PREMESSA – Come sempre nei tempi di crisi il tema del lavoro torna alla
ribalta, soprattutto, come nel caso italiano, ci si trova di fronte a un aumento della disoccupazione, dell’uso degli ammortizzatori sociali, delle difficoltà per i giovani di inserirsi in modo stabile in una occupazione, per le donne che continuano ad essere escluse, per gli over 45 che faticano a reinserirsi in una occupazione, per molti immigrati che, dopo aver lavorato per anni nel nostro paese, si trovano nella condizione di trasformarsi in irregolari.
La “questione lavoro” diventa segno delle difficoltà sociali che la crisi sta generando. Bisogna che pertanto essa venga calendarizzata come questione centrale della ripresa e della crescita. In questi giorni, mentre siamo tutti occupati a verificare come vanno lo spread e il listino borsistico, mi è capitato di leggere cosa la crisi economica sta provocando in Grecia: ci sono madri e famiglie che stanno abbandonando sulla soglia di un monastero i propri figli piccoli perché non riescono più a mantenerli. Se questi sono gli effetti della crisi, ci dobbiamo porre, come sta facendo Benedetto XVI (è stato esplicito il discorso che ha fatto agli ambasciatori accreditati presso la santa sede riferendosi alla crisi economica) la questione se non sia venuto il momento di riprogettare il nostro sistema economico, il modello di sviluppo economico puntando sulla dimensione etica prima ancora che su meccanismi economici.
Non si tratta solo di arginare le perdite delle economie nazionali, di ricercare una giusta stabilità continentale, ma di darci “nuove regole” in grado di assicurare a tutti la possibilità di una vita dignitosa e di poter sviluppare le proprie capacità.
Sono convinto che questo percorso passi essenzialmente attraverso un impegno deciso sulla “questione del lavoro”.
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NELLA FASE DUE DEL GOVERNO MONTI
La questione del lavoro è sicuramente legata alla crescita, ma presenta una sua urgenza a questo proposito basta leggere con attenzione le varie rilevazioni dell’Istat, di Eurostat, della Banca d’Italia, degli uffici studi del sindacato e delle associazioni imprenditoriali. Il problema è che su questa questione si è purtroppo innescata tanta ideologia e una voglia di apparire che rischia di spostare il dibattito su questioni marginali.
Bisogna fare uno sforzo e riportare il tema al suo cuore, questa ricentratura richiede almeno tre prime valutazioni:
Un apprezzamento sul come il Ministro Fornero sta conducendo il confronto con le parti sociali. Gli incontri bilaterali con le singole organizzazioni sindacali erano stati visti come una ripetizione del “metodo Sacconi” e pertanto avevano generato una serie di perplessità, dubbi e contraddizioni; alla prova dei fatti il “metodo Fornero” ha rilevato delle potenzialità ed è servito a temperare spigolature, contrasti, divisioni e facendo emergere l’esigenza di un percorso comune. Vedremo poi se questo percorso porterà o no a delle convergenze concrete.
Il dibattito su “concertazione sì o no” è sostanzialmente un non dibattito. Credo che data la particolarità di questo Governo non si possano ripetere le logiche del passato. Si deve prendere atto che siamo entrati in una fase politica nuova e lo deve comprendere il sindacato ma anche le organizzazioni imprenditoriali. Questo non significa e non deve significare che il confronto con le parti sociali debba essere abolito, esso è parte di quella costituzione materiale che è una caratteristica del nostro impianto istituzionale. Nel corso del tempo si è chiamato “dialogo sociale” – termine che è ancora usato a livello dell’Unione Europea – e che ha caratterizzato gli anni dello scontro/ confronto ideologico e della crescita economica. Venuta meno quella stagione e sorgendo questioni di crisi economica e di mutamento sociale, si è passati alla “concertazione” e credo che sia molto servito alla coesione sociale del nostro Paese, come del resto più volte ha testimoniato il Presidente Ciampi.
