avrei mai conosciuto Lui, senza di essa”. Dolan ha poi riconosciuto la difficoltà che questo legame ha affrontato negli ultimi anni: “Come ci rivelano le statistiche non certo esaltanti che non possiamo ignorare: sempre meno persone del nostro amato popolo – per non parlare di quelle al di fuori della famiglia della fede – sono convinte che Gesù e la sua Chiesa siano un tutt’uno”.
Molti commentatori avevano anticipato che Dolan avrebbe affrontato la questione della libertà religiosa con una certa ampiezza, ma la questione è stata appena sfiorata nel suo discorso. Si è invece soffermato sulla necessità per la Chiesa di concentrarsi sul tema dell’evangelizzazione e su una ri-presentazione della Chiesa come veicolo per l’incontro con Cristo: “La Chiesa che ama con tutta se stessa l’uomo non è affatto un carrozzone ingombrante, un club di pignoli fuori moda,appesantito da un apparato burocratico di stampo medievale, e da una serie assurda di regole per gli uomini basate su pura fantasia, non è uno dei tanti movimenti carichi di litigiosità e opinioni contrastanti. La Chiesa è Gesù stesso: il suo insegnamento, la sua capacità di risanare, la sua gratuità, il suo servizio; e, come Gesù, spesso è “colpita a sangue, derisa, maledetta, profanata”.
Dolan ha continuato riconoscendo alcuni dei problemi della Chiesa di oggi. “Poiché noi costituiamo una grande famiglia spirituale, non dovremmo sorprenderci se la Chiesa ha dei problemi, delle angustie … Come diceva Dorothy Day: “La Chiesa è la sposa raggiante di Cristo, ma i suoi membri, a volte agiscono più spesso come le prostitute di Babilonia”. Dolan ha anche citato il suo mentore, il compianto mons. John Tracy Ellis, notando come lui fosse solito adoperare questa espressione per introdurre i suoi corsi sulla storia della Chiesa. “Signore e signori, preparatevi a scoprire che il corpo mistico di Cristo ha in realtà un’enorme quantità di verruche. E noi siamo chiamati ad amare con passione la nostra sposa con le sue rughe, le verruche e le sue ferite, e amarla sempre di più”.
Se alcuni alla vigilia si aspettavano una dichiarazione di guerra contro l’amministrazione Obama sulla questione della libertà religiosa , questo non è avvenuto.


Cari amici di Todi,
ben vengano questi fervori di pensieri, questo spirito della “nuova generazione”, le parole nuove dei nuovi “professorini”, la promessa di una nuova primavera di bianchi fiori, dopo il lungo inverno. Come diceva Don Luigi dall’esilio: “Sotto la neve, pane”.
Ma le Acli ci ammoniscono e ci avvertono che, secondo un loro sondaggio, il cinquanta per cento dell’elettorato cattolico è propenso a non andare a votare. È una notizia paurosa.
Ci avete convinto che senza la presenza cristiana l’Italia evapora, che non ci sarà più Italia senza l’impegno civile dei cattolici, che questa azione politica è la più alta forma di carità, che dopo venti anni di mediazioni diplomatiche fra il capo dei vescovi ed il detentore dei poteri sarebbe nata la nuova generazione e ci accorgiamo invece che le fanterie cattoliche, messe a svernare in parrocchia, si sono arrugginite, che gli angeli inviati a Sodoma si sono perduti nei festini, che i mormoratori stufi di essere nutriti con la manna, hanno costruito un vitello da adorare,che i crociati aqquartierati ad Ascalona si sono fatti l’harem.
Quando l’Impero latitava “gli uomini santi” fuggiti dal deserto, oranti negli eremi, mistici visionari nei laureti, monaci assorti e sapienti nelle Scritture, sapevano ritornare nelle città a gestire la giustizia, ad amministrare la pace, magari dall’alto della colonna di Simeone Stilita. In città, al servizio caritatevole del popolo senza governo.
Andate anche voi, scendete in campo a ricordare come il popolo di Dio, dopo la guerra, povero e lacero si impegnò a difendere il diritto-dovere di votare (ed Eduardo li esortava dal suo terrazzino infestato dia fantasmi ad andare a votare).
