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PRO O CONTRO LE NUOVE TECNOLOGIE

In questi giorni una serie di domande mi frullano per la testa che vorrei porre all’attenzione e alla discussione  degli amici di PRENDERE PAROLA e di chi vuole interloquire:

  • come sarà il lavoro di domani?
  • come possono le tecnologie digitali rispondere positivamente ai grandi sconvolgimenti che caratterizzano il nostro mondo contemporaneo? 
  • Il digitale salverà gli umani? Lavoro “aumentato” o lavoro “connesso”? 

Tutte queste domande sorgono quando viene sollevata la questione dell’evoluzione della tecnologia digitale e del suo posto nella società, soprattutto sul lavoro.

Notiamo, anzitutto, che il termine “lavoro maggiorato” non qualifica né il significato né la natura dell’aumento: aumento di che cosa? 

Come? “O” Cosa? A che fine? “. 

Il lavoro può essere “aumentato” nel peggiore dei modi, come dimostra  mano d’opera non qualificata che continua a fornire i servizi di cui la società ha bisogno ma che molte volte è precarizzata , sfruttate e sottopagata. 

Nel caso attuale il lavoro cosiddetto tecnologico  tende a collegare il lavoratore alla sua abitazione, alla sua tastiera . 

Per questo più che usare  l’espressione “lavoro arricchito” andrebbe usata l’espressione “lavoro maggiorato”, intendendo con questo il più lavoro.

A mio modesto parere non essendo nemico della tecnologia e della sua evoluzione , credo che l’applicazione delle nuove tecnologie comprese quelle digitali o cibernetiche, non dovrebbero contribuire a ‘impoverire il lavoro, ma portare a un suo arricchimento in termini di conoscenza, di salario e di crescita della professionalità.

Considerato che nella pratica  i compiti attualmente assegnati ai robot sono quelli ripetitivi e che  hanno un basso valore aggiunto, bisognerebbe svincolare le persone da questi compiti per reindirizzarli verso attività più creative e/o relazionali , è ciò che personalmente intendo per arricchimento. In ambito ospedaliero, ad esempio, gli investimenti in robot per il trasporto di farmaci e altri materiali consentono agli operatori sanitari di dedicare più tempo  alla cura. 

Sia il lavoro che i lavoratori devono essere arricchiti, in tutti i sensi, dalla funzionalità digitale e alla strumentazione della partecipazione e della democrazia economica.

Porre la questione del “lavoro arricchito” richiede di sollevare la questione dello sviluppo delle competenze. 

Dobbiamo pertanto chiederci “come può la tecnologia digitale arricchire il lavoro e come può supportare l’aumento delle competenze?” “.

 L’automazione dei compiti e l’integrazione della robotica al centro dei “vecchi lavori” non sono sistematicamente sinonimo di scomparsa di posti di lavoro e/o posti di lavoro. Gli investimenti effettuati possono favorire la cooperazione tra dipendenti e tra dipendenti e “robot”, essendo riservati a questi ultimi i compiti più dolorosi.

All’interno di questa nuova alleanza, il dipendente può sviluppare competenze per soddisfare le esigenze di programmazione, pilotaggio, regolazione e manutenzione del robot. Nell’edilizia il robot allevia notevolmente le fatiche del lavoro, pur consentendo all’operaio di conservare il carattere centrale e decisivo della padronanza della sua “arte”. 

 La transizione digitale sul posto di lavoro può essere l’occasione per un nuovo slancio per le aziende  così come per i lavoratori.

In tutti i settori dell’economia cosiddetta “tradizionale”, l’urgenza è ora quella degli investimenti . Per questo ritengo che oltre agli investimenti previsti da PNRR e dallo Stato vadano incentivati gli investimenti privati . 

In modo da spostare verso l’alto la qualità, la produzione, i servizi e i prodotti delle aziende italiane per stare in modo originale e non subalterno nei nuovi mercati globalizzati.

 Allo stesso tempo, occorre che  l’impegno degli imprenditori e dello stato sul terreno dell’innovazione tecnologica non si scarichi sulle persone al lavoro aumentando la disoccupazione, o incrementando i lavori poveri e marginali. Il tema dell’occupazione non può essere scaricato solo sul pubblico, anche il privato ha delle obbligazioni sociali .

L’imprenditore non ha solo dei doveri nei confronti degli azionisti, ma ha delle responsabilità sociali, civili e ambientali nei confronti dei prestatori d’opera e delle comunità in cui opera. 

Sono convinto che l’impegno delle aziende, dei servizi pubblici, del sindacato e di altri soggetti possano generare un circolo virtuoso dai molteplici aspetti : proviamo a considerare le ricadute che potrebbe generare un impegno ad aumentare le competenze e le conoscenze dei lavoratori : lavoratori più formati, più qualificati e quindi meglio pagati. E una ricchezza più condivisa porta a un potere d’acquisto più qualificato e selezionato che può più facilmente essere orientato verso un consumo sostenibile e quindi a una crescita più qualificata e rispettosa dell’ambiente. In definitiva , questo circolo virtuoso può generare  una visione sociale capace di riconciliare molti dei nostri concittadini e delle lavoratrici ,dei lavoratori, dei giovani e dei pensionati con la vita pubblica e la democrazia .