Ora siamo in una fase diversa caratterizzata dalla globalizzazione che sta ristrutturando la divisione internazionale del lavoro, che ha accentuato il peso della finanza rispetto all’economia reale, che vede l’emersione di nuove potenze industriali ed economiche, che ha messo in discussione il baricentro occidentale ed europeo, inoltre bisogna fare il conto con la nuova rivoluzione tecnologica e le sue pervasività nei fattori produttivi e le questioni della sostenibilità ambientale. L’insieme di questi fenomeni che scombinano il nostro mondo e che nello stesso tempo fanno emergere in modo pesante la figura del consumatore che rischia di sopravanzare quella del lavoratore, il confronto tra le parti sociali e il governo più che sul terreno della concertazione andrebbe collocato su quello della “governance” dei fattori che possono generare la crescita e un nuovo modello di sviluppo e di welfare. In questo contesto il “patto sociale”sociale appartiene al passato, mentre andrebbero definiti percorsi di “governance” permanenti. In questa prospettiva si valorizzerebbe il ruolo delle parti sociali, quello del Governo e manterrebbe inalterate le prerogative della politica e del Parlamenti. Si tratta di far funzionare il principio di sussidiarietà attraverso il quale le diverse autonomie sono portate a partecipare al raggiungimento di obiettivi comuni, senza che nessuno perda di ruolo, di finzione e sia strettamente collegato alla dimensione della propria rappresentanza senza piegarsi alle tentazioni corporative o esclusive.
Ritengo che sia sostanzialmente poco utile che, considerato quanto sta succedendo in queste ore tra Governo e parti sociale, ci si affanni da parte di personaggi della politica a proporre delle soluzioni sul mercato del lavoro, sui contratti e sui modelli. Mi sembra che sia una questione tutta interna al Pd. Bisognerebbe, per tutto il tempo che va in “onda” il confronto tra Governo e parti sociali cercare di evitare le incursioni dei politici che possono, in buona fede, finire per ingarbugliare le questioni. Cercare di presentarsi come più riformisti di atri mi sembra un atteggiamento alquanto stucchevole in una fase come questa, come far diventare centrale la questione del licenziare rispetto a quella dell’occupare. In questo senso la questione dell’art. 18 è un non senso. Può anche darsi che sia un mito o un tabù, ma proprio perché può aver assunto, non per caso, questa dimensione e considerata la sua scarsa incidenza sul contesto, bisognerebbe che si lasciasse demitizzare da sé. Forse sarebbe stato più utile discutere di collegi di conciliazione e di arbitrato o di una riforma del processo del lavoro.
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NEL MERITO
Per prima cosa deve essere chiaro l’obiettivo che ci si propone, diverso è dire che serve alla crescita altro che deve favorire la flessibilità e la mobilità . E’ vero che le due cose s’intrecciano ma deve essere chiaro chi determina il percorso, l’azione e gli strumenti. Le politiche del mercato del lavoro attuate nel corso dell’ultimo quindicennio hanno puntato molto sul come rendere più flessibile il mercato del lavoro. Abbiamo avuto il “pacchetto Treu”, la “legge Biagi”, nuove forme di avviamento al lavoro (atipici, co.co. lavoro a progetto, ecc.), è indubbio che prima che arrivasse la crisi queste modalità avevano consentito un innalzamento dell’occupabilità , ma anche il crearsi di sacche profonde di precarietà. L’abbaglio è stato nel pensare che la flessibilità del lavoro bastasse di per sé per creare occupazione. Ora occorre mettere al centro la crescita e questa sicuramente richiede un mercato del lavoro più adattabile, ma anche più ricco di conoscenze, di saperi, di professionalità e di meno precarietà. La professionalità, il mestiere, l’arricchimento del capitale umane passano attraverso forme di relazione nuove tra scuola e lavoro, ma anche sulla trasmissioni di saperi che stanno nella permanenza in luoghi o in reti di lavoro alquanto stabili e sicure.