Io vi chiedo con voce esile ed antica, fate un dischetto (si dice così?) che insegni al popolo delle parrocchie, deluso ed ingannato da venti anni di appoggio al magnate, ad attuare la sussidiarietà.
Insegnate come si fa un censimento delle povertà, insegnate come si fa una cooperativa d’acquisto, come si fonda un asilo per il ricovero dei figli delle mamme che lavorano, come si costituisce un gruppo di scout e di alpini per salvaguardare un parco dalle immondizie e dalla prostituzione, come si organizza una festa patronale, senza fuochi artificiali dispendiosi, ma con un preciso marketing dei prodotti tipici locali, come si fa un gazebo per raccogliere le firme, come si organizzano le primarie, come si fanno le Liste Civiche “pro-familia”, come si realizza la vera sussidiarietà nella comunità locale.
Dopo il disastro del 1904 il giovane Sturzo che fino a quel giorno aveva vissuto con il maestro e che ora aveva perduto, partì per Caltagirone e si occupò di quel popolo e dei suoi problemi. Diventò animatore della vita sociale, prese iniziative, fu fatto pro-sindaco, fondò l’associazione dei Comuni ed infine il Partito Popolare.
Se quel giorno non fosse partito per Caltagirone non ci sarebbe stata la storia popolare dei cattolici democratici e, forse, oggi non ci sarebbe più l’Italia.
Carissimi amici di Todi basta con i Convegni: partite per Caltagirone e portate con voi quel dischetto prezioso. E ricordatevi che non sarebbe mai partito per Caltagirone se non avesse creduto in Dio, in un Dio che vive nella nostra storia, che è nato fra i poveri ed ancora cammina con noi per fare la storia con pace e giustizia, quel Dio che si chiama “amore”.
Bartolo Ciccardini
Ottimi entrambi gli articoli e il contributo di Vialba (complimenti).
La politica non è solo pattumiera, ci sono persone in gamba, ma non basta quando circolano tanti interessi e tanti soldi, quando si è in tanti ad ambire al potere. Come la Chiesa, ha tanti problemi, tanti parroci da zero a zero, qualche vescovo sottotono, più pizzate con gli amici che parlare di Dio, ma è la struttura che funziona meglio. La polis si può fare in tanti spazi, ma negli ambiti politici e in Chiesa di più. Nel futuro sarà decisiva la discussione tra laici e cattolici a sinistra così come a destra. Ma nettamente di più a centro, perchè non dimentichiamocelo mai, il sistema è tripolare (e se proprio vogliamo c’è il rischio diventi tra qualche anno unipolare, tutti al centro, ma sarebbe pericoloso). Lì in quello spazio, al centro, si deciderà il nostro futuro. Non sarà mai più Dc, non sarà lo spazio occupato solo da cattolici. Ma anche da noi non cattolici, teisti come me, agnostici in ricerca, persino in misura minimale atei. Un’altra cosa: la Chiesa può essere associata a Cristo ma può non esserlo. La Chiesa in molti casi è amata (vedasi Giuliano Ferrara e tantissimi altri) o (come nel mio caso) presa ad esempio sempre, anche senza essere cristiani. Oppure può essere respinta o mal sopportata dai cattolici o addirittura odiata da gente alla quale piace Cristo. Forse le strade del Signore sono infinite, sta di fatto che il binomio Cristo-Chiesa non è sempre automatico.
Il tema “Cattolici e politica”, o “Cattolici in politica”, è sempre stato rilevante nella storia del nostro Paese ed è tornato di grande attualità nel dibattito pubblico per ragioni legate anzitutto all’immagine che la politica offre di sé in questi “tempi tristi”, come li definisce Ilvo Diamanti, nonché per l’irrilevanza e la marginalità dei cattolici impegnati in politica, dispersi come sono in appartenenze politiche contrapposte.