Sviluppi digitali e dialogo sociale nelle aziende

L’introduzione del digitale nelle imprese ha come conseguenza diretta la modifica dei metodi di gestione e dell’organizzazione del lavoro. Abbiamo a suo tempo salutato con enfasi il superamento del taylorismo industriale e la parcellizzazione delle mansioni operative, ma ho l’impressione che una nuova forma di frazionamento delle attività lavorative si stia introducendo attraverso la introduzione del digitale e dell’uso degli strumenti informatici . Questa nuova organizzazione del lavoro che si sta articolando sul lavoro in presenza ma anche con una estensione di quello a distanza, può generare una desocializzazione dell’attività lavorativa, forme nuove di individualizzazione del lavoro , un distacco dalle forme associative (sindacati) e pertanto il sorgere di nuove forme di alienazione e di disturbi psicologici. Come si vede  l’introduzione della tecnologia digitale anche essere causa di derive, come l’offuscamento dei confini tra vita professionale e personale, l’intensificazione del lavoro o addirittura l’individualizzazione, che può portare all’isolamento, ma anche  far emergere un desiderio di impegnarsi verso il collettivo e la ricerca di un sentimento di appartenenza. Nel rilevare le criticità , sono altrettanto cosciente che le nuove tecnologie possono generare nuove opportunità: maggiore elasticità nella gestione di tempi, luoghi e scambi, cooperazione facilitata.

Opportunità e/o derive, l’introduzione della tecnologia digitale deve  ovviamente diventare oggetto di dialogo sociale e di negoziazione su temi come:

  • la conciliazione del tempo di vita,
  • il diritto alla disconnessione,
  • telelavoro,
  • gestione lungimirante del lavoro e delle competenze,
  • formazione
  • retribuzione
  • progressioni professionali
  • partecipazione
  • democratizzazione

Lo stesso strumento digitale deve essere al servizio delle rappresentanze sindacali e degli altri rappresentanti eletti dell’impresa consentendo loro di accedere a informazioni più precise, più qualitative. Si può aprire uno spazio concreto alla democrazia economica e alla partecipazione dei lavoratori alla gestione e alle decisioni.

L’urgenza di regolamentare! La situazione di cambiamento in atto richiede un aggiornamento dello Statuto dei lavoratori.

Attenzione! Sono convinto che  vada regolamentata l’introduzione di nuove forme di lavoro indotte dalla tecnologia digitale. Senza regolamentazione, è da temere lo scenario peggiore: quello di una brutale trasformazione di cui beneficeranno solo gli iperpoteri  e potrebbe essere accentuato il divario sociale già in atto. Ecco perché ritengo che lo statuto dei lavoratori legge 399/70 vada aggiornato per risponde alle nuove condizioni e situazioni che insistono sulla lavoratrici e i lavoratori.

Una nuova regolazione  può favorire uno scenario “progressivo” e un’appropriazione da parte del maggior numero di persone al lavoro delle potenzialità e delle implicazioni del digitale. 

Il fattore umano resta il fattore decisivo nella creatività, nelle dinamiche evolutive e progressive  dell’Italia e dell’Unione Europea e nella competitività delle imprese. L’Italia, l’Europa  o le aziende possono copiare e appropriarsi rapidamente di un fattore tecnico competitivo, di un’innovazione. Bisogna però essere consapevoli che l’innesto (innovazione) tra contributo tecnico (invenzione) e corpo sociale non si può decretare, si costruisce attraverso la negoziazione, la concertazione e il dialogo sociale.

A questo punto sorgono altre domande : si deve puntare a ridurre il lavoro, ad impoverirlo o, al contrario, generarlo, arricchirlo? 

Nessun robot, per quanto sofisticato, deciderà da solo l’alternativa! 

Dietro un robot, c’è sempre una persona umana (un ingegnere), persone responsabili (un dirigente d’azienda, un leader politico, un sindacato che prendono decisioni e che, così facendo, influenzano, determinano la società che vogliamo costruire nel lungo termine. 

Il mondo del lavoro, i lavoratori (dipendenti, dipendenti pubblici e altri status emergenti) così come i loro rappresentanti sono altrettanto legittimi per contribuire a definire una società in cui tutte le tecnologie digitali sono al servizio dell’uomo e non viceversa.

Per fare questo, i sindacati, a mio modesto parere ,  dovrebbero chiedere la convocazione di una conferenza nazionale  su robotica e tecnologia digitale , con l’obiettivo di generare una nuova coesione sociale e far germinare  un nuovo contratto sociale tra datori di lavoro e lavoratori, tra società civile e cittadini, al fine di incanalare democraticamente la transizione che le tecnoscienze stanno determinando.

Che il lavoro dipendente italiano in questi ultimi dieci anni abbia subito una trasformazione e che la pandemia Covid 19 l’abbia accentuata è sotto gli occhi di tutti , anche se non se ne discute molto, eppure l’Italia è uno dei pochi Paesi europei senza salario minimo erga omnes.

I minimi retributivi sono infatti stabiliti dalla contrattazione collettiva nazionale, che però subisce gli effetti di una forte frammentazione associativa, della robusta presenza di lavoro “povero” e di enormi tassi di elusione contrattuale.

Le trasformazioni e la eccessiva frammentazione del lavoro che ha generato larga parte   dell’aumento delle disuguaglianze , che ha aperto spazi allo sfruttamento del lavoroe accresciuta la povertà anche fra chi un lavoro lo avrebbe, l‘ingrandita mobilità del lavoro e del capitale, che ha ovunque aumentato il rischio di dumping salariale, la forte diffusione di lavoro precario e poco sindacalizzato, l’indebolimento delle rappresentanze sindacali che negoziano il salario.

A partire da queste problematiche penso che il salario minimo sarebbe lo strumento utile per fare rispettare la dignità di chi lavora in relazione alla quantità e alla qualità del suo apporto, per contrastare la povertà, evitare dumping, creare inclusione, sostenere la dinamica salariale con un “effetto onda” verso i livelli superiori e quindi anche per aumentare consumi e domanda interna.

Sappiamo che su questo terreno, in questi ultimi anni si è mossa, L’Unione Europea che si è resa consapevole che per combattere la povertà lavorativa e limitare il dumping sociale tra gli Stati membri, serve una direttiva sul salario minimo. 