Seconda questione, possiamo ancora in questo “nuovo mondo” in cui ci troviamo a vivere e possibile a lavorare possiamo ancora parlare di “politiche industriali”? O forse servirebbero elementi concettuali più complessi. Si trovino pure altre formulazioni, ma un Paese come il nostro che e segnato da una forte presenza del manifatturiero costringersi solo a difendere il “made in Italy” e di quanto vi è connesso. Disporre di una qualità e di una riconoscibilità di prodotti rappresenta un formidabile vantaggio nei mercati dei beni di consumo, ma alla lunga si tratta di una difesa competitiva debole se ci si limita ad essa. Pensare di mantenere all’infinito quote di mercato perché si è sollecitato il dato estetico del consumatore, è un gioco che non dura all’infinito. Per molto tempo abbiamo affermato che la nostra piccola impresa è un fattore di successo e di flessibilità, credo che alcuni di questi elementi siano ancora validi, ma rispetto alla rivoluzione tecnologica in atto e alla sua pervasività una dimensione piccola può adottare tecnologie avanzate, sia nell’organizzazione d’impresa sia nel prodotto? Di sotto a una certa soglia di dimensione e di complessità i benefici che un’impresa può ricavare dalla digitalizzazione rischiano di essere inferiore ai suoi costi e lo stesso vale per il contenuto tecnologico dei suoi prodotti. Le liberalizzazioni, la crescita di concorrenzialità nel mercato interno dei servizi e di altri segmenti produttivi può certo stimolare la crescita e non soltanto delle imprese dei comparti interessati, ma anche di quelle che saranno obbligate ad interfacciarsi con queste.
Nel campo esposto alla concorrenza internazionale, che interessa tutta la nostra industria e alcuni comparti dei servizi (quelli turistici) la pressione crescente dei paesi emergenti rischiano di metterci in un angolo. Molto dipende dalle imprese che a volte sembrano impacciate o alla ricerca di luoghi produttivi fuori dai confini ( vedi caso Omsa e altri), ma oggi credo che l’evoluzione innovativa dei nostri settori produttivi dipenda anche dai decisori pubblici. Credo che sia arrivato il tempo di politiche che siano in grado di agire sui processi economici obbligando a far evolvere i nostri paradigmi tecnologici, a elevare la qualità dei prodotti. A costo di sembrare un poco “retro” credo che oltre alle politiche di risanamento del bilancio pubblico, di un nuovo fisco, di una rimodulazione della spesa, forse iniziare a pensare e a progettare politiche industriali, dei servizi e agricole di nuova generazione centrate su nuovi paradigmi e sulla sostenibilità ambientale e sociale, sia una necessità per reggere i prossimi vent’anni. Avendo chiaro che per competere sui nuovi mercati, più che pagare meno bisogna far crescere la produttività del lavoro e di tutti i fattori economici.
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SUL LAVORO
Alcuni spunti:
- Non va sottovalutata in questa fase la questione dei redditi: la contrazione dei redditi famigliari come sappiamo ha un effetto recessivo alquanto significativo , e ce ne stiamo rendendo conto tutti. Una politica che punta alla crescita non può ignorare la questione dei redditi famigliari e l’effetto deprimente che genera il permanere stabile del tasso di povertà e il manifestarsi di nuovi fenomeni d’impoverimento. Il combinato tra rallentamento delle esportazioni e abbassamento dei consumi interni non aiuta, anzi rischia di peggiorare la situazione. Pensare che si possa diventare più competitivi riducendo la quota di reddito che va alle famiglie che già dovranno pagare gli effetti della riforma delle pensioni, dell’aumento delle tasse, della perdita di lavoro, della cassa integrazione, della disoccupazione è una pura illusione. Su questo terreno serve un’azione fiscale a tutela dei redditi famigliari e dei redditi da lavoro, liberandoli da una serie di balzelli impropri. L’abbattimento della pressione fiscale non può più essere pensato in termini generalizzati tipo meno tasse per tutti, ma entrare nella logica “meno tasse dove serve alla crescita e alla coesione sociale”.
