Domenica 15 gennaio ho partecipato a un interessate dibattito organizzato da “Libertà Uguale” del Partito Democratico della Lombardia . Il convegno si è tenuto a san Giuliano Milanese nello stupendo scenario della Rocca Brivio. , reso ancora più particolare dalla nebbia e dalla brina che, depositata sui rami degli alberi, dava all’ambiente un non che di fiabesco e insieme di spettrale. La rocca è una costruzione imponente, sorta come baluardo difensivo del Ducato di Milano, all’inizio del 1200. Verso la fine del 1300 il fortilizio ha perso la sua funzione militare per diventare casa padronale della famiglia Brivio Sforza che la trasformarono in una maestosa villa di campagna. Oggi dispone di diverse sale nobili, della cappella di famiglia e di un giardino. Nel 1515 la Rocca fu sede della famosa Battaglia dei Giganti tra le truppe francesi e i mercenari svizzeri ingaggiati dal Ducato di Milano.
Andando oltre la descrizione del luogo che mi ha piacevolmente suggestionato ,debbo dire che il dibattito è stato molto interessate . Introdotto dal capogruppo del Pd alla Camera , Erminio Quartiani cui sono seguiti una serie di interventi di economisti e politici , mentre la chiusura è stata affidata al senatore Morando. Si parlato della situazione politica e sociale del Paese e dei rapporti con l’Europa.
Di seguito il mio intervento.
DENTRO I CAMBIAMENTI
E’ difficile questa mattina e rispetto alle relazioni che mi hanno preceduto dire cose nuove. Siamo nella stessa “maggioranza” e sosteniamo lo stesso Governo . Ci siamo, come ovvio, in modo diverso ma credo con degli obiettivi comuni. Vale però la pena sottolineare che con l’avvento del Governo Monti e il formarsi, per necessità e volontà , di una convergenza politica diversa da quella che ha governato dall’inizio della legislatura fino a pochi mesi fa, finirà per incidere sulle categorie della politica che fin qui hanno segnato il dibattito pubblico, il formarsi delle maggioranze e delle opposizioni e, pertanto, l’azione di governo . Siamo entrati, forse innavertitamente, in una fase nuova, di cui dobbiamo prendere maggior consapevolezza se non vogliamo essere riportati a un passato di cui abbiamo desiderato liberarci.
Nel tempo breve, anzi brevissimo, abbiamo un compito comune che riguarda il bene stesso del nostro Paese ed è quello di evitare un ritorno all’indietro e alla riproposizione dei vecchi schemi. La vicenda Cosentino merita una lettura politica molto attenta, perché potrebbe essere l’inizio della riproposizione di uno schema che ruota ancora attorno a Berlusconi e alla sua capacità di convincimento di condensatore. Tutti i discorsi di uscita del centro destra dal berlusconismo si sono ancora molto fragili. Questa nuova situazione potrebbe avere delle ricadute sul Governo. E di questo dobbiamo avere consapevolezza. Del resto sappiamo che le fasi nuove generano sempre delle reazioni, a cui occorre avere una capacità di resistenza e una proposizione altra e alta. La piccola politica degli schieramenti , degli aggiustamenti tattici, delle furbizie deve essere superata e abbandonato per riscoprire la dimensione strategica ed ideale dei disegni politici.
Rispetto a quanto sta avvenendo sullo scenario politico ed economico a livello mondiale, europeo e italiano, avverto una sorta di fatica e di insufficienza nell’utilizzare gli schemi e i concetti che hanno segnato il linguaggio politico del mio tempo. E’ come se un fossi chiamato a cambiare linguaggio, a riposizionare concetti e immagini . Quartini ha detto che serve una convergenza tra moderati e progressisti, ma mi domando e domando anche a lui : chi è il progressista e chi è il moderato oggi?