Proprio in queste settimane ha emanato una direttiva europea sui salari minimi adeguati nella Unione Europea. Una direttiva importante per le confederazioni sindacali, da tempo impegnate nella campagna per la convergenza salariale, consapevoli che il divario salariale fra e nei paesi europei favorisce la concorrenza sleale e la delocalizzazione delle imprese, come abbiamo visto anche da noi, oltre che la disparità di genere e alimentare la crescita di salari poveri.

Anche in Europa la discussione si è sviluppata sulla necessità di ricercare un equilibrio fra salari minimi legali e contrattazione collettiva, non solo per rispettare le diverse tradizioni presenti nei paesi europei, ma soprattutto per ribadire che salari adeguati hanno bisogno della contrattazione in quanto non è sufficiente la misura salariale minima a definire un buon lavoro, ma vanno definite condizioni e diritti del lavoro.

Salari bassi possono essere nell’immediato un minor costo per l’impresa, ma si riflettono comunque negativamente sulla domanda aggregata tramite minori consumi.

Quando si parla quindi di salario minimo occorrerebbe sempre farlo in prospettiva comparata, perché le multinazionali sono diventate soggetti centrali nelle dinamiche economiche e normative nazionali e locali, perché le sfide sono sempre più globali, perché le organizzazioni internazionali esercitano un ruolo sempre più grande nella trasformazione dei sistemi occupazionali e sociali di ciascun Paese.

Ecco , che dopo il Parlamento, il Consiglio europeo in questi giorni  adottato una tabella di marcia relativa a questo tema politicamente molto delicato.

L’Unione Europea vedrà finalmente realizzarsi il suo progetto di salario minimo? Sembra di sì.

La proposta di direttiva presentata dalla Commissione a fine ottobre 2020 è già stata discussa e modificata dal Parlamento europeo, che ha adottato un testo lo scorso 25 novembre. 

Da allora, i ministri degli Affari Sociali dei Ventisette hanno raggiunto un accordo all’inizio di dicembre. Le tre istituzioni (Commissione, Parlamento e Consiglio) hanno quindi ora ciascuna una tabella di marcia per negoziare e raggiungere una posizione comune. Gli osservatori più ottimisti ritengono che un simile accordo potrebbe essere raggiunto nel febbraio 2022. 

Gli Stati membri avranno quindi due anni per recepirlo nella loro legislazione nazionale.

Posizioni molto diverse a seconda del paese

Se questo scenario si svilupperà come previsto, allora possiamo dire che un passo importante sarà stato compiuto dall’Unione Europea in campo sociale, anche se non ha giurisdizione su tutto ciò che riguarda la remunerazione. 

Mentre esprimo la soddisfazione per il percorso compiuto non posso non osservare che  il progetto presenta alcune difficoltà attuative, in quanto le posizioni e le culture dei diversi paesi , sulla questione del salario minimo , le posizioni dei diversi paesi sono diametralmente opposte. 

Dei ventisette paesi dell’Unione, ventuno hanno un salario minimo e sei (Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia, Italia e Svezia) hanno solo minimi contrattuali negoziati per contratti di categoria . Questi ultimi (e in particolare i paesi nordici) amano questa specificità che ha permesso loro di negoziare molti progressi sociali.

Altro oggetto di contesa: il livello del salario minimo, che varia molto da Paese a Paese. Il 1 °  gennaio 2021, il salario minimo orario lordo è stato 12,73 euro in Lussemburgo di 9,50 euro in Germania, a 4,01 euro in Portogallo e 2 euro in Bulgaria. Certo, non si è mai trattato di decidere un importo unico valido per l’intera Unione Europea – ma anche prendendo come base di riferimento lo stipendio medio per Paese, le disparità rimangono molto ampie.

In Francia, ad esempio, il salario minimo equivale a circa il 50% del salario medio. In Germania è solo il 42,5%; in Spagna, il 33,9%. Come impedire allora agli Stati di limitare il livello di reddito minimo per beneficiare di un vantaggio competitivo all’interno dell’Unione europea? In altre parole, come garantire che l’UE promuova la convergenza dei salari verso l’alto e non la legge della giungla.

La contrattazione collettiva fortemente incoraggiata

Per aggirare queste difficoltà, la Commissione Europea ha presentato una bozza di direttiva che può superare  le suscettibilità di tutti. L’idea non è quindi obbligare ogni Stato a legiferare sul salario minimo, ma incoraggiare la contrattazione collettiva e obbligare gli Stati che non ottengono un risultato soddisfacente a presentare pubblicamente un piano d’azione. 

Tutte le discussioni future saranno quindi dedicate alla determinazione di un livello a partire dal quale gli Stati non saranno più ritenuti responsabili nei confronti della Commissione europea. E per evitare qualsiasi forma di blocco, la direttiva non imporrà nemmeno l’importo del salario minimo.

La Commissione parla di “salari decenti” ed elenca una serie di criteri, che dovrebbe consentire di definire la quantità adeguata, criteri come il potere d’acquisto, l’evoluzione dei salari, il rapporto tra salario minimo e salario medio o mediano .

Tutto questo incide sulla storica posizione della Cisl che ha sempre inteso affidare questa questione alla contrattazione o chiedere l’attuazione del salario minimo attraverso il ricorso all’ Erga Omnes che assumesse  i minimi tabellari dei CCNL.

Ma questo, a mio parere,  implicherebbe l’attuazione dell’articolo 39 della Costituzione.

La resistenza Cislina era motivata dalla situazione storica in cui il sindacato si trovava a operare e da un sistema economico industriale segnato da ampi settori omogenei quasi sempre coperti dal CCNL. Oggi la situazione è molto diversa e questo chiede un adeguamento strategico delle politiche salariali.

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Vorrei suggerire gli amici a prendere visione di due interventi dell’economista Francese Tomas Piketty : il libro , pubblicato dalla casa editrice “ La Nave di Teseo” dal titolo “Una breve storia dell’uguaglianza», la interessantissima intervista rilasciata a Maurizio Ferrera su “LA LETTURA” , inserto del Corriere della sera.