- Puntare alla flessibilità autentica, intendendo che la flessibilità che è necessaria per fare fronte alla domanda, alla organizzazione del lavoro, alla crescita della produttività va valorizzata. Quello che occorre contrastare è quella che crea “lavoro vulnerabile”. Riportare la flessibilità e la mobilità del lavoro alle specifiche forme di attività volte all’incremento di produttività deve essere l’obiettivo da perseguire.
- Sul cosiddetto contratto unico alcune osservazioni. Sicuramente alcune tipologie di contratto di avviamento al lavoro o di lavoro flessibile, ed in particolare quelle che rispondono ad alcune tipologie ed esigenze aziendali, andrebbero mantenute. Manifesto dei dubbi sui periodi di prova troppo lunghi. Tre anni di prova com’è stato proposto possono portare a istituzionalizzare la precarietà, la strada migliore è il contratto di apprendistato o d’inserimento che abbia chiaro i percorsi formativi e qualificativi e gli obiettivi da raggiungere che giustificano il basso costo, in modo che alla fine del percorso si abbia un risultato positivo sia in caso di assunzione a tempo indeterminato ma, se non confermato, con un bagaglio professionale da spendere sul mercato. In questi percorsi che non possono limitarsi alle qualifiche più basse, andrebbe coinvolto l’intero sistema formativo, comprese le Università. Per quanto riguarda le tutele crescenti con l’anzianità, la ritengo una proposta alquanto rischiosa perché darebbe troppo peso all’anzianità e pertanto potrebbe generare un turnover nelle aree di bassa anzianità che potrebbe cosi sfuggire al consolidarsi “ delle tutele in progress”.
- Per quanto riguarda la flexicurity, va sempre tenuto presente che ha dato buoni frutti in paesi con popolazione e un mercato del lavoro ristretto e con meno differenziali territoriali. L’Olanda è più piccola della Lombardia, non ha un divario territoriale come il nostro. Pertanto non può essere riprodotta ma riadattata, questa prospettiva richiede una riforma profonda degli ammortizzatori sociali, che dovrebbero passare dall’attuale missione di tutela del reddito a quella di promozione di nuovo reimpiego.
La crisi doveva essere l’occasione per un ripensamento di tutto il sistema che appare segnato da iniquità e incongruenze: molti disoccupati sono ancora oggi privi di ogni forma di sostegno al reddito e permangono forti sperequazioni tra lavoratori colpiti dalla perdita di lavoro, a seconda del tipo di contratto, delle dimensioni e settore aziendale. Queste disparità sono state accentuate dai pur necessari provvedimenti in deroga: alcuni lavoratori si trovano privi di qualsiasi forma di assicurazione nei confronti del rischio di disoccupazione, mentre altri possono ottenere un sostegno per diversi anni.
Sarebbe pertanto necessario si avviasse un processo di riforma, anche in modi graduali, che immetta nel sistema degli ammortizzatori dosi di universalismo e soprattutto percorsi di reinserimento lavorativo. Una revisione degli ammortizzatori sociali dovrebbe essere in grado di affrontare in modi più organico anche la questione del contrasto alla povertà e all’impoverimento, non solo dal punto di vista del sostegno economico che in moltissimi casi è necessario, ma anche sul versate del lavoro.
Diffido del cosiddetto “reddito di cittadinanza”. Potrebbe essere un disincentivo verso l’attribuzione della cittadinanza ai nuovi italiani. Bisognerebbe invece parlare di reddito di reinserimento, di avviamento al lavoro, di rioccupazione; altre forme, invece, potrebbero favorire il lavoro nero. Penso che ogni reddito debba avere un corrispettivo d’impegno da parte di chi lo riceve, secondo le sue possibilità.
Un nuovo sistema di ammortizzatori sociali richiede un maggior coinvolgimento del sistema formativo statale e privato, ma anche una revisione complessiva del ruolo e della funzione dei servizi all’impiego. Nella situazione attuale riveste un’importanza espressiva, soprattutto sul terreno del reimpiego dell’avviamento al lavoro, la formazione professionale troppo bistrattata in questi anno, mentre potrebbe ora aver un ruolo significativo, soprattutto quando la ricerca di specializzazioni e di mestieri è tornata di attualità.