Fino a poco tempo fa ero in grado di dirlo con chiarezza, oggi no . E avverto in questi schemi qualche cosa di stantio o per citare Michel Serres , pedagogista e filosofo francese, dobbiamo iniziare a prendere atto che “ la crisi che oggi ci scuote, probabilmente in superficie, nasconde e rivela rotture che travalicano nel tempo la durata stessa della storia, come le faglie di questi strati bassi travalicano nello spazio la nostra percezione “ Se la crisi è cosi profonda le nostre categorie classificatorie sono diventate inadeguate . Al punto in cui siamo l’unica distinzione valida per la congiuntura e nell’attesa che sorga qualche cosa di veramente nuovo, che possiamo mettere in campo è tra chi è impegnato a salvare l’Italia e ha cura delle fragilità , e chi tende a salvaguardare sé stesso , i privilegi, le corporazioni, i propri interessi e che mantiene in campo la nostalgia del vecchio, più che la voglia di costruire il nuovo.
Il punto di riferimento per la costruzione di nuovi percorsi non può che essere un chiaro riferimento all’umanesimo cristiano e laico.
Più passa il tempo, più vedo le difficoltà economiche che s’addensano sull’Europa e sull’Italia è più mi rendo conto dell’indispensabilità dell’Europa e della sua unità. Ma cresce anche la convinzione che il futuro dell’Europa e nostro futuro si vince o si perde in Italia. Non è presunzione nazionalistica, ma coscienza che dove si affrontano le maggiori difficoltà, si generano i tratti del futuro. Dal come daremo risposta alla crisi in Italia influenzeremo lo scenario europeo e non viceversa, ma per fare questo occorre operare per un risanamento politico , morale ed economico dell’Italia. Questa nostra responsabilità nei confronti dell’Europa, forse non l’abbiamo ancora compresa fino in fondo.
Ho sentito molte valutazioni sulla decadenza dell’idea di unità d’Europa , in genere si tende ad attribuirla alle questioni economiche , ma personalmente credo che ci sia qualche cosa di più profondo che tocchi i fondamentali che reggevano quella prospettiva.
L’impressione che si affaccia costantemente alla mia mente è che l’Europa e i suoi abitanti non sappiano più quale è il loro ruolo nel mondo. Ad essere in difficoltà non è solo come ci ha detto Quartiani l’atlantismo, ma è venuta modificandosi l’idea e la forma dell’occidente. In pratica, la globalizzazione ha prodotto e sta producendo un tale rimescolamento che destruttura l’egemonia che l’occidente , dalla scoperta dell’america, aveva esercitato sul mondo.
Per secoli abbiamo pensato di essere la “civiltà”, che abbiamo voluto anche esportare con il colonialismo, con le armi , ma anche con la tecnica e la scienza, ora dobbiamo prendere atto che le altre civiltà che avevamo obliato, si confrontano alla pari con noi e che si sta determinando una sorta di meticciato culturale, di cui le nuove tecnologie della comunicazione sono i mediatori e gli incubatori e il connettivo sembra sostituire il collettivo.
Strumenti, forme e modelli che possono liberare energie e nuovi livelli di libertà e di relazionalità sociale, ma anche nuove disuguaglianze tra chi possiede gli strumenti del nuovo sapere e cresce e chi li subisce e pertanto relegato in una nuova condizione di subordinazione.
Mi rendo conto che il tema di oggi sono i problemi economici che ci stanno bruciando la pelle, ma questi sono affrontabili. E , a mio parere, si potrebbero affrontare meglio se si chiarisse quale è la nuova “ mission” che come europei vogliamo giocare sulla nuova dimensione planetaria. Non si tratta più di imporre un modello o delle forme , ma stare dentro un mondo che sarà sempre più plurale, pluriverso , puntiforme e nello stesso tempo intrecciato e connesso. Lo spostamento del baricentro dall’occidente e dall’Europa che ne era l’anima, verso l’altrove non riguarda solo l’economia, la riorganizzazione mondiale della produzione e del lavoro , ma anche molti altri aspetti del vivere comune.