Nel libro «Una breve storia dell’uguaglianza»: Piketty  propone un radicale cambiamento degli attuali paradigmi finanziari e sociali e propone la ripresa di un percorso sulla strada dei diritti e delle opportunità. Lo Stato , dice l’economista ,deve garantire l’occupazione e i lavoratori devono partecipare alla gestione delle imprese.

Il tema di fondo di questo libro è costruire una breve storia dell’uguaglianza  partendo dal fatto che dal 1914 al 1980 nel mondo occidentale si è registrata una redistribuzione e si è assistito a una progressiva diminuzione delle disparità di ricchezza e di reddito. In questo il ruolo del sindacalismo è stato fondamentale e possiamo dire che le organizzazioni dei lavoratori hanno contribuito in modo determinante alla civilizzazione del capitalismo .

Piketty mette in evidenza dopo un excursus storico dei movimenti per l’uguaglianza, che gli squilibri in termini di risorse materiali e potere economico possono essere superati solo attraverso la mobilitazione politica, ad esempio attraverso i sindacati .

Come sappiamo l’esito del conflitto e dei confronti tra sindacato , impresa e governi dipende dalle situazioni ideologiche e culturali , dalla piattaforme rivendicative e dalla mobilitazione.  Ma l’esito del conflitto dipende dalle cornici ideologiche e dalle piattaforme programmatiche di chi si mobilita.

Proprio in questi giorni mi è capitato di leggere ( La Repubblica) che nel confronto con il governo “i sindacati avrebbe incassato un’altra sconfitta”. Da questo confronto invece di uscire trionfanti sono usciti divisi. Il perché di questo andrebbe analizzato con molta attenzioni, per prima cosa non si può minacciare a ogni piè sospinto azioni di sciopero generale sapendo che nell’attuale situazione politica, economica e sanitaria non è possibile metterlo in atto; seconda questione sono le modalità con cui si è andati al confronto . Non si può pensare di piegare un governo che gode dell’appoggio di quasi tutte le forze politiche sulla semplice base di proclami e di dichiarazioni roboanti dei leader, senza un capillare ed esteso coinvolgimento della base , almeno sul piano dell’informativa.

A mio parere non si è creata una opinione pubblica e delle lavoratrici e dei lavoratori sugli obiettivi che si intendevano perseguire.

Bisognava rendersi conto che finita la concertazione il rapporto don l’esecutiva cambiava forma. Forse abbiamo sbagliato noi vecchi sindacalisti a non formalizzare il metodo concertativo, ma ora bisogna fare i conti con la realtà e mutare strategia e valutare che non esiste più , nella geografia politica ,il cosiddetto “ arco costituzionale” che se non era pro-labor non ne era nemmeno contro-labor. Oggi . tra le forze che reggono il governo ci sono aree antisindacali dichiarate. Per questo , credo, va riprecisata la strategia e le alleanze sociali e politiche esaltando la propria soggettività politica, cosa ben diversa dalla neutralità politica. 

Sono convinto che  Le vecchie istituzioni non vanno solo criticate o combattute, vanno sostituite con istituzioni migliori. E il cambia

mento in meglio può avvenire solo in presenza di buone idee. In Russia i rivoluzionari volevano una società più giusta, ma avevano visioni diverse su come organizzare il nuovo sistema, e alla fine prevalse un approccio oppressivo: partito unico, rifiuto della proprietà privata, delle elezioni e dei sindacati, centralismo burocratico.

Dopo questo breve intermezzo sulla attualità sindacale riprendo  la riflessione  sul libro dell’economista d’oltralpe che sostiene a ragione che la lotta per i diritti non è ancora finita e che probabilmente non finirà mai. Oggi i diritti negati sono molti basti pensare alla precarietà del lavoro, al crescere della inattività, alle differenze di genere, alle disparità generazionale , alle discriminazioni sessuali, alle emarginazioni sociali , alla povertà e al lavoro povero. Quello che manca se non per brevi accenni è una riflessione sul ruolo che il sindacato dovrebbe avere nella sua proposta di contrasto alla “Democrazia del Denaro”.

Le sue proposte sul finanziamento dei partiti sono interessanti e da approfondire come quelle di limitare il potere degli azionisti dei media.

IL sistema di welfare come strumento per creare maggior uguaglianza è difeso perché a consentito allo Stato di finanziare l’istruzione, la sanità, le pensioni, i sussidi di disoccupazione. Spese che hanno contribuito non solo a ridurre le disuguaglianze, ma anche a sostenere lo sviluppo economico. Il welfare ha promosso una «rivoluzione antropologica. Forze è un poco troppo ottimista nel dire che lo stato sociale a consentito di superare la mercificazione del lavoro. Anche perché il fatto che rilevi la presenza di notevoli discriminazioni è la dimostrazione evidente che il superamento della merce-lavoro non è del tutto avvenuto.

Per queste ragioni l’idea e il valore dell’uguaglianza resta importante e mobilitante , concordo con lui quanto afferma che oggi l’uguaglianza si basa sui diritti e in particolare sui diritti umani . La sua critica al modello Cinese è molto utile a tutti coloro che si battono per la giustizia sociale e una società decente

Nell’intervista rilasciata a Maurizio Ferrera pubblicata su  “ LA LETTURA” mette in evidenza come nei nostri paesi il 50% meno abbiente della popolazione possiede solo il 4% della ricchezza: una disuguaglianza enorme. La mia proposta è di calibrare le imposte patrimoniali e di successione in modo da finanziare una eredità universale. Il suo importo dovrebbe essere di circa il 60% del patrimonio medio per adulto. Un trasferimento di questo genere avrebbe un impatto dirompente sulla distribuzione delle opportunità di vita. Quando non si possiede nulla, o peggio si hanno solo debiti, non si ha alcun potere negoziale. Si cerca solo di tirare avanti, pagare l’affitto, le bollette, i beni essenziali. Non c’è la possibilità di realizzare e neppure di elaborare un progetto di vita personale.