Nell’ambito di un disegno che privilegia la “governance” nelle relazioni industriali , andrebbe riproposto il tema della partecipazione. Un progetto di legge l’ho depositato a suo tempo, ora visto il dibattito che si potrebbe aprire al Senato si potrebbe riproporre.
Al fondo di tutto sta il problema della crescita e forse una riflessione sul come cambia e si riorganizza il nostro sistema industriale e manifatturiero potrebbe essere necessaria.



Qualche considerazione sull’Art 18
Una delle caratteristiche dei Professori (quelli bravi – e ce ne sono tanti) è proprio il fatto di saper ben analizzare i problemi, in modo che i dati extrapolati costituiscano parte della soluzione.
Non so se se l’Art. 18 costituisca un Tabù o un Totem (mi sembra un interrogativo molto banale, espresso in perfetto gergo Politichese) Ma mi ha sorpreso negativamente l’affermazione secondo la quale in Europa non esiste l’Art 18. Ancora più banalmente si potrebbe rispondere che non esiste l’Art. 18 perché evidentemente non esiste la Legge 300 del ’70. Poi potremmo discutere di quale Europa stiamo parlando: delle Repubbliche Baltiche o della Mittleuropa? Insomma, non la si può dare a bere a nessuno che le Legislazioni più avanzate non abbiano previsto una qualche tutela contro forme di discriminazione nel rapporto di lavoro. Si bara sapendo di barare.
La Legge di Gino Giugni ha nettamente distinto fra le piccole e grandi realtà, inserendo un confine, quello dei quindici dipendenti, che forse oggi può essere rivisitato, creando un livello intermedio con garanzie progressivamente crescenti.
Quello che vorrebbe fare Marchionne è poter licenziare i rompiscatole con la scusa della riduzione del personale. Se questa facoltà può essere concessa alle piccole imprese, dove ogni singolo lavoratore è importante e deve potersi sintonizzare sulla stessa lunghezza d’onda del datore, col quale lavora fianco a fianco, la stessa facoltà non può essere concessa anche ai grandi. Che devono assumersi una certa percentuale di responsabilità sociale nel dare lavoro anche a quelle Persone che non sono totalmente in linea con gli obiettivi Aziendali. In cambo, se vogliamo, della violenza, o meglio dei forzosi cambiamenti che una realtà industriale impone alla economia e alla struttura sociale di un territorio. Insomma, la modifica dell’Art. 18 non può in alcun modo riguardare Marchionne e la Fiat.
Un’altra affermazione tutta da verificare (che non regge ad una analisi corretta) è che l’Art. 18 costituirebbe un deterrente per gli investitori esteri.
Ritengo che i motivi per i quali non si investe in Italia siano gli stessi per i quali gli imprenditori Italiani vanno ad investire in Austria. Meno tasse, meno burocrazia. L’Art. 18 non sanno nemmeno che cosa sia. Una grande impresa tedesca o francese non pensa nemmeno di potersi insediare in Italia quasi come se fosse il Centro Africa. Sa che deve rispettare le Persone, ed ha una struttura industriale che gli permette di minimizzare questo tipo di problemi.
Insomma, mi sarei aspettato almeno un lessico diverso dalla Bocconi e la Luiss messe insieme…
Si gioca tutto sul lavoro, la riforma del lavoro è il 90% del tutto e la forzatura di Monti/Passera/Fornero sull’art. 18 è esagerata. La linea dell’Udc in questa situazione è pessima. O Monti desiste o alla lunga il Terzo polo pagherà dazio se continua ad inseguire Monti e i moderati come me voteranno a sinistra.
Ho letto il tuo pensiero sul lavoro, Savino, che giudico più teorico che realistico; comunque in diversi punti apprezzabile anche se relativo.
Mi chiedo altresì come mai tu abbia dato l’appoggio al Governo Monti, in pratica a scatola chiusa. Spero che non sia solo perché “pubblicizza” il suo andare a … messa.