Se non prediamo atto di questo e che siamo nel “nuovo mondo”, la fatica del vivere non potrà che aumentare.
Sono convinto che l’Europa oltre che una crisi politica ed economico-finanziaria stia vivendo una sorta di crisi ontologica, abbia in parte smarrito il senso del suo essere.
Nulla è perduto per sempre, anzi credo che da questa situazione sia possibile uscire senza ripiegamenti difensivi o mettendosi alla ricerca di una identità da ricostruire. Bisogna partire da quello che siamo e avere la consapevolezza che in questo contesto di mutamento degli scenari, l’Italia ha un ruolo importante ed essenziale da giocare Da questo punto di vista “tornare a Roma” è per l’Europa una necessità per generare una visione aperta di se stessa.
La partita europea si gioca in Italia e quanto si sta facendo non riguarda solo , come appare , le questioni economico-finanziarie , del debito e altro, ma il senso della politica e della sua morale.
Dopo le ondate di antipolitica e di populismo che hanno infiacchito la politica, bisogna agire per ridarle un senso e questo non si conquista con le parole o i proclami, ma con le decisioni e sappiamo anche che si decide quando si ha un “vision” generale.
Da questa esigenza scaturisce il ruolo della morale. Abbiamo vissuto per troppi anni immersi in un moralismo che ha inquinato e svalutato la morale, si è dato troppo peso alle pruderie e si è disperso il senso di cosa è bene e male nell’agire pubblico. Non bastano più i concetti dell’utile e dell’efficienza, serve ciò che da senso a questi fattori.
Alla politica serve rigore, sobrietà, capacità di decidere e maggior disponibilità al rischio al rischio. Quando cresce la dimensione etica della politica allora si possono anche chiedere sacrifici perché se c’è coerenza tra il dire e il fare , se l’interesse pubblico appare come dominante, poi la gente e le persone capiranno. Prendiamo come esempio la riforma delle pensioni, hanno generato stupore, rabbia, incazzature , ma poi è cresciuta la consapevolezza e chi fa politica deve sapere che non basta aver cambiato il modello, sistemato i conti , rassicurato i mercati , ma deve cercare cogliere quali sono i problemi e i cambiamenti che le scelte fatte produrranno nella società. Quando le riforme , gli aggiustamenti incidono , come farà il nuovo modello previdenziale, sul ciclo di vita si richiedono capacità di accompagnamento.
Bisogna vivere questa fase come se fosse una fase costituente, non tanto e solo delle istituzioni ma di un nuovo modo di organizzarsi e di vivere. Bisognerà cercare di far capire che la sobrietà non è una restrizione ma un nuovo modo di impostare il vivere personale e sociale.
Noi possiamo giocare un ruolo di innovazione profonda in Europa. Le questioni che pone il nuovo trattato vanno affrontare in modo che alcune flessibilità siano presenti e tante altre questioni
FASE DUE
La fase del rigore era necessaria, avevamo il dovere di dare credibilità all’Italia e un Governo che sapesse interloquire a livello europeo e internazionale. Aver accettato da parte nostra un governo “tecnico”, non lo considero una resa da cui riscattarci, ma un fatto politico da sviluppare.
Non possiamo fare tanti discorsi sulla globalizzazione e poi pensare che le questioni , comprese quelle della tutela dei più poveri , si affrontano chiudendosi nella Padania. Gli Italiani questo lo hanno ben capito, e torno all’esempio delle pensioni . Quanto è stato fatto – lo dico sulla base della mia esperienza di sindacalista- in altri tempi avrebbe scatenato una conflittualità sociale molto alta ed estesa, non è successo questa volta: qualche sciopero di pragmatica, qualche urla e grida e poi… E’ avvenuto perché nessuno di chi svolge un ruolo pubblico se era onesto con sé stesso poteva contestare la necessità dell’operazione.