Inoltre , propone un rafforzamento degli schemi di reddito minimo, con importi fra la metà e i tre quarti del salario medio. Gli schemi attualmente in vigore nella maggioranza dei Paesi europei soffrono di molte insufficienze. In particolare resta difficoltoso l’accesso dei più giovani, degli studenti, dei lavoratori con bassi salari.

Alla fine della sua lunga intervista Piketty propone l’idea di un socialismo partecipativo. Un modello opposto rispetto a quello centralizzato e autoritario, sperimentato nel XX secolo nel blocco sovietico. Qui le autorità volevano estirpare la «cancrena» capitalista, criminalizzando ogni forma di proprietà privata. Il mio socialismo partecipativo prevede un’organizzazione economica decentrata, che introduca una varietà di attori, di collettività e strutture miste. L’obiettivo è quello di contrastare l’eccessiva concentrazione della proprietà e del potere decisionale.

Invito pertanto a leggere il Libro e l’intervista con l’avvertenza che non tutto è condivisibile , ma che comunque è uno stilo a pensare , ed è quello di cui abbiamo bisogno.

PENSIERI  SOCIO-ECOLOGICI: LE NOSTRE RESPONSABILITA’ PER LA BUONA VITA

Si parla molto della necessità di una transizione verso un ‘economia sostenibile e green non sempre rende facile per le persone che fanno domande sul sistema e pensano al cambiamento climatico o ai modelli industriali sostenibili.

Per iniziare direttamente: perché noi vecchi sindacalisti   dovremmo preoccuparci delle questioni ecologiche?

Molto semplicemente, perché si fa ancora troppo poco! Se noi che abbiamo vissuto con intensità e passione non prendiamo sul serio i valori e le richieste di cambiamento sociale, allora non restiamo ancorati al nostro passato e non scrutiamo

Al presente le  fondamenta naturali della vita sono l’argomento che più riguarda il futuro delle generazioni che vivono oggi. Chiunque discuta di questioni sociali ed ecologiche come due cose diverse o addirittura l’una in contraddizione con  l’altra in realtà non ha colto la loro stretta commessione.

Da questo punto di vista, non vi dovrebbero essere  dubbi al riguardo anche da un punto di vista sindacale e sociale.

Allora, qual è il problema?

Sono convinto che l’impegno per arrestare il cambiamento climatico sia quello che offre le migliori condizioni affinché la politica sindacale sollevi con attenzione  la questione della giustizia che vi sottostà. Dopo tutto, su questa questione non possiamo fare affidamento sui rinvii , ma si deve agire   oggi se vogliamo che le generazioni future possano essere in grado di costruire una prospettiva che mantenga abitabile e vivibile, per tutte le persone che lo abitano, il pianeta terra.

Allo stesso tempo dobbiamo essere consapevoli che sul piano soggettivo abbiamo difficoltà ad affrontare la questione , perché, anche noi che abbiamo militato nel sindacato e abbiamo una cultura riformista, siano ancora radicati  in idee e immagini di progresso e di  felicità, molte delle quali dovremmo buttare a mare.

E, naturalmente, non è facile.

Resta la verità, tuttavia, che la vita buona cui aspiriamo da sempre dovrebbe essere ridisegnata essendo fino ad oggi stata disponibile a spese di altri . Dovremmo anche superare le pesanti  tracce di mentalità colonialiste che vivono dentro la nostra cultura occidentale e anche dentro ognuno di noi. Il decolonizzare i nostri pensieri e purificare della nostra cultura da ogni razzismo e discriminazione è un passaggio necessario se vogliano affrontare con decisione la questioni ecologiche, frenare il riscaldamento globale e premunirci a livello planetario al sorgere di nuove pandemie.

Il sindacato così come ha affrontato le contraddizioni della rivoluzione industriale e del sorgere dell’economia capitalista , oggi anche di fronte alla rivoluzione tecnologica che muta e trasforma il concetto di lavoro , la società e il vivere comune ,deve diventare il protagonista di una vera ristrutturazione socio- ecologica.

Vediamo che la sensibilità su questi temi ,seppur con lentezza, sta crescendo e ha bisogno di essere incentivata e fatta divenire senso comune. Sebbene la ristrutturazione socio-ecologica della società sia una necessità sappiamo che esistono tentazioni a sottrarsi da questa responsabilità e trasformazione.

Se si esamina più da vicino il funzionamento del cambiamento climatico e gli sconvolgimenti verso cui ci stiamo dirigendo, è necessario essere consapevoli che la capacità di soluzione dell’attuale sistema sociale sono molto limitate.

E’  soprattutto a livello comunale che in alcune parti del Paese si stanno già avviando e sostenendo molti passi nella giusta direzione. Da queste esperienze che esistono in molti luoghi si deve partire per  costruire soluzioni capaci di modello.

Naturalmente, ciò diventa complicato quando si tratta della riconversione di intere aree e settori  industriali.

E’ difficile prevedere come la transizione ecologica di interi settori  possa essere attuata , in modo tale che migliaia di  posti di lavoro sicuri, sindacalizzati e altamente riconosciuti possano essere sostituiti.

 Tuttavia, sappiamo che la transizione in diversi settori sarà necessaria .

Questo ci dice che occorre prepararsi e iniziare a discutere e ragionare  con i lavoratori, i comuni e cogliere le esperienza che sorgono come uno contributo a fare meglio e a cercare alternative credibili e concrete, invece di arrendersi alla logica negazionista di chi vuole evitare i percorsi di transizione e continuare con lo status quo  il più a lungo possibile.