Scherzi a parte, pur con modalità diversa, in molti articoli tratto da tempo del problema e l’esigenza di costituire una nuova società, che tu elenchi bene in una tua risposta: Stato, impresa, lavoratore. Se vuoi puoi aggiungerci anche Chiesa.
Per farlo non dobbiamo fare l’errore di questo Governo di tecnici, che pensa di risolvere tutto con la semplice teoria didattica. Detto per inciso è poi quella che per decenni hanno inculcato in allievi e che ora, anche se indirettamente, ci ha portato a questa situazione.
Come sai ho molti scambi di idee con diversi economisti e non solo italiani. La nostra convinzione è che con le manovre finora effettuate si stia “rovinando” anche quel poco che ancora funzionava. Le società di rating – pur discutibili finché si vuole – la pensano allo stesso modo; non solo: pure il mercato mobiliare (differenziali, indici di capitalizzazione e corsi) bocciano questa manovra iniqua che, sulle orme della Grecia, sta affossando il popolo, perciò chi più è a rischio e meno ha. Sta ampliando a dismisura non solo la povertà, ma anche la precarietà.
La manovra “Salva Italia” – al di là della pomposità dell’etichetta – ha affossato l’economia reale e i consumi; e siamo solo all’inizio. Infatti, gli scatti dell’aumento dell’Iva, la nuova Imu e … faranno il resto a breve.
Discutere di riforma del lavoro, dell’Art. 18, di riqualificazione e di flessibilità è solo un fatto teorico, perciò un dettaglio di lana caprina se il lavoro non esiste più e le aziende continuano a chiudere, mentre gli imprenditori o sono costretti ad emigrare o a lasciare demotivati. Figuriamoci tra non molto quando pure la Cig in molte aziende cesserà i suoi benefici effetti di salvaguardia sociale.
Se mi guardo in giro e vedo le mani che si tendono per lavorare e per ricevere aiuto in qualche modo, noto che la speranza sta cedendo il passo alla disperazione. E chi probamente aiuta può solo buttare una goccia d’acqua nell’arsura di un enorme incendio.
Se non si parte dalla convinzione storica che la crisi è partita dal mercato, perciò dalla speculazione selvaggia e dai prodotti finanziari impropri che finanziarie e banche hanno creato, pensando di fare soldi facilmente e in modo nuovo senza lavorare, allora non si concepisce il problema e si discuterà solo in modo teorico; ma di teoria oggi non si vive, né si lavora, né si … mangia.
La crisi finanziaria è esplosa nell’estate del 2007; poi ha contagiato ed affossato l’economia reale (quella produttiva e del vivere quotidiano/consumi), infine si è trasformata in crisi politica sia per il Debito sovrano che per l’incapacità di porvi rimedio, ed ora si sta trasformando in crisi sociale (indignados, manifestazioni, contestazioni, rabbia verso la casta, scioperi, antipolitica …). Se si fosse solo evoluta in altro sarebbe poco; è pessimo che si sia moltiplicata in ulteriori crisi.
Da una stima prudenziale i Derivati (spam finanziari) – causa del nostro male – sono stimati in ben oltre 150 trilioni di $; cifra che la somma di tutti i Pil delle Nazioni del pianeta impiegherebbero secoli per pareggiare. Perciò ben ci capisce che il Capitale d’assalto e globalizzato sta mangiando tutto ciò che gli capita a tiro: aziende, stati, ricchezza/risparmio. E alla fine, se non sarà fermato, divorerà sé stesso.
Il guaio dei paesi occidentali non è quello di un singolo governante, ma che ovunque ve ne siano di inadeguati (eufemismo caritatevole). In pratica la classe politica ha fallito il proprio compito, degenerando su sé stessa e sui propri privilegi. Ha mangiato a sbafo nell’incompetenza assoluta.
Il problema lo si risolve alla fonte/radice, mai alla foce/foglia cadente; ma se non lo si ha ben chiaro è ovvio che non lo si risolverà mai.
Discutere di riforma del lavoro è perciò solamente pleonastico; se le aziende chiudono vi è disoccupazione, se non vi è reddito non vi è consumo, mancando il quale non vi è neppure produzione e industria: è un circolo vizioso.