Il problema attuale è come evitare l’aggravarsi della recessione , oltre a quello che occorre concordare in Europa, bisogna trovare il modo di sostenere la domanda interna . La questione della salvaguardia dei redditi della famiglie diventa urgente e derimente. A mio parere tre sono le cose urgenti da mettere in campo:
1. mitigare gli effetti della manovra sulle famiglie ( sostegno al reddito, ammortizzatori sociali, misure di contrasto alla povertà) ;
2. sostenere le imprese attraverso l’uso della leva fiscale sul costo del lavoro e intervenendo sui pagamenti;
3. dare un segnale ai mercati che la “linea Monti” non si esaurisce con il suo Governo ma che è un impegno che le forze politiche si assumono per continuarla anche dopo le elezioni.
Sulle liberalizzazioni eviterei l’enfasi con cui le si vuole presentare, ma punterei sulla loro necessità per sbloccare il nostro sistema a favorire la concorrenza. Più concorrenza significa generare dei benefici per gli utenti in termini di qualità e di riduzione dei prezzi e pertanto incidere sulla domanda interna. Non devono però riguardare solo i taxi e le farmacie, si deve intervenire :
- sui settori a rete , dove si dovrebbe separare la questione delle infrastrutture , da quella concorrenziale e selezionando alcuni servizi universali che devono essere garantiti in quanto beni comuni. Il processo di liberalizzazione in questi settori dovrebbe riguardare in particolare i servizi pubblici locali aprendo a più operatori in modo che competano per fornire il miglio servizio; andrebbe adottata una regolazione tariffaria che incentivi gli investimenti e con concezioni più breve di quello oggi in vigore;
- Servizi sottoposti ad autorizzazione come i servizi professionali, commercio, tax, farmacie ed altro. Andrebbero aboliti i vincoli sui comportamenti: le tariffe minime e il divieto di pubblicità: non vanno escluse compensazioni dove la riduzione delle licenze comporti nell’immediato una perdita di capitale per gli attuali operatori.
Concludo con un richiamo ad un tema che in queste ore di assillo da spread e da borsa su cui si discute poco: il futuro del nostro sistema produttivo. Possiamo ancora parlare di politiche industriali? Alcuni sostengono che sia un termine superato. Può anche essere, ma non possiamo ignorare che siamo ancora un grande paese manifatturiero. Non credo basto attestarsi sulla difesa del “made in Italy” pure necessaria, occorre qualche cosa di più.
Siamo anche su questo tema di fronte a una svolta profonda , preparata e anticipata nelle tendenze che si sono registrate nel decennio che ci lasciamo alle spalle. Le variazioni che insistono sulla produzione globale e sulla domanda di beni e servizi lo stanno dimostrando. Tra il 2007 e il 2010 gli asiatici e non solo loro , hanno continuato ad acquisire punti sul valore della produzione industriale, mentre i paesi di vecchia industrializzazione perdevano quote. Dunque , il problema c’è ed occorre affrontarlo.
A volte si ha l’impressione che si sottovaluti il ruolo che le imprese industriali possono ancora giocare in termini di reddito e di occupazione e nel loro essere ancora il principale elemento stimolatore dell’economia, e non si tratta solo del peso del valore aggiunto totale. Ci sono fattori che insistono sull’impresa industriale ma che influenzano l’intero sistema:
- Produttività;
- Creatività;
- Professionalità:
- Ricerca;
- Management;
- Redditi-
- Occupazione
Inoltre va considerato il contribuito determinate agli scambi con l’estero.
Nella fase due il tema delle politiche industriali deve essere affrontato con forza e rigore
Restano sullo sfondo le riforme istituzionali e la legge elettorale, ma soprattutto il livello di convinzione politica, la voglia trasformatrice che i diversi partiti sono in grado di mettere in campo. E’ una partita tutta da giocare e chi la giocherà con coerenza e con una “vision” chiara conquisterà il futuro.