Al fine di offrire un contributo al dibattito su questo tema, in quanto cattolico da sempre impegnato in politica, cioè in quella, oggi screditata ma antica e nobile “arte di governare le società”, desidero partire da una lettura degli avvenimenti accaduti nel corso degli ultimi mesi, in quanto può servire da premessa e da base per approfondimenti successivi.
Tre sono i temi delle mie riflessioni: 1) se, dal punto di vista storico, la funzione assolta o mancata del cattolicesimo politico è stata determinante e se lo sarà anche in futuro e a quali condizioni; 2) quanto scrive Padre Bartolomeo Sorge su Aggiornamenti Sociali n. 7/8 del 2011: “la politica nata dalla confluenza del berlusconismo con il leghismo è in aperto contrasto con punti sostanziali della visione cristiana e della dottrina sociale della Chiesa”, perché questa è una affermazione derimente che interpella tutti i cattolici e non solo quelli impegnati in politica; 3) quanto è avvenuto prima, durante e dopo il Seminario di Todi del 17 ottobre scorso che, per il rilievo che ne hanno dato i media, si presta a valutazioni di merito e di metodo, utili per definire qualche elemento di chiarezza.
Tralascio, in questa sede, qualsiasi considerazione sul rapporto tra mondo cattolico e la cosi detta “sinistra”, non perché non pertinente, anzi, ma perché essendo di rilevante interesse per l’evoluzione del pensiero politico in Italia, merita una specifica e approfondita riflessione.
Sul piano del metodo ciò che mi ha stupito di Todi non è stata l’iniziativa in sé, che non era il punto di arrivo ma una tappa del grande lavoro svolto dalle molte organizzazioni del mondo cattolico. Ciò che mi ha stupito sono stati i promotori, sia Associazioni che persone, e la tempistica di questa iniziativa.
Promotore dell’iniziativa è stato il “Forum delle persone e delle Associazioni di ispirazione cattolica nel mondo del lavoro” costituito da: Cisl, Acli, Coldiretti, Confartigianato, Confcooperative, Compagnia delle Opere e Movimento cristiano lavoratori, che il 17 luglio 2011 aveva presentato il “Manifesto per la buona politica e per il bene comune”, quale adeguamento al mutato contesto socio politico e culturale del “Codice Camaldoli” pubblicato nella primavera del 1945, proposto come base di discussione al Seminario di Todi.
Va anche rilevato che i promotori del “Manifesto” sono organizzazioni, impropriamente definite del mondo cattolico, che hanno condiviso, implicitamente ed esplicitamente, le scelte e le politiche del Governo Berlusconi. Mancando nella loro elaborazione (Manifesto, Conferenza Stampa e interventi a Todi) una qualsiasi analisi critica, o esame di coscienza che dir si voglia, del loro rapporto e del ruolo che hanno svolto rispetto a tali scelte, politiche e comportamenti, personalmente ritengo sia difficile accettarle e qualificarle come credibili e affidabili.
Dal punto di vista del merito in questa sede è solo possibile affermare che, per le analisi e le proposte che contiene, il “Manifesto” del Forum si colloca su un piano propositivo che non ha nulla a che vedere con il livello “alto” della cultura di governo e della progettualità del “Codice Camaldoli” e nemmeno con il “Progetto Camaldoli”, elaborato in tre anni di studi e ricerche dal “Movimento ecclesiale di impegno culturale”, presentato il 29 gennaio 2009 e pubblicato con il titolo: “Progetto Camaldoli, idee per la città futura” dalle Ed. Studium di Roma..
Convengo con quanto dichiarato dal portavoce del Forum alla presentazione del Manifesto e con quanto affermato da molti dei partecipanti al Seminario di Todi “non stiamo costruendo un partito, ma siamo un’alleanza sociale decisa a fare la sua parte e a ristrutturare la politica, profondamente scollata dalla società civile”, ma mi sembra quantomeno sospetta l’impazienza nella scelta dei tempi per la presentazione del Manifesto e la realizzazione del Seminario di Todi coincidenti, forse non a caso, con le crescenti difficoltà del governo Berlusconi, fino al punto da far ritenere che le iniziative assunte dal Forum fossero il percorso scelto dalle Associazioni che lo compongono per prendere le distanze dal governo Berlusconi che, come avvenuto, ha dovuto cedere il passo ad un nuovo governo.