Riformiamo pure tutto ciò che vogliamo a piacer di Monti. Però è ovvio che non andremo molto lontano, visto che la contestazione sta montando ovunque. Pure il prode Napolitano oggi se n’è accorto – a sue spese -, perdendo la sua … sicurezza.
La Grecia, oltre che il proprio Debito sovrano, l’ha rovinata la dirigenza Ue tutta, con imposizioni capestro. La stessa cosa sta avvenendo anche in altre nazioni, Italia compresa. Ciò significa che la strada da seguire non è questa, perciò neppure quella di Monti.
Stiamo a vedere? Stiamo, finché ne abbiamo la … possibilità. Pure le madri che venderanno o abbandoneranno i propri figli. Da noi, dopotutto, non vi sono neppure quasi più i … monasteri.
Sam Cardell
Il problema è che si è dimentica o sottostimata la centralità della persona. Così il lavoro si è depauperato. Ridare senso e valore al lavoro, ad ogni lavoro e riscoprirne la dimensione sociale e cooperativa diventa oggi un impegno per coloro che credono in alcuni valori.
In una economia seria tre sono i soggetti che fanno impresa : lo Stato che deve favorire, l’imprenditore che sia cosciente della sua missione sociale, i lavoratori che devono fare bene e poter partecipare.
Vediamo cosa succede. Certo che pensare di fare una trattativa e-mail è una novità, ma non credo che riesca se tutto si riduce a questo. Serve sempre il confronto diretto. Sul nuovo modello di sviluppo ci potrebbero essere molte cose da dire. Ci proveremo:
Caro Pezzotta,
oggi a Palazzo Chigi è partito il confronto sul Lavoro e leggeremo sui quotidiani di domani il dettaglio delle proposte ed i particolari sui “cinque pilastri” della riforma: tipologie contrattuali, formazione-apprendistato, flessibilità, ammortizzatori sociali, servizi per il lavoro.
Rimane però inesplorata la prospettiva che richiamavi in premessa alle tue riflessioni: i tempi che attraversiamo richiedono che la “questione lavoro” sia incardinata in un nuovo modello di sviluppo economico, orientato sulla dimensione etica prima ancora che su meccanismi economici.
Su questo tema, che considero centrale per il nostro futuro, dobbiamo promuovere un forte movimento culturale e politico.
Giuseppe Berthoud
….E aggiungo che, è importante oltresì:
- credere ed invisterire sulle imprese (sempre che a sua volta siano competenti) attraverso un atto di fiducia tra Governo e Impresa, con un costante “controllo” che regoli e mantenga in equilibrio il sistema lavorativo nel rispetto delle norme previste.
Il rapporta tra IMPRESA e LAVORATORI non è solo un “dare e avere” ma è anche fatto di collaborazione, fiducia e rispetto.
Ciò è di più lunga produttivo ed efficente
On. Pezzotta,
ho trovato davvero interessante e profondo il contenuto del Suo discorso. Complimenti!
Creare un mercato flessibile per dare occupazione, investire sulle formazioni (a livello Europeo) e creare una buona ed efficace assitenza sociale e ai precari, sarebbe davvero un atto di civilizzazione e Globalizzazione.
In un Paese che, come il nostro, c’è troppa incompetenza perchè nessun Governo si è mai preoccupato di insegnre il “valore del lavoro” agli italiani, di come si lavora e si stà su un posto di lavoro, quando poi sul mercarto lavorativo cercano la “competenza” e a basso prezzo.
C’è un profondo bisogno di una “pianificazione” che ci educhi e ci insegni ad essere più giusti ed equi, mirando sulle competenze e “meritocrazie”.
In questo momento la nostra situazione è di abbandono, dove ognuno lavora con molte “limitazioni” a causa delle scarse conoscenze formative di lavoro che nessuno si presta a dare.
L’Italia è una REpubblica fondata sul lavoro….
La lungimiranza dei nostri Padri Costituenti e la loro saggezza.