A questo punto mi chiedo chi possono essere  le forze trainanti di una ristrutturazione sociale-ecologica?

Quando parliamo di ristrutturazione socio-ecologica, in realtà si ha bisogno praticamente di tutti.

Servono alleanze sociali e politiche per qualcosa di veramente nuovo, di forze trainanti e non esitanti, capaci di proporre e produrre e  rendere immaginabili altri stili di vita.

Credo che il sindacato e altri movimenti sociali possono contribuire a creare nuovi spazi in cui le opzioni di cambiamento siano ricercate, rivendicate, testate e ampiamente discusse. In modo che la transizione appia non solo come necessaria ma desiderabile  .

 Fortunatamente, non mancano le buone intenzioni. A tutti i livelli, da quello comunale a quello europeo, vi sono molti concetti e proposte politiche. Nondimeno, vi è ancora una mancanza di coerenza nel collegare queste idee e nel discuterne le questioni difficili contradditorie , e non ne mancano. Dunque ,una discussione il più ampia possibile deve essere messa in campo.

Poiché , se queste discussioni necessarie vengono ritardate o limitate perché a volte sono scomode, prima o poi cadranno in piedi. Ciò vale, ad esempio, per le questioni relative allo stile di vita. Va bene rilevare che il “consumo critico” e la responsabilità individuale non sono una soluzione esaustiva, ma non possiamo sottovalutare il suo apporto.

Naturalmente, ciò di cui abbiamo bisogno sono risposte sociali.

Associazioni a forte trazione solidaristica e egualitaria , come il sindacalismo, non dovrebbero rinunciare a un’idea di prosperità e di vita buona fondata su un’economia sostenibile .

 La mia generazione ha sottovalutato  il fatto che consumismo non generasse una buona vita e che il consumo di massa non era atto a contenere il crescere delle disuguaglianze.

Lungi da me sostenere un discorso di rinuncia , al contrario sono convinto che se si aprirà una vera e coinvolgente discussione sulla questione ecologica , rilanciando i contenuti dell’enciclica di Papa Francesco “LAUDATO SI” e i contenuti dell’esortazione “QUERIDA AMAZONIA”, si potrà aprire una nuova e differente stagione di crescita umana, abbandonando l’ansia della crescita puramente economicista .

Non affrontare con forza e rigore intellettuale questa sfida sarebbe un disastro e finiremmo per rendere l’umano qualche cosa di superfluo. Alla fine, si tratta di acquisire una prospettiva sociale in cui superiamo ogni sfruttamento dell’uomo e dell’ambiente, in cui non proclamiamo il prima noi a scapito di altri e generiamo spazi e modelli di vita buona.

In conclusione, resto un ottimista e sono convinto che ciò che non faremo per  volontà saremo costretti a farlo per necessità e che si riuscirà a far sorgere un pensiero positivo e aperto all’incontro   e all’accoglienza e dove non ci sarà più un bimbo che piange e muore fame e paura nei boschi polacchi.

Foto tratta da Il Messagero

SUI CONFINI TRA POLONIA E BIELORUSSIA SI STA CONSUMANDO UN DRAMMA UMANO INNESCATO DALLA SPREGIUDICATEZZA POLITICA

Quello che sta succedendo sul confine polacco con la Bielorussia è drammatico e non avremmo mai pensato potesse avvenire , da due giorni su quel confini gli autoparlanti continuano a gridare : “Attenzione! Attenzione! Attraversare il confine polacco è legale solo ai valichi di frontiera.”  L’avvertimento è rivolto alle migliaia di persone assiepate  sul lato opposto del filo spinato che corre tra la Polonia e la Bielorussia.

I polacchi sostengono che Alexander Lukashenko sta intenzionalmente provocando una nuova crisi dei rifugiati in Europa organizzando il movimento dei migranti dal Medio Oriente a Minsk e promettendo loro un passaggio sicuro nell’UE come vendetta per le sanzioni che Bruxelles ha imposto al suo regime autoritario.

Quasi 20.000 poliziotti polacchi , la polizia di frontiera, affiancata dal supporto militare è lo schieramento messo in campo dalla Polonia , uno schieramento che non si vedeva dai tempi della guerra fredda.

La maggior parte dei migranti sono stati respinti violentemente, anche se alcuni sono arrivati a Varsavia dopo essersi nascosti  foreste. Da quando le autorità bielorusse hanno iniziato lunedì a scortare migliaia di migranti al confine polacco si è registrata in una drammatica escalation di una situazione già molto pesante e drammatica. Ora attraversare la frontiera è diventato  più difficile e rischioso.

Nelle foreste tra i due paesi, dove le temperature notturne scendono sotto lo zero, sono le migliaia di famiglie irachene, siriane e afghane a pagarne il prezzo. Capri espiatori intrappolati tra la violenza delle autorità polacche e le false promesse dei loro coetanei bielorussi, cercano di riscaldarsi in rifugiandosi in piccole tende e coprendosi con sacchi a pelo umidi.  Almeno otto persone sono morte.

Il Guardian stamani descrive la situazione con un crudo e angosciante realismo e resoconta dell’incontro con tre famiglie curdo-irachene del governatorato iracheno di Duhok, tra cui almeno otto bambini, che erano appena passati dalla Bielorussia. I volontari di Grupa Granica, una rete polacca di ONG che segue la situazione, li hanno raggiunti nei boschi vicino a Narewka prima della polizia di frontiera polacca e impedendo in tal modo che siano respinti in Bielorussia.

Un uomo di 40 anni ha raccontato al giornale inglese  di avere viaggiato per tre giorni in auto e che ha dovuto lasciare  Duhok per paura di ritorsioni da parte di ex membri dello Stato islamico. Poi sono volati a Minsk, e una volta raggiunto il confine polacco “la polizia bielorussa ha tagliato il filo spinato e ci ha fatto passare”. Avevano provato ad attraversare nove volte prima, venendo respinti ogni volta.