Alimenta questo sospetto il fatto che il Forum ha seguito un percorso autonomo rispetto agli incontri promossi da Mons. Mario Toso, Segretario del Pontificio Consiglio di Giustizia e Pace, culminati nel Convegno che si è tenuto a Roma presso la sede di Confcooperative il 14 luglio scorso, a quali hanno partecipato, con molti altri, anche il Forum e le stesse associazioni che il 17 luglio, cioè tre giorni dopo, hanno presentato il Manifesto e annunciato il Seminario di Todi.
Essendo in politica tutto discutibile, è ovvio che per qualche ragione, o per molte, questa analisi possa essere non condivisa, così come possa essere ritenuto immotivato il giudizio di strumentalità sull’iniziativa di Todi, il cui interesse e valore, a mio giudizio, risiede quasi esclusivamente nell’analisi e nelle proposte della relazione introduttiva del Card. Bagnasco.
Le (non) conclusioni del Seminario di Todi sono, d’altra parte, la evidente conferma che la diaspora che il mondo cattolico vive nel rapporto con il mondo della politica da quasi venti anni, non è superabile se non si ha coscienza che quell’insieme di pensieri e di modi di fare e di interpretare la politica e i rapporti sociali etichettato come berlusconismo, durerà ancora per un bel po’ di tempo, in quanto la cultura edonista e relativista che si è affermata in questi anni è penetrata nella quotidianità e ha indebolito i riferimenti etici e spirituali fino a determinare l’azzardato e pericoloso intreccio tra crisi economica, politica, sociale e morale che nel Paese si sta vivendo.
Per questa ragione, mentre considero in termini positivi la funzione e il ruolo dei cattolici nella storia politica del nostro Paese, a partire dall’unità d’Italia del 1861 e fino agli anni 1992-1995 quando si sono dispersi nelle diverse forze politiche, mi auguro che il futuro possa ancora essere determinato anche dalla loro presenza, ma reputo oggi non proponibile l’unità politica dei cattolici in un nuovo partito e osservo, molto più realisticamente, che il primo passo del nuovo corso della presenza dei cattolici in politica debba e possa essere la creazione di quel «soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica» citato dal Card. Bagnasco.
Scrive Padre Giacomo Costa su Aggiornamenti Sociali di Novembre 2011: “In questa ora, ciò a cui tutti i cattolici sono chiamati è piuttosto la testimonianza di un rapporto con il potere radicalmente diverso da quello mondano. È questo il principale contributo che possiamo dare, di cui c’è grande bisogno: nonostante non manchi chi, a destra e a sinistra, ci ha seriamente e onestamente provato, il clima generale di «antipolitica» dimostra quanto sia grande il fallimento di chi in questi anni ha gestito un potere. E – per quanto amaro, bisogna riconoscerlo – questo investe anche le strutture ecclesiastiche, che hanno intaccato il patrimonio della propria credibilità. Qualunque aggregazione o forma si proponga di rinnovare l’impegno dei cattolici in politica non potrà che avere come segno distintivo un diverso rapporto con il potere. Se una concezione del potere come strumento al servizio di sé e del potente come di qualcuno posto al di sopra delle regole, legittimato a mutarle a proprio uso e consumo, è la cifra che più di altre racchiude il fenomeno del berlusconismo, allora un cambio di passo su questo punto assumerà una valenza profetica, tanto più preziosa – e attraente – quanto più in questo momento sono evidenti i guasti profondi di una patologia del rapporto con il potere.”
Considero, infine, che la proposta di una “Agorà”, ovvero della “piazza della polis” della tradizione greca, intesa come luogo in cui non solo i cattolici discutono e si confrontano liberamente senza pregiudizi politici o ideologici sui temi del “governo della città”, sia senz’altro utile e, dunque, da accogliere e promuovere anche in ambiti territoriali, essendo questa una (la) possibilità per contribuire a dare una benefica scossa alla politica e alle politiche dei cattolici già impegnati.