Il crollo delle nascite in occidente ci ha portato alla situazione attuale, la crisi si è presentata come “finanziaria” ma mentre va sempre più conclamandosi è evidente che trattasi di una crisi di “sistema” a 360* e non riconducibile alla sola sfera finanziaria.
Stiamo constatatndo la divisione del mondo in 2 parti:
-una che consuma (non produce più) -Occidente-
-una che produce (non consuma ancora) -Asia-
Gli stati (tutti) chi in una maniera chi in un’altra hanno “nazionalizzato” il debito e la situazione non è ormai più sostenibile.
Forse sarebbe il caso che la l’Europa ed il mondo occidentale tentino di ritrovare una loro competitività con un sistema LAVORO meno costoso (non a scapito della sicurezza) più efficiente, che faccia a meno dell’”eccessivo” assistenzialismo, (ri)scoprire la meritocrazia, (ri)scoprire il valore di impresa (intraprendere insieme per il Bene Comune-lavoratori ed imprenditori-), prevedere una nuova forma di “partecipazione” del lavoratore nell’impresa in cui è prestatore d’opera. ecc. ecc.
Parlando di lavoro non si può non parlare di Sindacato ma su tale argomento mi limito a dire che probabilmente vi è bisogno di una rappresentanza sindacale unitaria (alla base esiste già) ….
giampaolo cerri
La “soluzione” del problema lavoro potrebbe stare a significare la soluzione della “crisi”.
Il problema lavoro va visto nella sua interezza, oserei dire “nell’ottica della globalizzazione”.
Riscoprire la solidarietà tra le nazioni e il lavoro dell’uomo in tale ottica potrebbe essere un primo passo verso la soluzione di qualche problema.
La crisi che ci attanaglia ha origini “finanziarie” ma ha diviso il mondo in due parti una che produce e l’altra che consuma….l’occidente èquella che consuma ma che si ritrova senza il lavoro….un riequilibrio (economico/lavorativo) tra tutte le nazioni si rende necessario per l’intero pianeta.
Rivedere il “lavoro” in occidente è doveroso come altrettanto doveroso è chiedere una revisione del lavoro anche ai paesi ASIATICI (ormai produttori ma non ancora consumatori).
giampaolo cerri
Condivido gran parte delle valutazioni ed apprezzo la sensibilità non certo di facciata rispetto a certe tematiche. Rispetto ai Centri per l’Impiego occorre avere il coraggio di dire che sono solo inutili carrozzoni che da decenni non trovano più lavoro a nessuno,tranne ai loro stessi dipendenti,che invece di diminuire aumentano.E’ uno dei tanti fronti sul quale effettuare auspicabili tagli, che non arrivano mai. La formazione professionale è un tema importante. Ma negli ultimi anni ci hanno mangiato in parecchi. Svolta dalle Regioni e dalle Province, è costata moltissimo ed è stata connotata in modo pevasivo dalle clientele, dalle reti amicali e parentali ad opera dei politici. Abbiamo Scuole Secondarie Superiori ed Università di prim’ordine, ma anche molto pletoriche e ridondanti (mi riferisco all’eccessiva distribuzione territoriale) Mi riesce difficile, direi imposssibile da credere, che ogni Istituto o meglio Università non sia in grado di organizzare un corso “ad hoc” per la riqualificazione di ogni tipologia di lavoratori. Dovrebbe essere fatto a costo zero impiegando il personale in esubero nei locali già disponibili. Non è neanche da escludere (per i disoccupati di lungo periodo) la possibilità di accedere gratuitamente ad uno dei tantissimi Corsi di Laurea Triennnale che già esistono e coprono praticamente ogni esigenza o richiesta. Anche questo senza alcun onere aggiuntivo da parte dello Stato. Non occorre inventarsi nulla. Abbiamo già competenze, mezzi e uomini in numero sovrabbondante. Quel che occorre evitare è evitare nuove e costose strutture infarcite di false competenze e dicitori del nulla. Esercizio nel quale in molti si sono distinti, non esclusi i Sindacati.
E’ sempre un piacere e stimolante leggerti.
Cari saluti