Il governo di destra di Varsavia ha quadruplicato la presenza di guardie di frontiera e personale militare nell’area, creando una zona militarizzata profonda due miglia e costruendo una recinzione di filo spinato. Ci sono decine di posti di blocco lungo tutto il perimetro, con i soldati che fermano ogni singola auto per controllare i documenti e guardare nel bagagliaio. Nelle strade intorno a Sokòłka, a circa 12 miglia dal confine con la Bielorussia, decine di camion della polizia sfrecciano verso la zona sicura, a tutto volume, con almeno tre elicotteri che monitorano dall’alto.

” La situazione è disperata e sta peggiorando”, ha dichiarato  Kyle McNally, consigliere per gli affari umanitari di Médecins Sans Frontières (MSF). “Ho visto in prima persona le ferite che le persone hanno subito quando sono state aggredite dalle guardie di frontiera sia dalla Polonia che dalla Lituania. Alcune persone hanno dichiarato di essere state picchiate  con il calcio di una pistola, prese a calci nelle costole e subito altre angherie fisiche, e di aver avuto tutti i loro effetti personali presi o distrutti dalle guardie di frontiere.

Una famiglia siriana è stata costretta a  dormire nella foresta polacca polacco per 21 giorni con l’unica assistenza fornita da una famiglia del posto Poi  le autorità polacche  l’hanno costretta a tornare in Bielorussia dove ora la attende un destino incerto.

Il Governo Polacco a inviato un SMS ai telefoni delle persone appena arrivate sul suo territorio con cui avverte che il confine polacco è sigillato, che la Bielorussia ha raccontato bugie e che pertanto i richiedenti asilo dovevano tornare a Minsk.

Si stanno diffondendo tra la popolazione polacca notizie false che mirano a inibire la solidarietà dei polacchi con i disperati che fuggono e che cercano rifugio in Europa.

A fronte di questa situazione mi chiedo cosa fa l’Unione Europea e  le Nazioni Uniti, se non agiscono le istituzioni sovranazionali chi deve agire?

In ricordo di Doroty Day

L’8 novembre è il compleanno dell’attivista e scrittrice americana Dorothy Day, nata nel 1897. Dopo un periodo come giornalista e attivista di sinistra a New York City, si convertì al cattolicesimo e, insieme all’attivista cattolico francese Peter Maurin, iniziò una pubblicazione chiamata Il Catholic Worker e  ha dedicato la sua vita e il suo impegno  ai temi della giustizia, della povertà e dei diritti umani.

Le discussioni provocate da The Catholic Worker hanno portato alla creazione di “case di ospitalità” a New York City e in tutto il paese, dove le persone senza casa, in particolare le donne, potevano cercare rifugio, compagnia e assistenza.

Riguardo all’impegno della sua vita, Dorothy Day ha detto: “Ciò che vorremmo fare è cambiare il mondo, rendere un po’ più semplice per le persone nutrirsi, vestirsi e ripararsi come Dio voleva che facessero. E, lottando per condizioni migliori, gridando incessantemente per i diritti dei lavoratori, dei poveri, degli indigenti – i diritti dei poveri degni e indegni, in altre parole – possiamo, in una certa misura, cambiare il mondo; possiamo lavorare per l’oasi, la piccola cellula di gioia e di pace in un mondo tormentato. Possiamo gettare il nostro sassolino nello stagno ed essere fiduciosi che il suo cerchio sempre più ampio raggiungerà il mondo. Ripetiamo, non c’è niente che possiamo fare se non amare e, caro Dio, per favore allarga i nostri cuori per amarci l’un l’altro, per amare il nostro prossimo, per amare il nostro nemico come nostro amico”.

Negli anni sessanta Dorothy si reca tre volte in Italia, due volte nel periodo del Concilio per sostenere nel 1963 la richiesta di una forte presa da parte dei padri conciliari a favore della pace, e una volta nel 1967 quando riceve di persona la comunione da Paolo VI. Nel corso di questi viaggi nel 1963 si reca in visita a Giorgio La Pira a Firenze, che le racconta dei suoi viaggi nella Russia comunista.

Nel 1973, ormai molto anziana, partecipa in California ai picchetti dello sciopero dei lavoratori agricoli “chicanos” messicani, organizzato dal sindacalista cattolico Cesar Chavez. Viene tenuta in arresto per due settimana, insieme a tanti militanti e diverse suore, per due settimane nel corso delle quali riceve anche la visita di Joan Baez. E’ l’ultimo dei suoi ultimi arresti immortalato.

A riprova della stima che gode nel mondo cattolico americano, nel 1976 tiene un discorso al Congresso Eucaristico di Philadelphia, mentre l’anno successivo, per il suo 80° compleanno riceve gli auguri personali da Paolo VI. Nel 1979 riceve a New York la visita personale di Madre Teresa di Calcutta. Queste sono solo alcune delle personalità con cui Dorothy Day venne a contatto nella sua non breve vita. A titolo di esempio si possono citare anche il rivoluzionario russo Lev Trockji e John Fitzgerald Kennedy, prima di essere eletto presidente. E’ aperta , dopo essere stata dichiarata venerabile ,la causa di beatificazione.

Il 29 novembre 1980, sofferente di cuore, muore a Maryhouse, la casa di accoglienza femminile di New York. Al suo funerale a St. Patrick partecipa una grande folla,

Doroty Day di cui ricordiamo la nascita è stata una militante del movimento operaio, e ci ha mostrato con la sua vita cosa significa stare da cristiani nel movimento dei lavoratori. A questa figura devono guardare i giovani che intraprendono la militanza sindacale, che mai deve essere confusa con un mestiere.

Forse ci sono punti non condivisibili, ma quanto dice Leonardo Boff in questa intervista rilasciata al “ MANIFESTO” , induce a riflettere fuori dal nostro ordinario e a immetterci con attenzione e umiltà nel pensiero che può anche essere distonico rispetto al nostro, ma che ha il potere di stimolare la nostra intelligenza  e il nostro modo sempre più borghese e benpensante di essere cristiani. Ben vengano pensieri e idee che ci interrogano.Credo anche che ci possa aiutare a meglio comprendere l’esortazione di Papa Francesco “Querida Amazonia”.

Intervista al teologo della Liberazione. Bolsonaro? «Andrà avanti con la deforestazione mentendo al Brasile e al mondo, non ci sono dubbi». Come il sistema attuale condanna a morte il «grande povero» che è il pianeta devastato

Il grido dell’indigena brasiliana Txai Suruí, figlia di uno dei leader più rispettati del suo paese, Almir Suruí, è risuonato proprio in apertura della Cop 26: «Mio padre mi ha insegnato che dobbiamo ascoltare le stelle, la luna, gli animali, gli alberi. Oggi, il clima sta cambiando, gli animali stanno scomparendo, i fiumi muoiono, le nostre piante non fioriscono più come prima. La Terra ci sta dicendo che non abbiamo più tempo».

Ma è già troppo tardi per cambiare strada? Lo abbiamo chiesto a Leonardo Boff, tra i padri fondatori della Teologia della Liberazione, quella dei poveri e del «grande povero» che è il nostro pianeta devastato e ferito, il cui duplice – e congiunto – grido ha occupato il centro della sua intera riflessione.

Tra i firmatari dell’accordo sulla deforestazione raggiunto alla Cop 26 c’è anche Bolsonaro. Il trionfo dell’ipocrisia?

Nulla di minimamente credibile può venire dal governo Bolsonaro: con lui la menzogna è diventata politica di stato. Solo su un punto ha detto la verità: «Il mio governo è venuto per distruggere tutto e per ricominciare da capo». Peccato che questo reinizio sia nel segno dell’oscurantismo e del negazionismo scientifico, che si tratti di Covid o di Amazzonia. La sua opzione economica va in direzione esattamente opposta a quella per la preservazione ecologica: Bolsonaro ha favorito l’estrazione di legname, l’attività mineraria all’interno delle aree indigene, la distruzione della foresta per far spazio alla monocoltura della soia e all’allevamento. Solo da gennaio a settembre, l’Amazzonia ha perso 8.939 km² di foresta, il 39% in più rispetto allo stesso periodo del 2020 e l’indice peggiore degli ultimi 10 anni. La sua adesione al piano di ridurre le emissioni di metano del 30% entro il 2030 è pura retorica. In realtà, non ci sono dubbi sul fatto che proseguirà sulla strada della deforestazione continuando a mentire al Brasile e al mondo.

L’Amazzonia potrà sopravvivere ad altri 10 anni di deforestazione?

Il grande specialista dell’Amazzonia Antônio Nobre afferma che, al ritmo attuale di distruzione, e con un tasso di deforestazione già vicino al 20%, in 10 anni si potrebbe raggiungere il punto di non ritorno, con l’avvio di un processo di trasformazione della foresta in una savana appena interrotta da alcuni boschi. La foresta è lussureggiante ma con un suolo povero di humus: non è il suolo che nutre gli alberi, ma il contrario. Il suolo è soltanto il supporto fisico di un complicata trama di radici. Le piante si intrecciano mediante le radici e si sostengono mutuamente alla base, costituendo un immenso bilanciamento equilibrato e ritmato. Tutta la foresta si muove e danza. Per questo motivo, quando una pianta viene abbattuta, ne trascina molte altre con sé.

Siamo ancora in tempo per intervenire?

I leader mondiali hanno accuratamente evitato di toccare quello che è il vero problema: il capitalismo. Se non cambiamo il modello di produzione e di consumo, non fermeremo mai il riscaldamento globale, arrivando al 2030 con un aumento della temperatura oltre il grado e mezzo. Le conseguenze sono note: molte specie non riusciranno ad adattarsi e si estingueranno, si registreranno grandi catastrofi ambientali e milioni di rifugiati climatici, in fuga da terre non più coltivabili, oltrepasseranno i confini degli stati, per disperazione, scatenando conflitti politici. E con il riscaldamento verranno anche altri virus più pericolosi, con la possibile scomparsa di milioni di esseri umani. Già ora i climatologi affermano che non c’è più tempo. Con l’anidride carbonica che si è già accumulata nell’atmosfera, e che vi resterà per 100-120 anni, più il metano che è 80 volte più nocivo della CO2, gli eventi estremi saranno inevitabili. E la scienza e la tecnologia potranno attenuare gli effetti catastrofici, ma non evitarli.

Ha sempre affermato che senza un vero cambiamento nella nostra relazione con la natura non avremo scampo. L’umanità è pronta per questo passo?

Il sistema capitalista non offre le condizioni per operare mutamenti strutturali, cioè per sviluppare un altro paradigma di produzione più amichevole nei confronti della natura e in grado di superare la disuguaglianza sociale. La sua logica interna è sempre quella di garantire in primo luogo il profitto, sacrificando la natura e le vite umane. Da questo sistema non possiamo aspettarci nulla. Sono le esperienze dal basso a offrire speranze di alternativa: dal buen vivir dei popoli indigeni all’ecosocialismo di base fino al bioregionalismo, il quale si propone di soddisfare le necessità materiali rispettando le possibilità e i limiti di ogni ecosistema locale, creando al tempo stesso le condizioni per la realizzazione dei beni spirituali, come il senso di giustizia, la solidarietà, la compassione, l’amore e la cura per tutto ciò che vive.

Claudia Fanti, il manifesto, 04.11.2021